Nintendo Switch rappresenta un fenomeno cruciale nel mercato videoludico moderno, non soltanto per i numeri straordinari ma per la sua natura ibrida, capace di coniugare l’esperienza domestica con la portabilità. In Giappone, dove lo spazio abitativo ridotto e le abitudini di fruizione privilegiano formati rapidi e accessibili, questo approccio ha avuto un impatto ancora più determinante, ridefinendo le priorità di sviluppo. Non servono budget mastodontici né ambizioni cinematografiche per affermarsi su Switch: al contrario, la console ha riaperto spazi per progetti creativi, a medio o piccolo respiro, capaci di fare leva su immediatezza e originalità. Per molte realtà giapponesi, eredi di una lunga tradizione che già negli anni ’80 e ’90 aveva puntato sul mercato interno come base solida, Switch ha funzionato da catalizzatore, offrendo una piattaforma ideale dove mantenere viva un’identità culturale forte, ritagliandosi margini di successo anche senza competere con i colossi globali del tripla A.
Negli ultimi anni il successo di Switch ha determinato un fenomeno di progressivo pivoting strategico da parte di numerose realtà giapponesi, che hanno adattato le proprie linee produttive alle esigenze e alle opportunità offerte dall’ibrida di Kyoto. Aziende storiche come Falcom, tradizionalmente legata a piattaforme PlayStation con le saghe Trails e Ys, hanno progressivamente aperto i propri brand a Nintendo, riconoscendo nel pubblico Switch una base fedele e attenta a esperienze di stampo narrativo e JRPG. Allo stesso modo NIS, con le sue serie di nicchia ma di culto, ha trovato nella console il terreno ideale per rilanciare il proprio catalogo, approfittando della portabilità e della forte penetrazione nel mercato domestico. Ma il caso forse più emblematico è quello legato ai creatori di Danganronpa, che dopo aver segnato un’epoca su handheld Sony, hanno virato con decisione verso Switch: da Master Detective Rain Code a The Hundred Line, e ora con Shuten Order, ogni nuova produzione ha visto Nintendo come piattaforma privilegiata. Un processo che non riguarda solo i team creativi, ma anche i publisher, da Spike Chunsoft ad Aniplex, i quali hanno individuato nella console l’Eldorado commerciale e culturale: uno spazio sicuro e fertile in cui convogliare artisti, scrittori e sviluppatori, valorizzando un’idea di videogioco diversa dal modello globale tripla A, più radicata nella tradizione nipponica e capace di trovare un pubblico internazionale disposto ad accoglierla.
Shuten Order si inserisce in una cornice narrativa ricca e stratificata, che mescola suggestioni folkloriche nipponiche a una sensibilità moderna e decadente. Al centro vi è l’Ordine Shuten, un’organizzazione segreta dedita al mantenimento dell’equilibrio tra il mondo umano e le forze occulte che emergono dalle Ombre di Kyoto, ambientazione cardine dell’avventura. La città, ricostruita in chiave alternativa e visionaria, è popolata da spiriti (yōkai), demoni e divinità dimenticate, ognuna caratterizzata da nomenclature evocative come gli Oni di Ibuki, i Guardiani Ame-no-Tajikarao e le Vestigia di Susanoo. In questo universo, il giocatore veste i panni di un “Votato”, un prescelto dall’Ordine chiamato a stringere patti con entità sovrannaturali attraverso rituali noti come Ketsugō. Questi legami non sono solo fonte di potere, ma definiscono anche la moralità e il percorso del protagonista, spingendolo a scegliere se piegare le forze oscure alla propria volontà o convivere con esse in un fragile equilibrio. La trama intreccia costantemente intrighi politici, culti esoterici e drammi personali dei comprimari, dai confratelli dell’Ordine fino ai rivali corrotti dal potere demoniaco, dando vita a un intreccio di destini che riflette le grandi tematiche di libero arbitrio, sacrificio e identità. In questo senso, Shuten Order non è solo un RPG narrativo, ma una rilettura contemporanea del mito, capace di fondere linguaggio videoludico e immaginario rituale in un ecosistema narrativo coerente e magnetico.