La porta di vetro dell’ufficio del detective lascia intravedere una sagoma pensosa, il neon fa tremolare l’ombra di un uomo seduto alla scrivania. Il fumo di una sigaretta sale pigramente, l’aria è densa di odore di tabacco e carta ingiallita. È qui che immagino John Morley, detective duro e puro, rientrare dopo mesi in ospedale e ritrovarsi davanti a un caso irrisolto che ha consumato una madre per vent’anni. Questa immagine kafkiana è il tono che The Last Case of John Morley vuole evocare, e per gran parte della sua breve durata riesce a farlo con una coerenza tematica rara in produzioni di dimensioni indie. Dietro questo noir investigativo c’è Indigo Studios – Interactive Stories, una realtà indipendente che ha scelto di puntare tutto sull’atmosfera, un’atmosfera da poliziesco old school. Il concept è semplice: vestire i panni di un detective degli anni ’40 e risolvere un cold case che ha lasciato troppe domande senza risposta. In prima persona, si esplora, si raccoglie evidenza, si collega passato e presente attraverso micro-scene di ricostruzione e dialoghi carichi di sottintesi. Il fascino più immediato del titolo è proprio questa immersione lenta e meditativa in un mondo dove ogni oggetto può parlare e ogni corridoio buio ha qualcosa da sussurrare.

La narrazione, come facilmente immaginabile, è la spina dorsale dell’esperienza. La trama si dipana con passo misurato e spesso lascia spazio alla riflessione più che alla sorpresa pura. La vicenda principale – la ricerca della verità sulla morte della figlia della contessa Lady Margaret Fordside – è raccontata attraverso dettagli sottili, flashback e una scrittura che, pur non essendo priva di cliché noir, mantiene una certa maturità e ambiguità che raramente risulta banale o scontata. Il nostro detective si risveglia dopo un periodo di convalescenza seguito alle indagini sul serial killer denominato Red Shoe Killer, dopodichè inizieremo lentamente a riprendere contatto con il nostro mondo, e con il mondo delle indagini. Ci troviamo in una Londra fumosa e misteriosa. La narrazione ed il suo avanzamento per certi aspetti, in primis per l’atmosfera, mi hanno ricordato un titolo che ai tempi del 3DS riuscì a catturarmi per parecchio tempo, ossia quell’Hotel Dusk che in punta di pennino fu in grado di descrivere anch’esso un mondo plumbeo e fumoso. Tecnicamente The Last Case of John Morley è un titolo graficamente in grado di fare il suo, né più né meno. La resa visiva rispecchia la natura del progetto: ambienti credibili e spesso suggestivi, ma con texture e modelli che non brillano per finezza. Talvolta qualche spigolosità appare un pò troppo grossolana, questo però non toglie molto all’atmosfera generale; anzi, l’estetica degli anni ’40, accentuata da luci morbide e tonalità smorzate, sostiene bene il tono malinconico dell’indagine. La colonna sonora accompagna ogni passo con eleganza, contribuendo a una sensazione di sospensione costante che è il vero cuore dell’esperienza. Dal punto di vista del gameplay, l’approccio è minimalista, ogni interazione ruota attorno all’esplorazione e alla deduzione. L’investiganzione avanza tramite dialoghi selezionabili tramite una semplice ruota in grado di proporci le domande necessarie all’avanzamento della trama. Il gioco guida il giocatore a osservare ambienti pieni di dettagli, a connettere indizi apparentemente insignificanti, a ricostruire verità frammentate come se si stesse leggendo pagine di un diario polveroso. Questo stile sarà gratificante per chi ama i walking simulator narrativi e le indagini lente, ma potrebbe risultare troppo statico per chi cerca sistemi di gameplay più profondi o momenti di grande tensione. Nel procedere dell’indagine alcuni degli enigmi ambientali e dei puzzle, pur coerenti con il tono e ben integrati nella narrazione, risultano spesso semplici e non richiedono grosse elucubrazioni: si tratta tendenzialmente di notare dettagli, collegarli e procedere in modo lineare. Sul fronte tecnico, si denotano piccoli bug, sistemi di annotazione limitati e alcune imperfezioni nella presentazione (ad esempio sottotitoli non sincronizzati con le voci, animazioni rigide, occasionali glitch di collisione o nomi di luoghi visualizzati in modo incoerente). La durata complessiva è piuttosto contenuta, ci aggiriamo intorno alle tre ore, il che la rende adatta a chi cerca un racconto breve ma completo. D’altra parte, siamo nel campo del romanzo noir interattivo, quindi quanto sopra è decisamente coerente.

La recensione
The Last Case of John Morley è un’esperienza di nicchia ma ben definita: un noir investigativo che punta a evocare un mondo e una storia con tono e coerenza. Funziona bene come racconto da vivere in una o due sessioni. La sua natura breve, la qualità dell’atmosfera e il rispetto per il genere noir lo rendono interessante per gli amanti delle storie lente e ponderate, meno per chi cerca tensione costante o investigazioni altamente interattive.







