Dopo altri esperimenti similari, anche Gameloft sbarca su Switch: il mondo mobile senza dubbio sta iniziando a guardare con sempre più interesse alla piattaforma eShop della console ibrida di Nintendo, vuoi per il suo ormai innegabile successo, vuoi per la natura anche portatile del device di riferimento. Ed ecco quindi ora arrivare anche Modern Combat Blackout, come detto mutuato dal cellulare. Uno sparatutto a metà strada tra l’arcade e l’esperienza più “casalinga”, teoricamente piuttosto adatto all’hardware della casa di Kyoto. Sarà così? Scopriamolo insieme.

Il gioco in questione è uno sparatutto in prima persona, dall’approccio semi realistico sia sotto il versante grafico che per quanto concerne il profilo narrativo; le prime aree di gioco, tanto per dire, sono ambientate a Venezia, in un futuro prossimo in cui le organizzazioni di pace internazionali sono sempre più espanse ed invasive, nonché ovviamente…corrotte. Facendo parte di un gruppo speciale di combattenti d’élite ci ritroveremo al centro di questioni delicate, fatte di inganni e doppio gioco, in un quadro al contempo sia banale che complesso, con in palio il destino della pace mondiale. Con situazioni e armamentari al di sopra delle righe, il titolo viaggia sul filo del rasoio tra verosimiglianza e assurdità tipico dei così detti “B-Movie” d’azione. Elemento in comune, per altro, anche con produzioni videoludiche dai budget holliwoodiani come Call of Duty, a guardar bene…

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Le situazioni di gioco sono tra le più tipiche per produzioni di questo stampo, con numerosi momenti di sparatorie e coperture, esplorazioni gestite a suoni di proiettili alternate a frangenti più movimentati dove prenderemo il controllo di equipaggiamenti variegati per brevi parentesi di varietà (come quando padroneggeremo torrette anti aeree, mitragliatrici a bordo di imbarcazioni, e via dicendo). Il ritmo è piuttosto frenetico, anche grazie alle dimensioni piuttosto ridotte delle aree di gioco che permetteranno di superare i diversi quadri in archi di tempo piuttosto brevi. La divisione a missioni offre un netto sapore “arcade”, per altro spalleggiato anche dall’impostazione e dalla struttura dei livelli stessi, spesso e volentieri capace di trasmettere la sensazione “su binari” tipica di un Time Crisis, più che di un “Battlefield”: vuoi per la tendenza dei nemici ad arrivare a ondate, vuoi per la brevità degli scambi a fuoco, vuoi per una sorta di “auto-mira” (disattivabile) capace di guidare per mano il fruitore più occasionale. Senza dimenticare la scarsa serietà di situazioni sopra accennata, chiaramente di stampo “mordi&fuggi” e lontana dal presunto anelito narrativo di altri videogiochi.