Nippon Ichi Software non si ferma più e, dopo i suoi numerosi giochi di ruolo, arriva ora su Switch con un progetto diverso. Trattasi di Yomawari: The Long Night Collection, bundle dei due episodi della curiosa seria giapponese precedentemente uscita su ecosistema PlayStation. Sull’ammiraglia ibrida della casa di Kyoto arrivano assieme entrambi i titoli, per diverse ore di…divertimento? No, diremmo piuttosto di paura! Ma procediamo con calma…anche perchè altrimenti i mostri della notte potrebbero sentirci!

Il gioco in questa versione offre un doppio succulento pasto per le gole assetate di orrore dei possessori di Switch, avendo al suo interno sia Yomowari: Night Alone che il seguito Yomowari: The Midnight Shadows. Le due produzioni sono molto affini tra loro, pur non potendoli esattamente considerare seguiti diretti l’uno dell’altro, avendo archi narrativi similari, ma non propriamente contigui; entrambi condividono la stessa impostazione grafica, stilistica nonché ludica, per un pacchetto che apparirà soddisfacente non solo per la longevità garantita, ma anche per la coerenza interna all’esperienza di gioco distribuita da Nippon Ichi Software. Insomma, per chi restasse ammaliato dalla fresca originalità data da un approccio particolare al genere survival horror, ci sarà di che godere.

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Entrambi i titoli presentano una visuale isometrica, a volo d’uccello ma posizionata di tre quarti, mettendo in scena tipiche aree urbane o rurali del Giappone contemporaneo: la direzione artistica è particolare, stridente con le tematiche e le atmosfere presentate, avendo come protagonisti personaggi super deformed e piuttosto “cute” nelle proporzioni e nelle loro caratteristiche estetiche. Ma attenzione: come detto, l’effetto non è assolutamente bambinesco, grazie a una direzione artistica sia visiva che sonora capace al contrario di procurare più di uno shock al giocatore proprio grazie alla crudezza disturbante di numerose scene di gioco nettamente in contrapposizione con l’iniziale impressione “kid oriented”. Il tutto già a partire dalla scena introduttiva del primo capitolo, capace di settare sin da subito il tenore della produzione su binari di spavento non indifferenti, per poi continuare a mantenere questo approccio d’ansia per tutto il corso dell’opera. Anzi, delle opere, replicando sia l’apertura shock che il senso di apprensione anche nel secondo episodio.