Nintendo è famosa per ideare giochi che coprano più o meno tutte le fasce d’età e tutti i generi, riconosciuta quasi unanimemente come la compagnia che più si adopera per creare esperienze che possano includere esperti come giocatori della domenica. Basti pensare alla copiosa produzione di cosiddetti party game, giochi pensati appositamente per le serate in compagnia: che sia schiaffeggiando l’aria imitando diritti e rovesci in Wii Sports, ostacolando gli avversari per acciuffare più stelle possibili in Mario Party, o contando le biglie in 1-2-Switch – ok, non tutto può sempre riuscire alla perfezione – le opzioni proposte sono sempre state contraddistinte da uno stile che potremmo definire “politicamente corretto”. Nel caso invece voleste allenare la vostra parte più irriverente, una valida alternativa per le vostre serate potrebbe essere The Jackbox Party Pack 7.

Come il numero finale sta ad indicare, siamo ormai di fronte al settimo capitolo della serie che ormai viene aggiornata annualmente con nuove uscite. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, si tratta di una collection di giochi legati da due elementi principali: l’immediatezza dei controlli e l’essere piacevolmente sopra le righe. Per quanto riguarda il primo aspetto, il vantaggio evidente di questa serie è il fatto che il controller dei giocatori sia rappresentato da dispositivi digitali comunemente in uso: è sufficiente che ciascuno sia in possesso di uno smartphone, un PC o un tablet per poter partecipare a tutti i giochi nel pack. Basta collegarsi al sito jackbox.tv, inserire il proprio nome e un codice di quattro lettere generato all’inizio di ogni partita per cominciare. Salvo una singola eccezione, ad ogni gioco di questo pack possono partecipare da 3 a 8 giocatori, rendendolo perfetto per sessioni di gruppo – anche considerando che ogni partita dura sui 20-30 minuti. Se però doveste essere in gruppi ancora più numerosi, ogni gioco prevede la possibilità di ulteriori partecipanti in qualità di “pubblico”, così da influenzare l’andamento della partita.

Per spiegare la componente irriverente, il modo più semplice è illustrarvi direttamente i cinque giochi che compongono il pacchetto, partendo da Quiplash 3. Per chi già lo conosce, sa bene che esso rappresenta la punta di diamante della serie, quintessenza di tutto ciò che Jackbox Games sbandiera come vessillo: regole semplici, fantasia a manetta. Ciascun giocatore deve completare due “spunti” cercando di trovare le risposte più bislacche che gli passa per la testa, sapendo perfettamente che nella stanza c’è un’altra persona cui è stato chiesto di fare la stessa cosa con la stessa imbeccata. Dopo lo sforzo creativo, è il momento dello scontro: a turno gli altri partecipanti (pubblico compreso) dovrà votare la risposta che trova più divertente. Il risultato finale può variare dal tipo di compagnia, ma solitamente vengono premiate le trovate più creative e, perché no, più sfacciatamente scorrette. Anche perché di occasioni per uscire dagli schemi ne vengono offerte a iosa, per esempio: Someone you’d never expect to give you “the birds and the bees” talk (qualcuno che non ti aspetti ti faccia il discorso “delle api e dei fiori”) oppure A good sign that your grandmother hates you (un chiaro segnale che tua nonna ti odia).

Innanzitutto, come avrete notato, il gioco è esclusivamente in inglese, rappresentando una barriera non indifferente per chi non mastica la lingua. Nessuno vieta di scrivere le risposte in italiano, ma se la vostra capacità di comprensione scritta in inglese è piuttosto bassa, allora temo non ci siano soluzioni per ovviare al problema. Il discorso vale più o meno per tutti i giochi, anche se ce ne sono alcuni dove la presenza di una lingua straniera si fa più opprimente. A parte questo potenziale limite, che cosa propone di nuovo questa terza versione di Quiplash? Oltre a centinaia di nuove frasi da completare e una nuova estetica in stile plastilina molto ben curato, abbiamo la possibilità di giocare a specifici “episodi” proposti dagli sviluppatori oppure creati dai giocatori stessi, così da poter personalizzare le proprie partite. Infine, un nuovo round finale denominato Thrip Lash, variazione che prevede un prompt a cui si deve dare tre risposte, come Three Zoom backgrounds nobody’s asking for (tre fondali per Zoom che nessuno ha chiesto). Questa meccanica offre nuove possibilità comiche cercando di creare una sequenza in crescendo, anche se viene a mancare la varietà di situazioni presente nel secondo capitolo, oltre a rendere il round decisivo meno immediato. Inoltre, in caso di numero di giocatori dispari, sarà la CPU a scontrarsi con un concorrente a caso, creando un evidente disequilibrio, mitigato parzialmente da una IA decisamente migliorata rispetto ai capitoli precedenti.

 

E come in (praticamente) tutti i Jackbock Pack, non può mancare un gioco basato sulle capacità artistiche. In Champ’d Up ci si affronta in battaglie tra schizzi basati su una determinata categoria, come The Champion of Dog people (il campione degli amanti dei cani). Dopo aver disegnato il nostro combattente e avergli dato un nome, è ora il turno di qualcun altro di trovare un degno sfidante, ma è qui che avviene il twist: il secondo giocatore non vedrà la categoria in cui si sta sfidando, ma solamente il disegno e il nome creato dall’avversario. A decretare il vincitore, ancora una volta il voto popolare. L’idea è “carina” nella misura in cui si compiono strafalcioni per intuizioni che portano a risultati disastrosi, ma non entusiasma, risultando eccessivamente machiavellica (per chi conosce la serie, Tee KO risultava molto più coinvolgente). Apprezzabile la possibilità di cambiare colori e tipo di tratto, ma se alla scomodità di dover disegnare su uno smartphone si aggiunge anche un fastidioso bug della versione Switch che mostra dei disegni incompleti sullo schermo del televisore… Insomma, dei cinque giochi nel Pack, a mio parere è quello più debole.