Cosa c’è di meglio (o di peggio) che godersi un bel titolo horror sotto le comode, calde (e bizzarramente misteriose) coperte del proprio letto? Forse niente, ma fino a ieri non potevamo esserne così certi. Sì, perché da ora è invece disponibile Don’t Know Twice, gioco dell’orrore per Nintendo Switch. Basato su racconti fiabeschi piuttosto inquietanti del nord europa, ha visto la luce originariamente per dispositivi VR (PlayStation VR, HTC Vive e Oculus Rift) per approdare ora nella versione prevista per l’ammiraglia made in Kyoto. Le origini sono chiaramente identificabili, soprattutto a causa della scelta di inquadratura e ad altre di interazione ambientale, per un risultato che, lo anticipiamo, offre il meglio di sé in modalità portatile, giocato nella chiusa atmosfera di un bel paio di cuffie. Ma entriamo più nello specifico. 

Don’t Knock Twice presenta un’avventura horror in prima persona, in qualche modo capace di richiamare alla memoria prodotti di un tempo che fu, dove il puntino al centro dello schermo indica il fuoco del punto di vista del nostro avatar; più realisticamente, questa scelta è direttamente mutuata dall’origine del gioco, fortemente improntata sull’esperienza tramite visori di realtà virtuale: il prodotto in questione infatti è uno dei primi esperimenti di adattamento alla Nintendo Switch di titoli immaginati per il VR, un concetto per molti affascinante soprattutto grazie alla fruibilità dei giochi per l’ammiraglia di Kyoto anche in modalità portatile. I movimenti sono affidati alle due leve analogiche, con quella sinistra dedicata allo spostamento nello spazio e quella destra incentrata invece sullo spostamento degli oggetti. Per chi abbia già avuto modo di provare titoli sviluppati per il VR, la natura un po’ macchinosa e robotica dello spostamento dell’avatar nello spazio e delle sue azioni primarie risulterà in qualche modo familiare, mentre per gli altri sembrerà quasi di tornare un po’ indietro nel tempo, a quelle produzioni per PC di svariati anni fa. Il risultato complessivo onestamente non è dei più riusciti e il fatto di controllare il tutto non schermati da un ingombrante ma affascinante visore, bensì tramite il semplice schermo (della TV o della console) non aiuta a immedesimarsi al massimo nell’avventura. Superata questa barriera, comunque piuttosto soggettiva, invece, il tono della produzione cattura, seppur nella sua semplicità d’esecuzione tecnica. 

Ambienti chiusi e di dimensioni claustrofobiche; rumori ambientali inquietanti; un sapiente utilizzo di piccoli, progressivi, allusivi ma inequivocabili indizi ambientali sparsi per il mondo di gioco ci trasportano piano piano all’interno di una situazione da incubo dove nei panni di una madre dal passato misterioso e segnato da un indicibile peccato dovremo fare tutto ciò che è in nostro potere per proteggere nostra figlia. Sì, perchè appare chiaro sin da subito che, nella magione di campagna all’interno della quale si svolge la vicenda, qualcosa non quadra. Nel bel mezzo di un temporale, l’intero complesso perderà l’uso della corrente, lasciandoci vagare alla luce di una flebile candela alla scoperta degli anfratti più oscuri della casa stessa, cercando di raggiungere la nostra prole, prima che “qualcosa” abbia la meglio. In una scoperta progressiva che non vogliamo anticipare troppo in questa sede, dovremo muoverci lungo corridoi e stanze, cortili e seminterrati alla ricerca di indizi che sappiano aiutarci a risolvere enigmi ambientali necessari per progredire sia nel disvelamento dell’arco narrativo che nella risoluzione del canovaccio di gioco. La nota dolente è che gran parte di questa esplorazione è molto guidata, tra porte chiuse che necessariamente guidano il nostro cammino e pseudo-indizi fini a sè stessi; la nota positiva è che in determinati frangenti saremo invece spinti (superate le primissime fasi di gioco) a spremere un po’ di più le meningi per arrivare alla soluzione dei puzzle necessari per il completamento di determinate fasi di gioco. In aggiunta, sottolineiamo con piacere lo studio degli ambienti in ottica di variazione disturbante, con piccoli ma inequivocabili cambiamenti, anche soltanto temporanei, sapientemente elaborati per dare un peso horrorifico al backtracking che caratterizza il gioco (spesso “chiuso” all’interno delle stesse aree della magione iniziale). Un insieme di cliché, ma che quantomeno in modalità portatile sanno farsi apprezzare per l’agitazione che sanno insinuare sotto la pelle del giocatore.