Vambrace: Cold Soul è stato capace nei mesi scorsi di ritagliarsi un angolo di notorietà nell’affollato ambito delle produzioni indie in arrivo su Switch, nonostante non sia mai stato inserito in alcun Direct o Indie World da parte di Nintendo. Questo grazie soprattutto a un continuo e pressante lavoro di PR da parte dei publisher, ma anche all’innegabile qualità illustrativa di tutto il materiale rilasciato da parte degli sviluppatori. RPG bidimensionale con combattimenti a turni, sotto diversi punti di vista sembra ispirarsi al famoso Darkest Dungeon, ma con una interpretazione artistica comunque tutta sua. Scopriamo assieme se l’esperimento è riuscito!

L’impatto con questa produzione non è dei migliori: il tutorial è piuttosto confusionario o, quantomeno, eccessivo di nozioni compresse in troppo testo e troppo poco tempo; l’interfaccia di gioco non risulta chiarissima e le interazioni possibili a livello ambientale, bellico e gestionale forse eccessive. Inoltre, l’introduzione risulta anche piuttosto estraniante rispetto al resto del gioco che seguirà dopo: successivamente a questa fase, infatti, non solo prenderemo possesso della vera protagonista del gioco, ma scopriremo anche diverse dinamiche legate soprattutto alla gestione della composizione (libera) del party, a dir poco chiarificatrici ed essenziali per goderne appieno. Purtroppo, però, all’inizio tutto questo sarà assente e il manipolo di mercenari “senza trama” che impersoneremo, unitamente al volume di informazioni proposte, parallelamente alla temporanea assenza di alcune tra le dinamiche più interessanti della produzione, vi lasceranno una sensazione quasi scoraggiante addosso. 

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Superata però la prima parte un po’ ostica, come detto il gioco inizia ad ingranare. In questo universo finzionale fantasy, la nostra protagonista e il suo bracciale magico ereditato dal padre avranno un ruolo cruciale nell’esplorazione degli scenari e nello svolgersi della trama. Il ritmo del racconto è piuttosto ben dosato, calcolando che il gioco è un “roguelike” dove numerosi elementi tendono a concentrarsi più sulle meccaniche di giocabilità che sul dipanarsi vero e proprio del racconto. Complice un’ottima direzione artistica, capace di donare fascino sia alle fasi di gioco che a sfondi e menu di gestione dell’equipaggiamento e crescita del personaggio, sarete spinti a proseguire anche per il gusto di apprezzare quanto proposto a schermo. Soltanto la macro mappa dell’overworld tende a deludere dal punto di vista estetico, con un cambio di proporzioni e stile piuttosto evidente rispetto alle fasi di scoperta dei dungeon. E’ qui, infatti che il titolo dà il meglio di sé dal punto di vista ottico-retinico.