È però sul terreno ludico che Montabi trova la propria ragione d’essere. La struttura di base è quella di un roguelite deck builder: si affrontano una successione di incontri, si ottengono nuove risorse, si modificano progressivamente squadra e abilità e si cerca di arrivare il più lontano possibile all’interno della run. La differenza sostanziale rispetto a molti esponenti del genere sta nella natura degli scontri, organizzati su una griglia 3×3 nella quale il posizionamento delle creature diventa parte integrante della strategia. Ogni turno richiede quindi di considerare non soltanto quali abilità utilizzare, ma anche dove collocare i propri Montabi, quali bersagli raggiungere, come sfruttare le sinergie fra le diverse unità e, soprattutto, come impedire agli avversari di arrivare al proprio allenatore. Quest’ultimo costituisce infatti il vero punto debole della formazione: la sua sconfitta determina immediatamente il game over, trasformando ogni combattimento in una sorta di partita a scacchi semplificata nella quale attacco e difesa devono procedere di pari passo. A rendere interessante il sistema interviene poi la progressione delle creature: allenamento, evoluzioni, abilità leggendarie, carte, equipaggiamenti e amuleti aggiungono progressivamente nuovi livelli di personalizzazione. Il risultato è un loop nel quale la domanda non è semplicemente “quale Montabi è più forte?”, ma “come posso far funzionare questi elementi insieme?”. Ed è proprio questa ricerca continua di sinergie a produrre il principale effetto ancora una run: ogni nuova partita diventa un’occasione per verificare una combinazione diversa, correggere una scelta precedente e scoprire quanto lontano possa spingersi una costruzione apparentemente improbabile.
La progressione di Montabi riesce a dare concretezza alla natura ibrida del progetto soprattutto quando entra in gioco la crescita delle creature. Il loro sviluppo non si limita infatti a un semplice aumento dei valori numerici: allenamento, nuove mosse ed evoluzioni contribuiscono a modificare progressivamente le possibilità della squadra, mentre ogni evoluzione apre anche l’accesso a un’abilità leggendaria da scegliere e integrare nella propria costruzione. A questo si sommano equipaggiamenti e amuleti, che ampliano ulteriormente il ventaglio delle combinazioni possibili. È una stratificazione che funziona proprio perché ogni elemento tende a dialogare con gli altri: una creatura non è necessariamente forte in assoluto, ma può diventarlo all’interno della formazione giusta, sfruttando il proprio posizionamento e le abilità delle unità circostanti. Anche la scelta iniziale dell’allenatore contribuisce a differenziare le partite, attraverso tre archetipi — studente, combattente e chef — che orientano diversamente la costruzione della squadra. Il rischio, naturalmente, è che una simile quantità di sistemi possa generare una curva di apprendimento non sempre immediata, soprattutto quando il giocatore deve comprendere quali combinazioni siano realmente efficaci e quali invece soltanto apparentemente interessanti. È però proprio nella possibilità di sperimentare che Montabi trova il suo maggiore incentivo alla rigiocabilità: la sconfitta non rappresenta soltanto un fallimento, ma la conclusione di un esperimento dal quale ripartire con una consapevolezza maggiore.
Particolarmente interessante è il ruolo assegnato all’allenatore, che in Montabi non costituisce una semplice rappresentazione del giocatore, ma diventa una vera componente strategica. La scelta fra studente, combattente e chef introduce infatti approcci differenti alla costruzione della squadra e contribuisce a modificare il modo nel quale affrontare la progressione. È una soluzione intelligente perché impedisce al creature collector di ridursi alla sola ricerca delle creature migliori: anche una formazione apparentemente meno efficace può acquisire valore se inserita nel contesto adatto e sostenuta dall’allenatore corretto. La particolare importanza di quest’ultimo emerge soprattutto durante gli scontri, visto che la sua sconfitta determina la fine della partita. Il concetto ricorda volutamente quello del re negli scacchi: non è necessariamente l’elemento più offensivo della formazione, ma è quello attorno al quale occorre costruire la propria strategia. Proteggerlo, sfruttare correttamente lo spazio della griglia e impedire agli avversari di raggiungerlo diventano quindi obiettivi tanto importanti quanto eliminare le unità nemiche. È un ulteriore livello di lettura che rende il sistema più interessante di quanto potrebbe suggerire la sua estetica colorata e apparentemente innocua, anche se richiede un certo periodo di adattamento prima che tutte le sue implicazioni risultino realmente leggibili.

La versione Nintendo Switch 2 merita infine una considerazione specifica, soprattutto perché Montabi non sembra appartenere alla categoria degli upgrade progettati per mettere realmente in mostra la nuova console. Il gioco è disponibile anche sulla prima Switch e l’edizione per il nuovo hardware non costruisce la propria attrattiva attorno a un significativo salto generazionale: non siamo davanti a una produzione che ridisegna asset, illuminazione o tecnologia per sfruttare la maggiore potenza della macchina. La natura relativamente semplice del comparto visivo, del resto, rende difficile percepire differenze realmente sostanziali. Il vantaggio della versione Switch 2 va quindi ricercato soprattutto nella qualità della fruizione: la maggiore risoluzione e la leggibilità sul display della nuova console valorizzano una struttura fondata su una griglia di combattimento, numerose icone e informazioni sovrapposte, mentre la natura portatile dell’hardware si sposa perfettamente con un gioco costruito intorno a sessioni scandite da singoli scontri e run successive. Non è dunque Montabi a dimostrare cosa possa fare tecnicamente Switch 2; è piuttosto Switch 2 a rappresentare il contesto ideale nel quale questo piccolo esperimento strategico può essere giocato con grande immediatezza. Una distinzione importante anche in sede di giudizio: l’assenza di un vero salto tecnologico non costituisce necessariamente un difetto, ma impedisce di considerare questa versione come un prodotto pensato per sfruttare fino in fondo le possibilità della nuova generazione Nintendo.

La recensione
Uno dei tanti ibridi ludici presenti sul Nintendo eShop, grazie alla carica innovativa del panorama indie sbarca in questa calda estate sulle vostre Nintendo Switch 2, portando un discreto carico di giocabilità accompagnata da trovate stilistiche da non sottovalutare.









