Per lungo tempo, parlare di gioco online ha significato quasi esclusivamente parlare di competizione. Dalla diffusione delle prime connessioni domestiche fino all’esplosione della banda larga, gran parte dell’evoluzione del multiplayer si è sviluppata attorno al desiderio di mettere i giocatori gli uni contro gli altri. Gli sparatutto competitivi, gli MMO, i MOBA e, più recentemente, i battle royale hanno costruito buona parte del successo dell’industria contemporanea, trasformando Internet nel luogo privilegiato della sfida, della classifica e dell’affermazione individuale. Negli ultimi anni, tuttavia, questo paradigma ha iniziato lentamente a cambiare. Sempre più sviluppatori hanno compreso come la connessione tra due persone potesse diventare qualcosa di diverso da un semplice confronto competitivo, trasformandosi in uno strumento per costruire esperienze condivise fondate sulla collaborazione, sulla comunicazione e sulla fiducia reciproca. Il videogioco ha iniziato così a recuperare una dimensione quasi sociale, nella quale vincere non significa prevalere sull’altro, bensì riuscire insieme a superare ostacoli che nessuno dei partecipanti potrebbe affrontare da solo. Alcune produzioni hanno contribuito in maniera determinante a questa evoluzione. A Way Out aveva già dimostrato come fosse possibile progettare un’intera avventura attorno alla cooperazione obbligatoria, ma è soprattutto con It Takes Two che il cooperative design ha raggiunto una consacrazione tanto commerciale quanto critica. Il titolo di Hazelight Studios, premiato come Game of the Year nel 2021, ha mostrato come la collaborazione potesse diventare il vero linguaggio del gameplay, trasformando ogni livello in un continuo esercizio di coordinazione, dialogo e fiducia. Il successo dell’opera di Josef Fares non è rimasto isolato. Lo stesso studio ha proseguito lungo quella strada con Split Fiction, confermando come il pubblico fosse ormai pronto ad accogliere produzioni nelle quali la cooperazione non rappresenta una modalità opzionale, ma l’essenza stessa dell’esperienza. Parallelamente, numerosi team indipendenti hanno iniziato a esplorare il medesimo concetto da prospettive completamente differenti, privilegiando spesso la sperimentazione rispetto al budget produttivo. Anche Nintendo sembra aver colto pienamente questa evoluzione. Con Nintendo Switch 2, infatti, la casa di Kyoto non si limita a potenziare l’infrastruttura online, ma introduce strumenti pensati per rendere la comunicazione tra giocatori una componente sempre più naturale dell’esperienza. L’integrazione di GameChat, unita all’arrivo di produzioni cooperative esclusive come il promettente Orbitals, testimonia chiaramente la volontà di costruire un ecosistema nel quale condividere il gioco sia semplice quanto accendere la console. È proprio all’interno di questo scenario che si inserisce BOKURA. Una produzione piccola nelle dimensioni, essenziale nella realizzazione e apparentemente minimale, ma capace di dimostrare come il futuro della cooperazione non dipenda necessariamente dalla spettacolarità tecnica. Talvolta basta un’idea brillante per trasformare una semplice conversazione tra due persone nella più importante meccanica di gioco.
Sviluppato dal game designer giapponese Tokoronyori e pubblicato da Kodansha Game Creators’ Lab, BOKURA rappresenta uno degli esempi più interessanti di come il panorama indipendente riesca ancora oggi a sorprendere attraverso intuizioni di game design tanto semplici quanto geniali. Pubblicato originariamente su PC nel febbraio 2023 in Early Access e successivamente nella sua versione definitiva, il titolo ha rapidamente attirato l’attenzione della critica e del pubblico grazie a un’idea che, una volta compresa, appare quasi disarmante nella sua immediatezza. La domanda da cui nasce l’intero progetto è infatti sorprendentemente elementare: cosa accadrebbe se due persone stessero giocando lo stesso videogioco, ma vedessero due realtà completamente differenti? È attorno a questo concetto che Tokoronyori costruisce l’intera esperienza. I due protagonisti condividono lo stesso spazio fisico, percorrono gli stessi livelli e affrontano gli stessi enigmi, ma ciascun giocatore osserva il mondo attraverso una prospettiva radicalmente diversa. Ciò che compare sullo schermo di uno potrebbe non esistere affatto sullo schermo dell’altro, oppure assumere una forma completamente differente. In alcuni casi un edificio può trasformarsi in un enorme animale, mentre per l’altro giocatore rimane una semplice struttura meccanica; un ostacolo invalicabile può diventare improvvisamente un passaggio sicuro, oppure un oggetto apparentemente insignificante può rivelarsi la chiave per risolvere un intero enigma. Nessuno dei due possiede quindi una visione completa della situazione, e proprio questa asimmetria costituisce il cuore dell’intero progetto. La genialità di BOKURA risiede nel fatto che il gioco non cerca mai di colmare questa distanza. Al contrario, la utilizza come principale motore del gameplay. Il giocatore non è chiamato semplicemente a osservare ciò che accade sul proprio schermo, ma deve continuamente raccontarlo, descriverlo e confrontarlo con quanto vede il compagno. La comunicazione smette così di essere un elemento esterno all’esperienza e diventa una vera meccanica ludica. È una filosofia profondamente diversa da quella della maggior parte dei giochi cooperativi contemporanei. In molti casi collaborare significa dividere i compiti o combinare abilità differenti; in BOKURA, invece, la collaborazione nasce innanzitutto dalla necessità di comprendere il punto di vista dell’altro. Nessuno dei due partecipanti possiede la soluzione completa, nessuno ricopre il ruolo di guida e nessuno può procedere senza ascoltare attentamente il proprio compagno. È proprio questa intuizione a spiegare l’ottima accoglienza ricevuta dal titolo sin dal debutto su PC. Pur privo di una produzione milionaria o di un comparto tecnico appariscente, BOKURA è riuscito a ritagliarsi uno spazio importante nel panorama indie, dimostrando ancora una volta come le idee più innovative non abbiano necessariamente bisogno di grandi budget per lasciare il segno. L’approdo su Nintendo Switch 2 appare quindi quasi naturale: una piattaforma sempre più orientata alla condivisione dell’esperienza videoludica rappresenta probabilmente il contesto ideale per valorizzare un’opera che fa della comunicazione il proprio autentico protagonista.

Come il suo gameplay, anche la componente narrativa di BOKURA sceglie deliberatamente la strada della sottrazione. Tokoronyori rinuncia a lunghe sequenze cinematiche, dialoghi prolissi e spiegazioni dettagliate, preferendo costruire un racconto essenziale che lascia ampio spazio all’interpretazione del giocatore. È una scelta coerente con l’intera filosofia dell’opera: anche la storia, proprio come gli enigmi, invita continuamente a osservare, riflettere e confrontarsi. La vicenda prende avvio con due ragazzi che, per ragioni differenti, decidono di fuggire di casa. I loro trascorsi personali rimangono volutamente sfumati, ma bastano poche battute per comprendere come entrambi stiano cercando un modo per allontanarsi da una realtà che sentono di non riuscire più ad affrontare. Durante il viaggio, però, i due assistono a un misterioso evento destinato a cambiare radicalmente la loro percezione del mondo. Da quel momento la realtà si spezza. O meglio, si sdoppia. Pur continuando a percorrere lo stesso cammino, ciascun protagonista inizia infatti a vedere un universo completamente diverso da quello osservato dall’altro. Dove uno riconosce animali, vegetazione e creature viventi, l’altro distingue macchinari, strutture artificiali e oggetti industriali. I due continuano a condividere il medesimo spazio fisico, ma la loro esperienza del mondo diventa irrimediabilmente differente. È una metafora potente, che accompagna l’intera avventura senza mai essere spiegata apertamente. BOKURA parla della difficoltà di comprendere il punto di vista altrui, della distanza che può separare due persone pur trovandosi fianco a fianco e della necessità di costruire un dialogo autentico per superare incomprensioni che sembrano insormontabili. L’elemento fantastico non rappresenta quindi il vero centro della narrazione, ma diventa lo strumento attraverso il quale affrontare temi molto concreti come la crescita, la fiducia reciproca, la paura dell’abbandono e il bisogno di trovare qualcuno disposto ad ascoltare. La scrittura colpisce proprio per la sua misura. Tokoronyori evita qualsiasi eccesso melodrammatico, affidando gran parte delle emozioni alla regia, ai silenzi, ai piccoli gesti dei protagonisti e alla straordinaria capacità evocativa della pixel art. Anche la colonna sonora contribuisce a creare un’atmosfera delicata e malinconica, accompagnando il viaggio senza mai sovrastarlo. Il risultato è una narrazione che non cerca continuamente di sorprendere con colpi di scena, ma costruisce progressivamente un forte coinvolgimento emotivo. Il finale stesso lascia volutamente spazio all’interpretazione, invitando i due giocatori a discuterne insieme anche dopo aver terminato l’avventura. Ancora una volta, è il confronto tra due persone a rappresentare il vero completamento dell’esperienza.










