Esiste un micromondo di videogiochi ispirato alle atmosfere hip hop (e dintorni): senza scomodare titoli che pescano nel lato più torbido e malfamato spesso associato al genere, ci sono giochi come Jet Set Radio e PaRappa The Rapper, oppure Floor Kids (disponibile anche su Switch). Se proprio volessimo fare un confronto, piuttosto che ai due titoli più musicali, Hover potrebbe somigliare di più al primo della lista, ma non si accontenta di riproporre una formula già vista arricchendo l’immaginario della vita di strada con ambientazioni e meccaniche personali.

L’azione si svolge a ECP17, una città iper-tecnologica situata in un punto imprecisato dell’universo. L’ambientazione è ovviamente futuristica, ma l’ispirazione al mondo hip hop è evidente, ad esempio nella divisione della città in diverse aree, ognuna caratterizzata da edifici e abitanti differenti a seconda del livello di benessere: ad alti grattacieli illuminati con insegne al neon e ologrammi colorati si contrappone quindi una zona più degradata con rifiuti, baracche e tipi decisamente più sospetti. Il mondo di gioco rappresenta sicuramente il punto di forza del gioco, proponendo quello che a conti fatti può essere considerato un vero e proprio open world. Senza spingerci a livelli illustri à la BreathRisultati immagini per hover video game of the Wild (si tratta pur sempre di una produzione indie), la città è decisamente vasta, tanto che dopo diverse ore di gioco ho scoperto di non essere mai stato in determinati quartieri. Inizialmente si ha persino un senso di spaesamento mentre si esplora il mondo di gioco che si sviluppa sia in orizzontale, sia in verticale.

Fortunatamente il nostro personaggio è dotato di uno scanner con il quale poter visualizzare gli obiettivi principali nelle vicinanze (ma anche un po’ più in là), quindi la difficoltà nell’orientamento vengono supplite da questo accessorio. La strumentazione tecnologica è ovviamente dovuta all’ambientazione futuristica scelta, ma il suo possesso deriva dalla nostra appartenenza ad un gruppo di ribelli denominati Gamers. La città in cui viviamo è infatti sotto la dittatura del Grande Amministratore il quale, nonostante gli accordi vigenti nell’Unione Galattica, ha deciso di promulgare delle leggi con le quali viene bandito il divertimento: non si può ridere, giocare, correre, saltare e tante altre attività da intrattenimento. Essendo un gruppo di ribelli, ovviamente non sottostiamo a queste limitazioni e decidiamo di organizzare un colpo di stato per restaurare la normalità. La trama si fa seguire, anche se alla lunga si ha la tentazione di liquidare i tanti dialoghi in inglese e scritti piccoli per tornare velocemente all’azione.

 

Le meccaniche di base sono infatti incentrate sul parkour, ovvero l’esplorazione del paesaggio urbano eseguendo acrobazie tanto scenografiche, quanto spericolate. Pur basandosi su movimenti reali, il concetto viene sviluppato all’ennesima potenza raggiungendo risultati meno realistici ma altamente spettacolari. Con la pressione di un unico tasto, a seconda della situazione in cui si attiva l’acrobazia, si possono eseguire trick aerei, scivolate su cornicioni e binari (grinding) come se fossimo dotati di skateboard o persino correre lungo le pareti. Ad ogni azione è assegnato un punteggio che cresce man mano che si ottengono combo sempre più complesse e che permettono di recuperare energia per continuare la sfilza di mosse. Inizialmente può sembrare davvero troppo gestire tutto quanto, ma la pratica e una progressione ben riuscita delle missioni aiutano a padroneggiare le diverse tecniche. Muoversi in giro per la città diventa così via via sempre più facile, anche grazie ad alcuni chip di potenziamento che permettono di aumentare le statistiche di alcuni parametri (velocità, salto, energia, scivolata…). Nelle prime fasi l’esplorazione può risultare faticosa a causa delle capacità limitate del personaggio, ma dopo qualche ora la verticalità degli ambienti non spaventa più, anzi, scalare gli edifici diventa l’aspetto che regala più soddisfazioni.