Ci sono sempre insidie dietro l’angolo quando si crea il sequel di un gioco, soprattutto quando si cerca di portare novità rilevanti per giustificare un nuovo capitolo, ma sempre rispettando le atmosfere respirate in precedenza. Ottenere un buon equilibrio fra queste due componenti non è immediato, e lo è ancora di meno quando il gioco originale ha una forte identità. E’ il caso di Unravel Two, chiamato a bissare la qualità espressa dal suo predecessore che nel 2016 era riuscito ad incantare grazie all’ottimo lavoro svolto dallo sviluppatore indipendente Coldwood Interactive (e da Electronic Arts in veste di publisher).

Per chi non avesse avuto modo di provare il primo episodio, il protagonista è Yarny, uno dei personaggi più adorabili che possiate mai impersonare in un videogioco. Come il nome lascia ad intendere, si tratta di una bambola composto da filo di lana arrotolato su se stesso a formare fattezze simil-umane, anche se della statura di due mele o poco più. Non si tratta però solo di una scelta stilistica, dato che la particolare fisionomia è fulcro del gameplay stesso. Yarny è infatti capace di utilizzare il filo di cui è costituito come lazo per aggrapparsi ad appigli (preventivamente segnalati con dello spago colorato), dondolare su di essi e raggiungere posizioni altrimenti irraggiungibili. Si possono creare anche dei ponti sospesi collegando due ganci fra loro, utilizzabili eventualmente come trampolini per spiccare salti di altezza notevole.

Ma ora stiamo a giocando ad Unravel Two e quindi, come rimarcato nell’introduzione, è necessario introdurre qualche elemento di novità. Gli sviluppatori alludono a questa aggiunta già nel titolo stesso, quando al numerico 2 preferiscono utilizzare la parola “Two” per esteso. La dualità è infatti una componente fondamentale di questo nuovo episodio, dato che a destreggiarsi fra mille ostacoli ci sono ora due Yarny. Anzi, è proprio la loro interazione che permette di superare scogli impossibili da affrontare singolarmente. Ad esempio, uno Yarny può dondolare sulla sua liana di corda anche senza un fissaggio cui agganciarsi facendo affidamento sul suo compagno che regge il capo opposto del filo, fungendo esso stesso da perno. Oppure, mentre uno attiva una leva meccanica con il suo peso, l’altro può approfittare dei congegni attivati per proseguire e aiutare l’amico in un secondo momento.

Ma quindi si hanno due fili distinti, uno per ogni Yarny? No, ed è proprio qui la svolta. A seguito di una tempesta in mare, i due personaggi si trovano naufraghi in una foresta che non conoscono. Durante la burrasca, il loro filo si è però tragicamente spezzato privandoli dell’unico mezzo a loro disposizione per salvarsi. Tuttavia, avvicinando le terminazioni recise, magicamente i loro fili si uniscono in un’esplosione luminosa, collegandoli indissolubilmente tra loro. Benché questo legame consenta di sfruttare l’unione dei loro corpi, la lunghezza del filo è comunque limitato ed alcuni enigmi giocano proprio su questo fattore: bisogna trovare la sequenza di movimenti che minimizzi la distanza fra i due per non ritrovarsi ad un passo dalla piattaforma di arrivo senza sufficiente corda per proseguire, il che a volte richiede passaggi supplementari a metà percorso per ridurre l’ingarbugliamento di fili senza perdere la posizione guadagnata.

Ed è proprio in queste sezioni più ragionate che il gioco dà il meglio di sé, privilegiando un approccio puzzle ad una componente platform che inizialmente è appagante ma che alla lunga rischia di diventare ripetitiva. Da questo punto di vista, un problema è il fatto che il lungo tutorial iniziale, per quanto ben integrato, presenti fin dalle prime battute molte delle dinamiche presenti lungo tutto il gioco, riservando poche novità nel prosieguo dell’avventura. L’aggiunta di nemici ombra da evitare non rinvitalisce un comparto platform a tratti macchinoso e statico (soprattutto nelle sezioni centrali) nelle 3-4 ore necessarie per giungere ai titoli di coda.