Prendendo in considerazione il panorama videoludico indipendente, il genere che oggigiorno la fa veramente da padrone è senza alcun dubbio quella dei giochi roguelike. Il termine, spesso usato anche in maniera impropria, non può mancare in un gioco d’azione che si rispetti. Se non si è percepita la mia ironia fino a questo punto, immaginate quando le meccaniche roguelike vengono applicate al genere dei fps (sparatutto in prima persona). Diciamo che questa recensione non partiva esattamente con il piede giusto. Eppure, forse aiutato anche dalle aspettative non propriamente altissime, Polygod mi ha sorpreso in maniera positiva, per poi deludermi di nuovo sul più bello. Ma partiamo da cosa mi è piaciuto.

Innanzitutto, ad avermi colpito immediatamente è la colonna sonora. Magari non è l’elemento fondamentale in uno shooter roguelike, ma le musiche fra ambient ed elettronica creano un’atmosfera particolare: rilassata nei momenti di quiete, per passare a ritmi improvvisamente più sincopati nei momenti di combattimento con le diverse creature. Perché ovviamente ci sono parecchi mostri a cui dover sparare. Inizialmente, come in ogni roguelike, l’arma a nostra disposizione è davvero molto basica, mentre i nemici non tardano ad essere anche parecchio insistenti. Fortunatamente eliminandoli si ottengono anime da utilizzare per acquistare potenziamenti (denominati blessing, “benedizioni”) grazie ai quali migliorare la potenza di fuoco del proprio fucile, la frequenza di colpi, la tipologia di proiettili, la capacità di salto e altro ancora. Ci sono due aspetti interessanti in questa meccanica: il primo è il fatto che questi power-up vengano offerti in corrispondenza di alcuni altari presso i quali possiamo scegliere fra tre diversi potenziamenti, il che significa che potremmo non essere interessati a nessuno di questi oppure essere costretti a sceglierne solo uno, nella speranza di ritrovare più avanti quello che abbiamo scartato.

Risultati immagini per polygodIl secondo aspetto invece riguarda la natura di queste “benedizioni”. La maggior parte, infatti, si basa sul principio dello scambio equivalente: se vuoi più punti vita allora devi dare in cambio parte della tua rapidità di movimento; se vuoi aumentare i danni d’attacco allora devi accontentarti di un minor numero di colpi al secondo. Ciò permette di personalizzare il proprio avatar secondo le caratteristiche di ogni giocatore, puntando maggiormente su abilità difensive o molto aggressive (persino potenzialmente auto-distruttive): ad esempio, per i miei gusti, il mio personaggio si muove fin troppo velocemente, quindi sono sempre ben contento di scambiare un po’ di rapidità con altri parametri a me più utili. Inoltre, questi power-up sono cumulabili, il che vuol dire che possiamo avere un singolo proiettile potentissimo (per chi è fiducioso della propria precisione) oppure una tripletta di colpi che esplodono a grappolo dopo essere diventati delle bolle più lente ma che provocano danni in tutta la zona in cui scoppiano.

E se c’è una cosa importantissima da fare è proprio potenziare abbastanza la propria arma. Il gioco, infatti, è terribilmente difficile, senza se e senza ma. I primi tentativi sono davvero di grande impatto, con oltre 35 tipologie di nemici, molti dei quali incredibilmente aggressivi. Nella loro spietatezza, gli sviluppatori non hanno inserito alcuna possibilità di regolazione del livello di difficoltà, posizionando l’asticella ad un’altezza che per alcuni potrebbe davvero risultare troppo alta. Per il sottoscritto le primissime volte sono state una carneficina senza pietà, incapace di arrivare nemmeno ad uno dei due portali che conducono al boss di fine livello (di diversa difficoltà a seconda del portale scelto). E anche dopo essere giunto disperatamente al primo boss, la sconfitta non è stata meno impietosa. Eppure, tentando e ritentando, notavo come riuscissi a proseguire sempre un po’ più in là nell’avventura, magari anche perché aiutato da una selezione particolarmente agevole. Infatti, sempre in piena filosofia roguelike, la struttura dei livelli è generata casualmente, ma con un meccanismo interessante.

 

E’ stato implementato un sistema di seed, ovvero di codici che identificano in maniera univoca una determinata partita: rigiocando lo stesso seed, i livelli saranno strutturati nella stessa identica maniera. Il vantaggio di questa impostazione è sicuramente la varietà di situazioni in cui possiamo capitare, pur tenendo in conto che le tipologie di nemici e l’estetica dei livelli rimarranno comunque immutati. Inoltre, nel caso ci trovassimo particolarmente bene durante una run, è anche possibile salvare il seed per poterlo rigiocare più volte, senza essere costretti a ricopiare codici chilometrici o rimanere in balia della selezione casuale. Tuttavia, ci sono anche alcune controindicazioni da considerare: in primis, se si è sfortunati con i potenziamenti, la difficoltà vertiginosa del gioco non lascia prigionieri, mettendo in campo anche un fattore “fortuna” a volte quasi insormontabile. In secondo luogo, questo può essere un problema per gli speedrunner: il gioco sembra infatti pensato per permettere ai giocatori più esperti di cimentarsi in vere e proprie imprese a cronometro (considerando anche la presenza di “solo” 7 livelli e 7 boss), ma la natura casuale potrebbe essere un potenziale ostacolo, anche se facilmente superabile attraverso l’ottima gestione dei seed.