Il fascino esercitato dalla saga di Zelda è innegabile, tanto sui consumatori quanto sugli sviluppatori di tutto il mondo. Anzi stupisce a volte come non siano poi molte le produzioni di rilievo capaci di mutuare con successo dinamiche strutturali o scelte artistiche della creatura di Miyamoto all’interno delle loro proposte. Ma l’impatto artistico e concettuale di Wind Waker all’epoca del GameCube e quello anche commerciale di Breath of the Wild su Switch sono stati e sono ancora troppo evidenti per non rintracciarne l’eco nell’opera qui presa in esame. Ma attenzione: Windbound ci mette anche del suo, purtroppo o per fortuna. Scopriamo insieme!

In Windbound vestiremo i panni di una misteriosa ragazza che, in fuga su un mare tempestoso, si risveglia naufraga su di un’isola, in un piccolo arcipelago al centro di un vasto oceano. Privi (noi) di chiari ed esaustivi riferimenti narrativi e priva (lei) di qualsiasi altra cosa (che sia cibo, oggetti, armi o obiettivi chiari), dovremo iniziare insieme a prendere confidenza con quanto ci circonda. Affascinati dallo scorcio del panorama creato dagli sviluppatori, inizieremo a muovere i primi passi in questo mondo sconosciuto e ermetico, ma ricco di elementi diegetici impliciti, scoprendo passo passo cosa ci sia consentito fare e quali difficoltà si celano sul nostro cammino, intenti a capire quale possa essere il nostro obiettivo. Insomma, ci vedremo lanciati nel bel mezzo del gioco senza molti preamboli sotto nessun punto di vista: un approccio che potrebbe ricordare quello di Breath of the Wild, da un certo punto di vista, ma che presenta ancor meno cornice in termini di racconto e suggerimenti in termini puramente ludici. Ad alcuni potrà piacere, a conti fatti lascia un po’ spaesati, soprattutto per quel che concerne il ritmo e la natura stessa del gioco vero e proprio: una verità che non tarderà a colpirvi duramente.

Windbound, la recensione - Multiplayer.it

Windbound infatti punta tutto sull’aspetto “sopravvivenza”, coerentemente con le premesse dell’avventura: priva di qualsivoglia oggetto, la protagonista dovrà infatti analizzare attentamente il mondo circostante per ricavarne quante più informazioni (prima) e risorse (poi) possibile, se vorrà procedere con il suo cammino. O anche solo, appunto, sopravvivere. Sì perché l’eroe protagonista ha a disposizione due barre di energia: una riferita alla salute, l’altra alla fame; con il passare del tempo, la seconda continuerà a diminuire e, una volta svuotata, anche la vitalità del nostro avatar ne risentirà, arrivando lentamente a causare un game over. Per evitare tutto questo, dovremo quindi procacciarci del cibo, per procurarci il quale dovremo però costruire diversi utensili, visto che il pugnale con il quale cominceremo l’avventura servirà ben presto a poco, nell’ambiente ostile nel quale ci troviamo. Eccoci allora alla scoperta dei diversi materiali (animali o vegetali) sparsi per l’isola, che distrutti e rielaborati in elementi d’artigianato ci torneranno utili per continuare a recuperare sempre più risorse, a loro volta fondamentali per la costruzione di altri oggetti, a loro volta indispensabili per recuperare altre risorse e così via. In un ciclo continuo di recupero, costruzione, lotta e sopravvivenza senza fine.