Xbox Series S: Romeo is a Dead Man: la recensione

Killer is dead, too..?

Sul piano del gameplay, Romeo Is a Dead Man si presenta come un action in terza persona fortemente orientato al combattimento ravvicinato, con un’impostazione che richiama da vicino l’anima hack’n’slash di No More Heroes, ma filtrata attraverso una struttura più lineare e narrativa. Il fulcro dell’esperienza è rappresentato da arene chiuse, corridoi stilizzati e sequenze scriptate che alternano scontri ad alta intensità a brevi fasi esplorative. Romeo combatte utilizzando un arsenale ibrido: armi da fuoco futuristiche e tecniche corpo a corpo che mescolano pugni, prese e combo coreografate. Il sistema di combo è semplice da apprendere ma offre una discreta profondità grazie alla gestione del ritmo offensivo e delle abilità speciali, attivabili caricando una barra energetica attraverso attacchi consecutivi. In queste fasi il gioco esplode visivamente: rallenty, effetti particellari, inquadrature dinamiche e finisher brutali contribuiscono a costruire un’identità fortemente spettacolare. L’elemento distintivo è la cosiddetta modalità “Dead Shift”, che consente a Romeo di alterare temporaneamente la percezione del tempo, rallentando i nemici e amplificando il danno inflitto. È una meccanica che aggiunge un minimo di strategia alla frenesia generale, premiando il tempismo più che la pura pressione sui tasti. Tuttavia, la struttura delle missioni tende a essere ripetitiva: ondate di nemici, miniboss, boss fight scenografiche. La varietà degli avversari non è sempre elevata e l’IA mostra comportamenti piuttosto prevedibili. La progressione si basa su potenziamenti sbloccabili tra una missione e l’altra, con un sistema di upgrade che migliora statistiche, abilità e armi. Non si tratta di un sistema particolarmente profondo, ma è funzionale a mantenere costante il senso di crescita. In definitiva, l’esperienza ludica punta tutto su stile, ritmo e impatto visivo più che su complessità sistemica. È un action diretto, accessibile, a tratti esaltante, ma che fatica a sostenere la stessa intensità per tutta la durata dell’avventura, complice anche un certo senso di ripetitività.

Se sul piano stilistico Romeo Is a Dead Man colpisce per direzione artistica e personalità, sul versante tecnico l’esperienza su Xbox Series S appare decisamente meno convincente. L’utilizzo dell’Unreal Engine 5, almeno in questa versione, sembra più un’arma a doppio taglio che un reale valore aggiunto. La risoluzione risulta spesso dinamica e non particolarmente elevata, con una nitidezza altalenante nelle scene più caotiche. Gli effetti di illuminazione, pur suggestivi in alcuni frangenti – soprattutto nelle ambientazioni al neon e nei contrasti cromatici esasperati – non riescono a mascherare texture poco definite e modelli poligonali non sempre all’altezza delle produzioni contemporanee. Il problema principale resta però la stabilità del frame rate. Nelle sequenze di combattimento più affollate si registrano cali evidenti, con oscillazioni che compromettono la fluidità generale e incidono negativamente sulla precisione del sistema di controllo. Considerando la natura action del titolo, questo aspetto pesa più del previsto. Si segnalano inoltre caricamenti non fulminei, qualche sporadico pop-in e un comparto audio non sempre pulitissimo in fase di mix, specialmente durante le scene più concitate. Nulla di tecnicamente disastroso, ma nemmeno in linea con le aspettative che un progetto UE5 potrebbe generare. In definitiva, su Xbox Series S il gioco si presenta funzionale ma poco rifinito: l’ambizione stilistica non trova un adeguato supporto tecnico, confermando ancora una volta come Grasshopper punti più sull’identità che sulla solidità ingegneristica.

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La recensione

6.5 Il voto

Romeo Is a Dead Man è l’ennesima dimostrazione di quanto Suda51 continui a essere un autore divisivo ma necessario. Visionario, eccessivo, stilisticamente inconfondibile, ma tecnicamente fragile. Su Xbox Series S il titolo paga limiti evidenti, soprattutto in termini di fluidità e pulizia visiva, senza però perdere quel fascino ruvido che solo Grasshopper sa offrire. Non è un capolavoro, ma è un’esperienza con un’identità forte, destinata a chi cerca personalità prima della perfezione.

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