Combinare un buon gameplay e una trama convincente non è sempre facile, soprattutto se si basa il proprio stile su una verve comica surreale che richiede il giusto ritmo per fare presa sul giocatore. Il rischio è di concentrarsi solo su uno dei due aspetti, trascurando fatalmente l’altro e creando un disequilibrio che va a penalizzare la riuscita finale del gioco. Stick It to the Man riesce a bilanciare egregiamente i due elementi, rimanendo ben saldo alle sue idee di base e applicandole ad uno schema che, nonostante rischi di sfociare nel ripetitivo, offre sempre nuovi guizzi. Sebbene siano già parecchi anni che è in circolazione.

Il divertente titolo di Zoink nasce infatti già nel lontano 2013, arrivando anche su console Nintendo quasi tre anni fa su Wii U, prima piattaforma Nintendo che ha avuto il merito di aprirsi al panorama indie con ottimi successi. Cos’è cambiato, dunque, rispetto a qualche Natale fa? Sostanzialmente nulla, il che non è per forza un male, anzi. Ovvio che chi ci ha già giocato altrove potrebbe non avere molti incentivi a riprendere in mano le peripezie del protagonista Ray, cui succede di tutto un po’ a causa del suo essere duro di comprendonio, ma anche (bisogna ammetterlo) per parecchia sfortuna. La sua “emozionante” monotonia viene spezzata quando dal cielo uno strano oggetto volante non ben identificato gli piomba dritto in testa. Sul momento non sembrano esserci stati particolari danni (almeno non più di quanti già ce ne fossero prima), ma non passa molto tempo prima che il nostro anti-eroe si accorga di un lunghissimo braccio rosa spaghettoidale che gli sbuca dal cranio.

Senza andare troppo nello specifico per non svelare dettagli della trama, da quel momento inizia un vero calvario per Ray. Infatti, quello strano oggetto non ben identificato sembra essere un qualche esperimento top secret tanto affascinante, quanto potenzialmente pericoloso, anche se l’incolumità del protagonista sembra più che altro minata dalle intenzioni non propriamente pacifiche degli scagnozzi di The Man, un uomo misterioso e senza scrupoli pronto a compiere qualsiasi malefatta pur di recuperare il tesoro perduto. A Ray non resta quindi che scappare a gambe levate non tanto grazie al suo acume o alla sua agilità (entrambi ben al di sotto della media), ma piuttosto per gli speciali poteri conferitogli dallo strano spaghetto rosa. Con esso può infatti leggere i pensieri delle persone attorno a lui, le quali hanno spesso segreti che non possono essere pronunciati.

 

Gli sviluppatori hanno pensato ad una serie di scenari uno più folle degli altri, e non utilizzo l’aggettivo “folle” tanto per. Nonostante toni molto scanzonati e ironici, il leitmotiv del gioco è infatti il tema della pazzia, con tanto di cupo manicomio abitato da tutta una serie di pazienti affetti da disturbi psichiatrici di varia natura, da una imbalsamatrice seriale di poveri animali domestici a un aspirante capitano Ahab alla ricerca della prossima balena da arpionare. E anche al di fuori dell’istituto ci ritroviamo in scenari al limite, come un pover’uomo pronto ad impiccarsi per pene d’amore o il tentativo da parte di due mafiosi di insabbiare verità scomode (o forse sarebbe meglio dire “cementare sul fondo dell’oceano”). Ma come già detto, sebbene sulla carta ci sarebbe ben poco di cui gioire, il gioco è un continuo ridere della bassezza dei comportamenti umani, forse non sempre in maniera politicamente corretta, ma sicuramente d’effetto. Un plauso va sia alla scrittura dei dialoghi surreali (leggere la mente di un gabbiano costipato può aprire orizzonti inesplorati), sia al doppiaggio in inglese particolarmente centrato e ironico. Fortunatamente, il gioco è anche tradotto in italiano, quindi accessibile per chiunque.

In mezzo a tutte queste folli situazioni, il nostro compito è trovare una via d’uscita dal mare di problemi che ci inonda o, in alternativa, aiutare a risolvere quelli degli altri. Spesso la chiave sta nel consegnare loro un qualche oggetto di cui hanno bisogno, come un nuovo sorriso smagliante per riconquistare la propria dolce metà, una bombola d’elio per far tacere quel pallone gonfiato del proprio padre o un turbante da fattucchiera per mettersi in contatto con l’aldilà. Il fulcro del gameplay sta nel braccio fluttuante che ci sbuca dalla testa e che può essere mosso con lo stick analogico destro. A seconda del tasto dorsale premuto, possiamo utilizzarlo per leggere i pensieri altrui o come prolunga per afferrare tutta una serie di oggetti. L’azione si svolge in 2.5D, con la maggior parte dei movimenti da effettuare come in un classico platform a scorrimento laterale. E a sottolineare ancora di più questa bidimensionalità, l’intero paesaggio è costruito come un libro pop-up, con il cartone a farla da padrone (con tanto di strato ondulato tipico del materiale ancora riconoscibile). Eppure, grazie allo stile unico degli artisti di Zoink, personaggi e scenari sono più vivi che mai.

A richiamare la mancanza di tridimensionalità, gli oggetti da raccogliere non sono nient’altro che adesivi da staccare e riattaccare per tutto il livello. In questo mondo è infatti sufficiente pensare una cosa (con tanto di nuvoletta) per renderla reale a tutti gli effetti con l’intervento dello spaghetto rosa. Ciò richiama il titolo stesso del gioco: to stick significa infatti incollare, attaccare, ma anche “conficcare”, alludendo così implicitamente a cosa vorremmo fare al boss The Man (e non fatemi dire oltre, ché io sono un signore). Gli enigmi richiedono quindi l’esplorazione dei livelli nei quali sono presenti tanti buffi personaggi da conoscere, la raccolta di adesivi in ogni dove e il loro successivo ricollocamento per innescare reazioni a catena spassose e imprevedibili. I comandi sono perfetti, come già lo erano su Wii U, e sebbene potrebbe sembrare poco intuitivo dover utilizzare due stick e due grilletti, il risultato finale è molto pratico.

Per completare il gioco sono necessarie intorno alle 5 ore, che potrebbero sembrare poche, ma che in realtà sono la durata ideale per non dare a noia le meccaniche di gioco. L’idea è infatti geniale e divertente da mettere in pratica, ma una volta raggiunti i titoli di coda è probabile che ci si renda conto che altri livelli sarebbero potuti essere di troppo. Per spezzare un po’ la ripetitività, gli sviluppatori hanno anche pensato (azzeccandoci) di inserire alcune fasi più propriamente platform nelle quali dobbiamo scappare dagli agenti di The Man. Come buona parte dei personaggi del gioco, essi non brillano però per astuzia e grazie alle nostre doti stealth e alle abilità del braccio-spaghetto, non dovrebbe essere troppo frustrante evitare di finire nei guai (benché sul finire alcune sezioni richiedano un tempismo e una reattività non indifferenti).

Dunque, dopo 3 anni dall’ultima capatina su console Nintendo, Stick It to The Man si conferma un titolo creativo, ben pensato e ben eseguito. Lo stile degli sviluppatori e il loro umorismo sardonico funzionano a meraviglia (anche in modalità portatile), così come anche una colonna sonora calzante alla perfezione. In attesa dell’inedito e promettente Flipping Death, presto in arrivo sempre su Switch, a chi non ha ancora avuto il piacere di farlo, non posso che consigliare di fare un bel tuffo nella follia.

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