Se i comandi non sono il massimo, il level design propone invece delle trovate interessanti, soprattutto una volta superati i primi livelli che servono a far ambientare il giocatore. Ogni pianeta raccoglie 6 livelli con ambientazioni e meccaniche di gioco differenti: in una sorta di giungla ci sono piattaforme arboree tanto naturali quanto fragili; nella zona industriale ci sono nastri trasportatori e reattori lanciafiamme; su un pianeta la gravità inferiore permette di compiere salti alti e lenti (da una parte aiutando il discorso sulla fisica dei salti, dall’altra complicandolo ulteriormente). Per ogni set c’è sempre un livello in cui scappare da una minaccia che ti rincorre senza darti tregua, spesso lo stesso boss con cui bisogna scontrarsi al termine in battaglie improntate sul trial&error e la memorizzazione dello schema dei movimenti avversari: toste ma stimolanti. Apprezzabile anche la varietà dei nemici che non si limita ad una riproposizione dello stesso, solo con colori diversi, ma che invece richiedono approcci differenti e talvolta anche l’utilizzo di un agente specifico, oltre che di una discreta abilità platform.

Se però non ve la sentiste di affrontare il pericoloso spazio da soli, è possibile attivare in qualsiasi momento la modalità multiplayer, condividere un Joy-con e giocare in quattro contemporaneamente, ricreando in un certo senso l’intero team di eroi. Proprio come quando si gioca singolarmente, anche qui ciascuno può mutare il proprio aspetto a suo piacimento, pur tenendo presente che non è possibile interpretare lo stesso personaggio nello stesso momento in più di uno. Inoltre, semplifica decisamente l’esperienza, dal momento che quando si finisce KO si viene trasformati in una testa fluttuante: basta dirigersi verso un compagno di squadra ancora in salute per essere riportati immediatamente in vita un infinito numero di volte. La giocabilità è buona anche con un Joy-con solo, anche se non mi sembra un motivo valido per obbligare a giocare con i controller staccati in modalità portatile anche se da soli.

 

Per rispondere al dilemma di inizio recensione, Unit 4 ha alcuni elementi che lo fanno spiccare dalla monotonia del sottogenere platform 2D hardcore old school (che per quanto arzigogolata possa essere la sua definizione, è più affollato di quanto sembri), ma altrettanti che lo penalizzano terribilmente. L’idea dello scambio di personaggi è interessante, ma una fisica ballerina impedisce di sentirsi davvero padroni dei movimenti del nostro alter ego. La difficoltà, la quale si assesta verso il medio-alto, è spesso dovuta a controlli imprecisi o una distribuzione dei checkpoint opinabile più che a un vero fattore di sfida. Può essere sicuramente un gioco valido per gli appassionati del genere, ma la mancanza di rifiniture può essere un fattore ostacolante per molti.