Detention

La realtà sa essere ancora più spaventosa della finzione. Così come la sua punizione...

Metto subito le mani avanti: gli horror non sono fatti per me. O io non sono fatto per gli horror… Com’è come non è, mettermi in mano un gioco con mostri, zombie e creature demoniache è uno dei metodi più facili e immediati per farmi spegnere immediatamente la console e/o farmi rischiare un attacco di cuore. A questo punto vi sarete fatti un’idea di come mi sentissi ad avviare Detention, titolo creato e pubblicato da Red Candle nel 2017 su diversi dispositivi e arrivato anche su Switch. Ha senso questo arrivo tardivo? Ma soprattutto, sarò sopravvissuto al gioco? Oppure questa recensione è stata scritta dal mio spirito dall’aldilà? Scopriamolo assieme!

Partiamo subito col dire che si tratta di un horror-game in 2D, sottogenere che si vede spesso nelle produzioni indipendenti, spesso associato a pixel art o altre trovate nostalgicamente retrò. La prima cosa che invece colpisce del gioco è la sua semi-bicromia, quasi un bianco-e-nero da film muto (o da foto sbiadite), seguita immediatamente dai personaggi: diafani, quasi cadaverici nel candore estremo della pelle, e caratterizzati da movimenti scattosi e meccanici. Insomma, anche se non sapessimo che si tratti di un horror, basterebbe vedere i protagonisti per capirlo. Nelle prime sequenze impersoniamo Wei, un ragazzino delle medie che, addormentatosi sul banco di scuola, si risveglia completamente solo e con un violento temporale fuori dalle finestre. Vagando nell’edificio incontra una compagna di classe, Ray, con la quale scopre che la scuola è stata evacuata per l’arrivo imminente di un tifone. Nel tentativo di tornare a casa, scoprono che l’unico ponte percorribile è crollato a causa della piena del fiume, minacciosamente colorato di rosso, che si staglia con tutta la sua violenza sull’alternarsi acromatico di bianco e nero.

Questo è il prologo che dà il via alla storia, che in realtà comincia davvero quando vestiamo i panni di Ray, dopo che inspiegabili fenomeni hanno portato la coppia a dividersi (per sempre…). Inizia così il tentativo disperato di mettersi in salvo e scappare dalla scuola. Ammetto di aver pensato: “Eccallà! L’ennesimo horror con una ragazzina bloccata in una scuola infestata da entità oscure pronte a divorarla al primo passo falso”. In effetti, i primi due capitoli (di tre) sembrano ripercorrere i topoi del genere senza particolari guizzi creativi. Corridoi da percorrere, aule da esplorare e terribili mostri da evitare. Ah sì, perché ovviamente la scuola è tappezzata di spiriti maligni ben poco amichevoli. Tuttavia, non dobbiamo combattere contro di loro muniti di spade, fucili o macchine fotografiche, bensì potremo solo scappare. Se da un lato potrebbe sembrare un fattore limitante, in realtà questo meccanismo si incastra perfettamente nella struttura puzzle del titolo.

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Essendo il gioco ambientato a Taiwan, queste entità ultraterrene sono prese dalla religione taoista e sono raccontate da alcune pagine sparse qua e là che ne descrivono l’origine come in un manuale per bambini. Ad esempio, scopriamo che per non venire scoperti dagli spiriti minori, è sufficiente trattenere il respiro: premendo un tasto dorsale si può mettere una mano davanti alla bocca, per proseguire indenni. Ma come è naturale che sia, se si rimane in apnea per troppo tempo la vista si offusca, le orecchie iniziano a fischiare e si è infine costretti a riprender fiato. Questo significa che è necessario studiare i movimenti dei mostri e muoversi con il giusto tempismo per evitare di rimanere a corto di ossigeno proprio davanti alle fauci dello spirito del folklore tradizionale. Un “sistema di combattimento” davvero inusuale, che non propone grosse variazioni nel proseguo dell’avventura, ma che proietta il giocatore in mezzo a quei corridoi.

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