Se c’è un aspetto nel quale CloverPit riesce a superare il semplice esercizio di stile, è proprio nella sovrapposizione fra tema narrativo e struttura ludica. Il gioco parla di dipendenza dal gioco d’azzardo e, contemporaneamente, costruisce un’esperienza capace di riprodurne alcuni meccanismi psicologici: una perdita conduce alla necessità di riprovare, una combinazione intravista alimenta la speranza di poterla replicare, una vincita eccezionale suggerisce che la soluzione definitiva sia finalmente a portata di mano. Il giocatore, proprio come il protagonista, continua a cercare una via d’uscita attraverso lo stesso strumento che lo tiene prigioniero. È il classico “ancora una run” del roguelite, ma qui assume una valenza quasi metanarrativa. La struttura è estremamente semplice nella sua iterazione di base: si gira la slot, si accumulano monete, si acquistano amuleti, si cercano sinergie e si tenta di raggiungere il nuovo obiettivo economico prima della scadenza. A ogni successo, però, il debito aumenta e con esso la pressione. La partita non diventa quindi progressivamente più semplice: diventa più redditizia e contemporaneamente più esigente, costringendo il giocatore a costruire combinazioni sempre più efficaci. Gli oltre 150 amuleti disponibili costituiscono il vero spazio di sperimentazione, perché permettono di modificare probabilità, valori e comportamenti dei simboli fino a trasformare una macchina inizialmente quasi incontrollabile in qualcosa che sembra, almeno per qualche istante, essere stato progettato proprio dal giocatore. Ed è proprio quando la costruzione della build funziona che CloverPit raggiunge i suoi momenti migliori. Una combinazione inizialmente modesta può generare un effetto a catena: un simbolo aumenta di valore, un secondo amuleto ne incrementa la frequenza, un terzo interviene sul moltiplicatore e improvvisamente una singola estrazione produce una quantità di denaro apparentemente assurda. Il piacere non deriva dunque dalla vincita in sé, ma dalla comprensione del sistema che l’ha resa possibile. È la stessa gratificazione combinatoria di Balatro, ma traslata dal tavolo da poker alla macchina da casinò. Il problema è che la medesima struttura può anche mostrare rapidamente il proprio limite. Al netto delle decisioni relative ad acquisti, vendite e costruzione della build, l’interazione concreta con la macchina rimane volutamente ridotta: nella maggior parte del tempo si tira una leva e si osserva il risultato. Alcune recensioni hanno infatti sottolineato come, una volta compreso il sistema, il gioco possa diventare ripetitivo e dipendere eccessivamente dalla fortuna, con run nelle quali gli amuleti desiderati semplicemente non arrivano. È una contraddizione interessante: proprio il meccanismo che rende CloverPit così difficile da abbandonare può diventare quello che ne limita la longevità. Il titolo è straordinariamente efficace nel produrre dipendenza a breve e medio termine, meno nel costruire una profondità sufficiente a sostenere indefinitamente il giocatore più esperto. E forse, ancora una volta, è difficile stabilire quanto sia un difetto e quanto una scelta deliberata.
A rendere l’esperienza più interessante interviene poi la scelta di trasformare la cella non in un semplice menu tridimensionale, ma in un piccolo spazio fisico nel quale muoversi e interagire. La slot machine è naturalmente il centro dell’ambiente, ma intorno a essa troviamo il bancomat nel quale depositare le vincite, il negozio degli amuleti, il telefono attraverso cui arrivano nuove possibilità e una serie di altri elementi apparentemente secondari. Anche il computer e gli oggetti disseminati nella stanza contribuiscono alla progressiva scoperta del progetto. Questa soluzione produce un effetto curioso. La stanza è minuscola, ma più la si frequenta più sembra raccontare qualcosa. Le pareti sporche, gli elementi deteriorati, i segni inquietanti e le trasformazioni che intervengono nel corso della progressione suggeriscono l’esistenza di qualcosa al di là della semplice partita. Alcuni oggetti diventano rilevanti soltanto dopo aver raggiunto determinati risultati, mentre i progressi ottenuti possono modificare ciò che è possibile fare fra una run e l’altra. La stanza diventa quindi contemporaneamente prigione, interfaccia, archivio della progressione e spazio narrativo. È soprattutto l’estetica a fare da collante. CloverPit utilizza una rappresentazione low-poly volutamente ruvida, sporca e claustrofobica, che guarda alla grafica tridimensionale delle prime generazioni ma la piega verso l’horror psicologico. Il contrasto con la slot è particolarmente riuscito: fuori dai momenti di vincita domina una tavolozza cupa, quasi monocromatica; quando invece arriva una combinazione importante, l’ambiente esplode di colori, suoni e animazioni, trasformando improvvisamente la cella in una piccola sala da gioco. È un contrasto che funziona anche simbolicamente: il mondo reale del protagonista è degradato e oppressivo, mentre la macchina offre continuamente una promessa di luce, ricchezza e liberazione. Il risultato ricorda per certi versi Inscryption, soprattutto nella capacità di utilizzare l’ambiente per insinuare l’idea che dietro il sistema principale esista qualcosa di più grande. La differenza è che CloverPit rimane molto più ambiguo e meno interessato a sviluppare una vera mitologia. La narrativa procede attraverso allusioni, interazioni, eventi e finali, ma non sempre riesce a trasformare questi elementi in un arco narrativo altrettanto convincente quanto quello ludico. Diverse analisi hanno infatti evidenziato come la componente narrativa sembri più un accompagnamento al gameplay che una vera storia capace di sostenerlo fino alla conclusione. Ed è proprio questa la particolarità del world building di CloverPit: è più forte quando non racconta. La stanza, i suoni della slot, lo squillo improvviso del telefono, il deterioramento dell’ambiente e la progressiva trasformazione degli oggetti riescono a creare una sensazione di disagio molto più efficace di quanto facciano le informazioni esplicitamente fornite al giocatore. Il gioco sembra suggerire continuamente che esista una spiegazione, un significato, una verità dietro quella prigione; ma, quando arriva il momento di trasformare le suggestioni in una vera narrazione, non sempre riesce a mantenere le promesse costruite lungo il percorso.
Sul piano tecnico, CloverPit non è naturalmente il tipo di produzione capace di mettere sotto pressione l’hardware di Switch 2. La sua estetica low-poly, volutamente sporca e retrospettiva, nasce anzi proprio dalla volontà di costruire un’esperienza nella quale la limitazione apparente diventa parte dell’identità visiva. Geometrie semplici, texture volutamente grezze, illuminazione contenuta e ambientazioni estremamente circoscritte permettono al titolo di mantenere una buona fluidità senza richiedere particolari compromessi. La conversione su Switch 2 si dimostra quindi sostanzialmente solida, con caricamenti rapidi e una resa stabile anche nelle situazioni nelle quali la slot machine produce contemporaneamente numerosi effetti visivi. Il vero interesse della versione Nintendo non risiede però nell’upgrade grafico, quanto nella possibilità di sfruttare alcune caratteristiche specifiche della nuova console. CloverPit supporta infatti i 120 Hz di Switch 2 e introduce anche il controllo tramite mouse, una soluzione particolarmente naturale considerando la struttura tridimensionale dell’ambiente e la quantità di elementi con i quali è possibile interagire. Non si tratta di funzioni indispensabili per godersi l’esperienza, ma rappresentano un interessante valore aggiunto e dimostrano come un progetto nato su PC possa trovare sulla nuova macchina Nintendo un habitat particolarmente adatto. Anche in modalità portatile il risultato è convincente: la natura raccolta dell’ambiente permette di mantenere sempre leggibili interfaccia, simboli e informazioni, mentre la slot machine rimane chiaramente il fulcro visivo dell’esperienza. Non siamo quindi davanti a una conversione che cerca di impressionare attraverso una maggiore complessità tecnica, ma a un porting coerente con le caratteristiche del gioco, sufficientemente fluido e privo di compromessi capaci di compromettere il loop. In questo senso, la scelta di non alterare l’identità estetica originale è probabilmente la decisione migliore: CloverPit funziona proprio perché sembra un piccolo incubo tridimensionale uscito da un hardware molto meno potente.
La recensione
CloverPit è una delle più interessanti dimostrazioni della vitalità del panorama indie contemporaneo: prende la struttura roguelite, la fortuna di Balatro, l'horror di Buckshot Roulette e il linguaggio del gioco d'azzardo, trasformandoli in qualcosa di sorprendentemente personale. La sua forza sta soprattutto nella perfetta sovrapposizione fra meccanica e tema: siamo prigionieri della slot proprio come il protagonista lo è della propria cella. Qualche limite nella varietà del loop e nella profondità narrativa impedisce al progetto di raggiungere l'eccellenza assoluta, ma l'identità rimane fortissima. Su Switch 2 la conversione è solida e completa, con 120 Hz e mouse a impreziosire un'esperienza già ottima. Una piccola grande ossessione, dalla quale sarà difficile uscire.






