Nel panorama videoludico degli ultimi trent’anni, pochi franchise hanno saputo ridefinire più volte il proprio linguaggio quanto Resident Evil. Nato nella seconda metà degli anni Novanta come una delle espressioni più pure del survival horror, il brand di Capcom ha attraversato diverse fasi evolutive, passando dalla tensione metodica dei primi episodi all’ibridazione action che ha caratterizzato la cosiddetta “era moderna” culminata con Resident Evil 6. Proprio le reazioni contrastanti a quel capitolo hanno spinto lo studio giapponese a riconsiderare profondamente la direzione della serie, dando vita a una nuova fase inaugurata da Resident Evil 7: Biohazard. Con quell’episodio la saga ha introdotto una prospettiva in prima persona e un protagonista inedito, Ethan Winters, figura volutamente ordinaria catapultata in un incubo fuori scala. Resident Evil Village rappresenta il naturale completamento di questo dittico narrativo: un seguito diretto che amplia la portata della vicenda personale di Ethan, portando la serie verso atmosfere più ampie e stratificate. Il gioco conserva l’immediatezza della visuale soggettiva introdotta nel capitolo precedente, ma ne espande ambizioni e scala, offrendo una nuova declinazione dell’horror targato Capcom che oscilla tra tradizione e sperimentazione.
Il ritorno di Resident Evil Village sulle piattaforme Nintendo assume inoltre un valore simbolico particolare se osservato alla luce dello storico rapporto tra Capcom e la casa di Kyoto. Nel corso dei decenni le console Nintendo hanno spesso ospitato capitoli fondamentali della serie, contribuendo a consolidarne il successo anche presso un pubblico differente rispetto alle tradizionali piattaforme domestiche. Emblematico in tal senso fu il periodo Nintendo GameCube, quando il franchise visse una stagione particolarmente prolifica grazie a remake, conversioni e progetti originali che rafforzarono il sodalizio tra le due compagnie. Con l’arrivo della nuova generazione hardware, questa collaborazione trova un rinnovato slancio. L’approdo di Resident Evil Village su Nintendo Switch 2 rappresenta infatti non solo l’occasione per riportare uno dei capitoli più recenti della saga su piattaforma Nintendo, ma anche il segnale di una crescente maturità tecnologica della console ibrida. All’interno di questa operazione si inserisce anche l’idea di riproporre il ciclo narrativo di Ethan Winters in forma completa, permettendo ai giocatori Nintendo di vivere in continuità un arco narrativo che ha segnato la fase più recente dell’evoluzione del brand.

Gli eventi di Resident Evil Village si collocano alcuni anni dopo la conclusione di Resident Evil 7: Biohazard, quando Ethan Winters e sua moglie Mia sembrano finalmente aver trovato una fragile normalità lontano dagli incubi della Baker House. La tranquillità della nuova vita familiare viene però spezzata in modo brutale dall’intervento di Chris Redfield, il cui comportamento enigmatico dà avvio a una catena di eventi che porterà Ethan in un remoto villaggio dell’Europa orientale, isolato e dominato da presenze inquietanti. È qui che il gioco costruisce la propria identità narrativa: un luogo sospeso tra folklore e orrore biologico, in cui la mitologia locale si intreccia con gli esperimenti e le derive scientifiche tipiche della saga. Il villaggio funge da nodo centrale di una struttura più ampia, abitata da figure carismatiche e disturbanti come Lady Dimitrescu e gli altri signori che governano le diverse regioni circostanti. Ognuno di essi rappresenta una declinazione diversa dell’orrore, contribuendo a creare un racconto che mescola atmosfere gotiche, suggestioni fiabesche e la tradizionale componente biotecnologica della serie. Il viaggio di Ethan assume così una dimensione sempre più personale: non solo una lotta per sopravvivere, ma una disperata ricerca della figlia Rose, elemento che conferisce alla narrazione una carica emotiva più marcata rispetto a molti capitoli precedenti della saga.











