Quando un videogioco (come anche un album musicale o un film) ha successo, le strade da percorrere per il suo creatore sono due: riproporre più o meno la stessa cosa senza correre particolari rischi oppure tentare qualcosa di più, spingere l’asticella un po’ più in alto. I ragazzi di Image & Form sono riusciti a trovare un connubio perfetto per SteamWorld Dig 2, riproponendo meccaniche del celebrato capostipite della serie, senza però adagiarsi sugli allori. Il risultato è un gioco che trasuda la veracità del mondo indie, ma che al contempo cerca di elevarsi da uno status che viene spesso erroneamente giudicato di inferiorità.

Oltre ad un gameplay limato e ben oliato (del quale analizzerò le novità fra poco), l’idea geniale degli sviluppatori è stata quella di voler ambientare tutti i loro giochi nello stesso universo steampunk, mantenendo un fil rouge che li unisse nella loro estrema diversità. Perché giochi come SteamWorld Dig e SteamWorld Heist non potrebbero essere più diversi tra loro (da una parte un action-platform, dall’altra uno shooter-strategico), eppure la sapienza del team svedese è stata riuscire a mantenere una continuità stilistica e narrativa. In Heist ci siamo ritrovati in un arcipelago spaziale di frammenti di un vecchio pianeta esploso in mille pezzi per non sappiamo quale motivo, mentre nel primo Dig avevamo aiutato il coraggioso Rusty, alle prese con delle minacce cibernetiche nel sottosuolo di un polveroso deserto. Questo secondo episodio si va ad incastrare temporalmente in mezzo a questi due giochi, fungendo da vero e proprio sequel alla prima avventura.

Il gioco comincia sempre in mezzo al deserto, ma questa volta indossando i bulloni di Dorothy, la giovane robot che aveva aiutato Rusty nella sua avventura da cavatore. Sebbene la missione fosse terminata con successo, il nostro eroe scompare nel nulla, senza risalire più in superficie. Dorothy non ci pensa due volte e parte alla ricerca dell’amico che l’aveva salvata in passato, scoprendo però che la vita del minatore non è affatto una passeggiata. Le prime fasi di gioco ricordano molto da vicino quanto avevamo già potuto provare col primo Dig. Per chi non ci avesse giocato (correte a recuperarlo!), l’obiettivo consiste nello scavare sottoterra muniti principalmente di un piccone, con il quale distruggere blocchi di terra e scendere sempre più in profondità. L’idea di sviluppare l’azione sul piano verticale, invece del solito scorrimento orizzontale, in combinazione con il processo di distruggere a picconate la strada da seguire, pone questioni che solitamente non sono presenti nei platform, come ad esempio quella di mantenere intatti alcuni appigli sui quali arrampicarsi nella fase di ritorno: perché in questa serie, la risalita è tanto importante quanto la discesa. Basta colpire qualche blocco di troppo che ci ritroviamo sperduti in mezzo a tonnellate di terra senza possibilità di poter tornare in superficie, il che non può significare nulla di buono.

Anche perché il sistema dei potenziamenti incoraggia fortemente a fare la spola di frequente, visto che i materiali e metalli preziosi ritrovati scavando possono essere rivenduti in paese per ottenere denaro da utilizzare nel negozio poco distante. Fortunatamente non siamo costretti a rifare lo stesso tragitto decine e decine di volte (anche perché i viaggi sarebbero veramente troppo lunghi nelle fasi finali) grazie al ritorno di alcune tubature che fungono da checkpoint e che possono riportarci al paese di El Machino in un istante. E sebbene il meccanismo possa sembrare ripetitivo, è proprio la monotonia del gameplay il punto di forza della serie. Sembrerebbe un controsenso, ma il fatto di dover fare continuamente su e giù per mancanza di olio nella lanterna, acqua nel serbatoio (fondamentale nell’universo steampunk!) o perché nel nostro zaino non ci sta nemmeno più un sassolino, crea un vero e proprio mantra, così ipnotico e appagante che la voglia di tornare a scavare è irresistibile. Anche perché in questo secondo episodio c’è molta più carne al fuoco.