Perché intitolare un gioco in maniera normale quando lo si può chiamare Super Blackjack Battle 2 Turbo Edition – The Card Warriors? Già questo aspetto rende piuttosto evidente l’ironia che pervade ogni schermata del gioco, così come anche la sua fonte di ispirazione principale. Agli appassionati di picchiaduro non sarà infatti sfuggito il richiamo a Street Fighters, serie cult del genere che negli anni non si è tirata indietro quando c’era da trovare nomi assurdi per i suoi episodi. Ovviamente, la citazione ha volutamente un intento parodistico, prendendo in prestito le atmosfere della serie di Capcom e adattandole invece ad un gioco di carte. Le premesse potrebbero sembrare promettenti, o comunque simpatiche. Ecco, toglietevelo immediatamente dalla testa, dato che il risultato finale non solo è un gioco grezzo, ma soprattutto rozzo.

Partiamo però dalle cose che funzionano. Lo stile grafico è sicuramente accattivante, richiamando l’universo arcade dei cabinati degli anni ’90. Così come anche le musiche: sembra di essere tornati indietro di vent’anni, nel periodo di massimo splendore per le sale giochi. L’ispirazione a Street Fighters è palese e volutamente esagerata a fini comici, strappando inizialmente più di un sorriso. Anche l‘impianto della modalità campagna è talmente ridicola da essere geniale: dopo aver scelto uno della dozzina di personaggi disponibili (ognuno con la propria nazionalità di provenienza), ci compare davanti una mappa con le diverse tappe da compiere, alle quali corrispondono gli scontri con gli altri avversari. Insomma, ancora una volta sembra di essere in compagnia di Ryu o Blanka, solo che il vincitore non è deciso a suon di cazzotti, ma a suon di blackjack.

Ma è proprio addentrandosi nelle fasi di gioco che ci si rende conto che a tutta questa cornice originale non corrisponde una solidità in termini di gameplay. Partiamo dalle basi, anzi, purtroppo non si può, dato che il gioco (pur essendo tradotto in italiano) non spiega assolutamente quali siano le regole del blackjack, dando per scontato che chiunque le conosca. Nel caso non foste frequentatori del tavolo verde, è la versione da casinò del nostrano sette e mezzo, solo con le carte francesi da poker e con il punteggio da raggiungere fissato a 21. Il valore delle carte corrisponde al numero su di esso, tranne per le figure che valgono 10 e l‘asso, che può valere sia 1 che 11 a discrezione del giocatore. All’inizio di ogni turno, ciascun giocatore fa una puntata, al seguito della riceve due carte scoperte dal mazziere, con la possibilità di chiederne altre per raggiungere un punteggio più vicino possibile al 21, senza però superarlo. Al termine del giro, anche il dealer fa lo stesso, con l’obbligo però di fermarsi nel caso raggiunga un valore maggiore o uguale a 17. A questo punto, il banco deve confrontare il suo punteggio con quello di ciascun giocatore, pagando chi ha ottenuto un punteggio maggiore (senza sballare) e incassando da chi invece ha un valore minore.

 

Il gioco non spiega nulla di tutto ciò, lasciando a noi il compito di informarci e dando per scontato che se acquistiamo il gioco allora siamo già tutti dei grandi esperti. E se è possibile che comunque le regole base siano note ai più, ci sono diverse altre opzioni e combinazioni più avanzate di più oscura comprensione, come la possibilità di splittare la mano in caso di coppia dello stesso valore, di raddoppiare la puntata in corso d’opera oppure acquistare un’assicurazione in caso di potenziale blackjack del croupier. Non che volessi tutorial approfonditi per spiegare ogni singola dinamica, ma almeno un paio di schermate con le regole sarebbero state gradite, senza delegare il compito di ricerca agli utenti.

Per quanto riguarda le modalità di gioco, ammetto che è difficile poter immaginare declinazioni del blackjack tanto distanti dall’originale, quindi la presenza solamente della modalità “avventura” e multigiocatore non è da biasimare, peccato però che non manchino alcune pecche. In primis, la modalità per più giocatori è solo in locale ed è esclusa qualsiasi funzionalità online, comprese classifiche o declinazioni varie. E sebbene sia possibile giocare fino a 4 in contemporanea utilizzando anche solo un Joy-Con, scopriamo poi che l’ordine di gioco non cambia, con lo stesso giocatore a cominciare ogni mano, ritrovandosi così in una condizione di svantaggio rispetto ai suoi avversari. Se si può chiudere un occhio davanti al resto, questo è veramente una mancanza incomprensibile che rispecchia a pieno come gli sviluppatori si siano voluto accontentare del minimo sindacabile. Anche la modalità per giocatore singolo, pur divertente nella sua struttura a tappe, diventa ben presto ripetitiva. La dozzina di personaggi disponibili sono infatti completamente identici, senza abilità o caratteristiche che li differenzino, sia quando impersonati da una persona reale, sia quando controllati dal computer. L’unica variante sono i dialoghi a fine partita, data la diversa indole di ogni personaggio. Ma purtroppo, ecco che compare il difetto maggiore (almeno dal mio punto di vista).

 

Quando infatti siamo a casa dello sfidante colombiano, notiamo che il tavolo da gioco è ricoperto in più punti da una polvere bianca di dubbia natura; oppure quando voliamo in Sud Africa, ad attenderci c’è un tavolo con bambolina vudù e con all’entrata un manipolo di guardie con fucile in mano. Oppure, il personaggio australiano, rappresentato come il “tipico” surfista biondo a caccia di curve (e non sono i profili delle onde), dopo aver vinto un partita contro un avversario di sesso femminile, se ne esce con questa battuta: “Un’onda è un po’ come una bella donna: sarà anche meravigliosa da vedere, ma il bello viene quando la cavalchi”. Mi scuso per il linguaggio non consono a persone civili, ma non me la sentivo di censurare una frase che invece aiuta a capire quanto fuori contesto possa essere questa ironia che di divertente ha ben poco. Ognuno poi è libero ovviamente di valutare secondo i criteri che preferisce, ma un gioco che promuove certi stereotipi e messaggi negativi avulsi da ogni contesto, senza inserirli in una cornice adeguata, ma buttandoli così nel nome dell’intento parodistico, per me non può meritare la sufficienza. Anche considerato che dietro alla piacevole grafica da cabinato, si nasconde un prodotto non solo con grevi battute, ma anche con gravi pecche.

1 commento

  1. Viste le premesse mi aspettavo qualcosa di meglio. Magari che ci fossero dei “poteri speciali” che i diversi personaggi potessero utilizzare all’occorrenza o, visto che il gioco non è molto politically correct, anche la possibilità di barare, corrompere il croupier, tirare fuori carte dalla manica…
    Peccato perché le citazioni a Street Fighters sembrano deliziose.