Le ragioni che spingono a dedicarsi ai videogiochi possono essere delle più disperate: per divertirsi, per trovare qualcosa di rilassante e staccare la spina, per emozionarsi, per la sensazione che si ha ogni volta che si comincia una nuova avventura. E poi ci sono quelli che invece trovano godimento nel superare sfide impossibili al limite dell’umano: tipo che si narra che solo una persona al mondo sia stata in grado di superare quel “livello maledetto”, mentre degli altri che ci hanno provato non se n’è più saputo nulla. Insomma, tutta quella categoria di giochi per la quale è stata coniata l’espressione rage quit, ovvero l’atto di abbandonare il gioco furiosamente dopo essere stati portati allo stremo delle proprie capacità psichiche di autocontrollo (solitamente corredato da tastiere distrutte o controller conficcati nello schermo LCD del proprio televisore). Se rientrate anche voi in questa classe di giocatori al limite del patologico, Rage in Peace è il pane che aspettavate per i vostri denti. E per tutti gli altri? Forse c’è qualcosa che può interessare anche i più sentimentali.

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Il protagonista di questo bizzarro gioco è Timmy Malinu, un ragazzo normalissimo, con un lavoro da impiegato normalissimo, che vive una vita normalissima: il tipico esempio di persona che rischi di perdere in mezzo a una folla. In una giornata avviatasi come più ordinaria che mai, sopraggiunge la Morte con tanto di falce che annuncia al povero Timmy che il giorno della sua dipartita è giunto. La rivelazione non sembra turbarlo particolarmente, anche se è un po’ dispiaciuto di non poter esaudire il suo più grande sogno: morire nel sonno, nel calore del suo letto in pigiama. Mossa da non si sa quale motivo, la cupa mietitrice gli concede la possibilità di esaudire il suo più grande desiderio e spirare nella tranquillità della sua casa. Vi aspettate dunque una semplice passeggiata di salute per arrivare sotto alle coperte? E invece no, perché vi assicuro che di morti truculente ne vedrete parecchie.

screenshot1.pngLa via del ritorno è infatti costellata delle più crudeli trappole, pronte a scattare per far ruzzolare via inevitabilmente la testa a forma di marshmallow del protagonista. Ma non aspettatevi solo i classici tranelli come frecce acuminate, stalattiti acuminate e tutta una selezione di oggetti acuminati, perché di roba strana capace di uccidere ce n’è a bizzeffe: statue moai sullo skateboard pronte ad investirvi, posate giganti dell’antico Egitto che vogliono infilzarvi, spiriti demoniaci capaci di maledirvi e giustiziarvi sul posto, squali che saltano fuori da pozzanghere di dimensioni oggettivamente troppo ristrette per contenerli, ma non per questo meno volenterosi di sbranarvi. Gli sviluppatori si sono lasciati sicuramente prendere la mano, ma in effetti l’effetto comico è riuscito. Nonostante l’evento di fondo non propriamente allegro, l’intero gioco è pervaso da una sottile ironia che aiuta a stemperare l’atmosfera, facendola virare nettamente verso un clima disteso e giocoso. Non per nulla, nelle schermate di caricamento, vengono mostrati a rotazione i seguenti pro tip: don’t die, stay alive, memento mori. Anche l’estetica tutto sommato pucciosa e caruccia, con tonalità spesso viranti verso colori pastello, trasmette un senso di tranquilla serenità.

screenshot8.pngPeccato che ci sia moto meno da ridere quando le cose si fanno serie. L’aspetto che rende davvero letali le trappole è il fatto che non siano visibili mentre corriamo lungo i livelli a scorrimento laterale, bensì compaiono dal nulla senza preavviso, con millisecondi di tempo per poter reagire e scampare la morte. Il risultato è che praticamente impossibile predire da dove e quando la morte arriverà. Inizialmente, nella mia ingenuità, tentavo di capire in anticipo il tranello successivo, ma dopo la decima palla chiodata ho capito che è inutile provarci e che l’approccio migliore è quello del cosiddetto trial & error, ovvero “prova e sbaglia”. In maniera spietata, gli sviluppatori giocano con le nostre aspettative, variando continuamente lo schema di approdi sicuri e appoggi letali.

Esempio pratico del primo livello ambientato nell’ufficio: c’è una pozzanghera in mezzo al corridoio e penso: “Cosa potrebbe mai capitarmi?”. Appena appoggiato il piede sopra, ecco comparire i sopracitati spuntoni acuminati che mi fanno ruzzolare via la testa. Ci riprovo, questa volta saltando ovviamente la trappola, ma pochi passi più avanti c’è un’altra pozzanghera: conscio del pericolo appena scampato, mi accingo a saltare la pozza d’acqua, quando mi vedo pendere addosso dal nulla una palla chiodata che mi fa ruzzolare via la testa. Ci riprovo un’altra volta: salto la prima pozzanghera, passo sotto alla palla Immagine correlatachiodata, ma pochi metri più in là mi cade addosso una lampada al neon appesa al soffitto che, ça va sans dire, mi colpisce in pieno facendomi ruzzolare via la testa. Ok, questa è la volta buona: pozzanghera sopra, palla chiodata sotto, neon immobile, ho quasi superato il primo corridoio quando da un computer sullo sfondo, identico alla decina che ho già superato, compare un demone giapponese che, per l’ennesima volta, mi fa ruzzolare via la testa.