Negli ultimi anni la scena videoludica indie italiana ha iniziato a ritagliarsi uno spazio riconoscibile, puntando più sulla personalità e sulla ricerca espressiva che su produzioni ad alto budget. In assenza di grandi strutture industriali, molti studi indipendenti hanno scelto di sviluppare progetti fortemente autoriali, spesso caratterizzati da sperimentazione narrativa e identità visiva marcata. In questo scenario si colloca l’opera prima di Studio Cima, team indipendente italiano con sede a Milano, che nasce appunto da un’idea fortemente autoriale e da un lungo percorso di sviluppo che si percepisce chiaramente una volta accesa la console. Noteremo ben presto di essere di fronte ad un progetto che tenta deliberatamente di fondere linguaggio videoludico, introspezione psicologica e simbologia visiva in un’esperienza coerente e disturbante. Studio Cima non proviene da grandi produzioni né da un background commerciale tradizionale, e questo si riflette in ogni scelta creativa: The Perfect Pencil è un gioco che mette al centro il concetto di paura, non come ostacolo da superare con riflessi e abilità, ma come stato mentale da attraversare, osservare e, in qualche modo, comprendere.

La storia narrata tratta temi piuttosto profondi e toccanti, non a caso un warning iniziale mette in guardia i giocatori particolarmente sensibili. Tutto ruota attorno alla figura di John, un ragazzo che si risveglia in un mondo deformato e inquietante, popolato da creature che sembrano incarnazioni dirette di ansie, insicurezze e traumi. La sua testa è una videocamera, elemento che non è solo un vezzo estetico ma una chiave narrativa e ludica fondamentale. Il viaggio di John non viene raccontato in modo lineare né esplicito: non esistono spiegazioni dirette, cutscene chiarificatrici o dialoghi che prendono per mano il giocatore. Tutto è affidato a suggestioni visive, brevi testi, incontri enigmatici e soprattutto all’osservazione attenta dell’ambiente. La narrazione è volutamente criptica e simbolica. Chi ama interpretare, collegare indizi e costruire un significato personale troverà in The Perfect Pencil un terreno fertile, capace di affrontare temi come l’isolamento, la paura del giudizio, la perdita e il senso di inadeguatezza senza mai nominarli esplicitamente. La “Pencil” del titolo è l’arma principale che John utilizza per difendersi e interagire con l’ambiente, ma assume anche un valore metaforico. Non è una semplice arma da combattimento: rappresenta il mezzo creativo attraverso cui John esplora e dà forma alla sua esperienza all’interno di quel mondo. Dal punto di vista del gameplay, The Perfect Pencil si colloca nel solco dei metroidvania bidimensionali, con una struttura fatta di aree interconnesse, percorsi che si aprono progressivamente e abilità che permettono di accedere a zone prima inarrivabili. John combatte usando una matita appunto, arma principale, con attacchi base, colpi caricati e alcune variazioni legate alle abilità sbloccabili. Il combattimento è semplice nelle premesse ma non banale nell’esecuzione, soprattutto contro i boss, che richiedono tempismo, osservazione dei pattern e una certa precisione nei movimenti. Una delle meccaniche più interessanti è la possibilità di curarsi colpendo i nemici, scelta che incentiva uno stile di gioco aggressivo ma ragionato, evitando di trasformare gli scontri in semplici prove di resistenza. Il vero elemento distintivo del gameplay resta però la funzione di analisi legata alla testa-videocamera di John: utilizzandola, il giocatore può osservare il mondo da una prospettiva diversa, scoprire dettagli nascosti, leggere pensieri, rivelare elementi invisibili e approfondire il significato narrativo di ciò che lo circonda. Per stile e tipologia, The Perfect Pencil gioca nel campo dei metroidvania e platform narrativi che puntano più sull’atmosfera e sul simbolismo che sull’azione pura. Il riferimento più immediato è Hollow Knight per struttura esplorativa e progressione, mentre per tono e narrazione per immagini il paragone naturale è con opere come Limbo e Inside. A livello di sensibilità artistica e uso dell’emotività come motore dell’esperienza, richiama anche titoli come Ori, pur scegliendo un’estetica volutamente più disturbante e meno lirica.

L’esplorazione è centrale. Il mondo di gioco invita a muoversi con calma, a tornare sui propri passi, a osservare più volte lo stesso luogo con occhi diversi. Il backtracking è presente e fa parte integrante dell’esperienza. Alcune sezioni possono sembrare dilatate e non sempre la mappa risulta chiarissima, costringendo a un’esplorazione a tentativi che può generare frustrazione. Tuttavia, è evidente che questa scelta sia deliberata e coerente con l’idea di smarrimento che il gioco vuole trasmettere. Sul piano artistico, The Perfect Pencil è probabilmente uno dei titoli indie più riconoscibili degli ultimi tempi. Lo stile grafico disegnato a mano è fortemente caratterizzato, con linee irregolari, figure deformate e ambientazioni che oscillano costantemente tra il fiabesco e il disturbante. Non c’è la ricerca della bellezza convenzionale, ma piuttosto quella di un impatto emotivo immediato. Ogni area ha una propria identità visiva, spesso legata a uno stato d’animo preciso, e il gioco riesce a comunicare sensazioni di oppressione, solitudine o malinconia anche senza ricorrere a parole. Su Nintendo Switch la resa è complessivamente buona, con una direzione artistica che sopperisce a qualche limite tecnico. In modalità portatile l’esperienza resta godibile, anche se in alcune situazioni più affollate si possono notare lievi incertezze di fluidità o una certa perdita di definizione. Nulla di compromettente, ma elementi che ricordano come si tratti di una produzione indipendente con risorse limitate. Il comparto sonoro svolge un ruolo fondamentale nel costruire l’atmosfera. Le musiche sono spesso minimali, talvolta quasi impercettibili, e lasciano spazio ai suoni ambientali, ai rumori dei passi, ai versi delle creature. Questo approccio rafforza il senso di isolamento e tensione, rendendo ogni avanzamento carico di aspettativa. In tutto questo non mancano però difetti evidenti. Alcune meccaniche avrebbero beneficiato di una maggiore rifinitura, in particolare nei controlli, che non sempre restituiscono un feedback immediato e preciso. In certi frangenti il platforming può risultare più punitivo del previsto, non tanto per difficoltà intrinseca quanto per una gestione delle collisioni non sempre impeccabile.
La recensione
The Perfect Pencil si rivela come un’esperienza coerente con tutto ciò che ha costruito lungo il suo percorso: un’opera che fa della sua identità il vero valore aggiunto. Le sue incertezze tecniche e strutturali non cancellano una visione artistica forte, riconoscibile e portata avanti con coerenza fino alla fine. È un titolo che chiede attenzione e partecipazione emotiva, ma che proprio per questo riesce a distinguersi e a lasciare un segno.











