È però nella componente ludica che Brigandine: Abyss mostra con maggiore chiarezza la propria identità. Il cuore dell’esperienza rimane quello della serie: una grande simulazione strategica nella quale il giocatore deve conquistare progressivamente un continente, alternando una fase gestionale a una tattica. Prima di pensare alla singola battaglia bisogna quindi ragionare sull’intero fronte, decidendo quali territori difendere, quali eserciti spostare e dove concentrare le proprie forze. La fase di organizzazione rappresenta una parte sostanziale dell’esperienza. I Rune Knight possono essere assegnati alle diverse roccaforti, sviluppati attraverso classi e abilità differenti e affiancati da un’enorme varietà di mostri. Non basta dunque possedere un personaggio potente: bisogna costruire un esercito coerente, tenendo conto delle caratteristiche delle singole unità, delle loro abilità e della composizione complessiva della formazione. È un approccio molto diverso da quello di un normale RPG tattico, perché la perdita di un territorio può avere conseguenze sulla guerra nel suo complesso e non soltanto sulla battaglia appena conclusa. Quando due eserciti entrano in contatto si passa quindi alla tradizionale battaglia su griglia esagonale. Qui il sistema diventa più familiare agli appassionati di SRPG: posizionamento, distanza, caratteristiche delle unità e utilizzo delle abilità determinano progressivamente l’esito dello scontro. La presenza contemporanea di cavalieri e mostri aumenta però considerevolmente le possibilità di costruzione della squadra, trasformando ogni esercito in una sorta di puzzle strategico da assemblare. Il punto di forza è proprio questa sovrapposizione di livelli. Una battaglia non può essere considerata separatamente dalla gestione della mappa, così come una buona composizione dell’esercito non è sufficiente se il giocatore decide di aprire troppi fronti contemporaneamente. Abyss chiede continuamente di ragionare in termini di risorse, territori, turni e opportunità. Attaccare una nazione indebolita può essere vantaggioso, ma potrebbe anche lasciare scoperto un altro confine; conquistare una base importante può ampliare le possibilità offensive, ma costringe a investire risorse per difenderla. A rendere ancora più interessante il sistema intervengono le numerose classi, le trasformazioni e le possibilità di crescita dei Rune Knight. La progressione non è quindi soltanto numerica: scegliere come sviluppare un comandante significa anche determinare il suo ruolo nell’esercito. Allo stesso modo, i mostri possono essere utilizzati in maniera molto diversa a seconda della composizione della squadra e delle esigenze del campo di battaglia. Il risultato è uno strategico decisamente più vicino alla simulazione che all’immediatezza. Non siamo davanti a un sistema costruito per regalare rapidamente soddisfazioni attraverso poche unità estremamente potenti: Brigandine vuole che il giocatore impari a gestire un esercito, una frontiera e un continente. È una delle ragioni per cui può risultare estremamente appagante per il pubblico specializzato, ma anche una delle principali barriere per chi si avvicina alla serie per la prima volta.
La novità strutturale più interessante di Abyss è probabilmente rappresentata dalla Mission Mode, che amplia considerevolmente la natura sandbox della serie. Se le sei campagne narrative costituiscono il percorso più tradizionale, questa modalità permette di affrontare il sistema da una prospettiva molto più libera, scegliendo fra 24 differenti fazioni e affrontando condizioni di vittoria specifiche. È un’importante evoluzione della formula perché modifica il significato stesso della conquista. In una campagna classica l’obiettivo è prevalentemente quello di espandere il proprio dominio e arrivare alla vittoria finale; nella Mission Mode, invece, ogni fazione può richiedere un approccio differente. Una partita può quindi premiare la conquista territoriale, un’altra la gestione delle risorse, un’altra ancora il raggiungimento di particolari obiettivi o la raccolta di determinate unità. Il continente rimane lo stesso, ma cambia il problema strategico che il giocatore deve risolvere. È qui che emerge la natura più interessante di Brigandine: la profondità non deriva necessariamente dalla complessità della singola battaglia, ma dalla quantità di variabili che il sistema riesce a mettere in relazione. Una fazione apparentemente svantaggiata può diventare interessante proprio perché costringe a modificare le proprie abitudini; un esercito con unità meno convenzionali può richiedere una strategia completamente differente; una condizione di vittoria particolare può rendere prioritario qualcosa che normalmente sarebbe secondario. La Mission Mode diventa quindi anche una sorta di laboratorio per il giocatore esperto. Dopo aver completato una campagna, la domanda non è semplicemente “posso rifarla?”, ma “quanto posso cambiare il modo in cui la affronto?”. È una filosofia che garantisce una rigiocabilità potenzialmente enorme e che giustifica la grande quantità di sistemi presenti nel gioco. Allo stesso tempo, però, è proprio questa abbondanza a rendere evidente il principale limite di Abyss: non tutto viene spiegato con la stessa efficacia con cui viene progettato. Il giocatore deve investire parecchio tempo per comprendere pienamente il rapporto fra classi, mostri, abilità, territori, sviluppo e condizioni di vittoria. Per chi ama gli strategici profondi è parte del piacere; per chi cerca un’esperienza più immediata può diventare una barriera significativa. In questo senso Abyss rappresenta quasi una fotografia del suo stesso genere: la sua esistenza dimostra quanto lo strategico sia tornato interessante, ma la sua struttura dimostra anche quanto sia difficile conciliare la profondità della tradizione con le aspettative di accessibilità del pubblico contemporaneo.

Il problema diventa ancora più evidente quando si passa all’aspetto tecnico e artistico. Brigandine: Abyss è un gioco estremamente ricco sotto il profilo quantitativo, ma non comunica sempre questa ricchezza attraverso una presentazione all’altezza. La nuova direzione artistica rappresenta il cambiamento più evidente rispetto al passato: personaggi, creature e ambientazioni assumono un’estetica più colorata, caricaturale e vicina a una certa produzione anime contemporanea. Il problema non è che questa scelta sia necessariamente brutta. Il punto è che sembra poco coerente con l’identità costruita dalla serie, soprattutto considerando l’impostazione più austera e fantasy di The Legend of Runersia. Il passaggio a un character design più morbido e caricaturale alleggerisce inevitabilmente la percezione del mondo, rendendo meno immediatamente riconoscibile quella dimensione di guerra fantasy che rappresentava uno degli elementi caratterizzanti di Brigandine. Ancora più problematica è la leggibilità. In un gioco nel quale il giocatore deve tenere sotto controllo contemporaneamente decine di informazioni, ogni elemento visivo dovrebbe contribuire a distinguere rapidamente unità, caratteristiche, stato della battaglia e possibilità d’azione. Abyss non sempre riesce a raggiungere questo obiettivo. Effetti, indicatori, modelli e informazioni possono sovrapporsi, soprattutto quando la schermata si riempie di unità, rendendo meno immediata la lettura dello scenario. Ed è un peccato, perché la complessità sottostante meriterebbe una rappresentazione più ambiziosa. Brigandine non ha bisogno di trasformarsi in un blockbuster visivo: il suo punto di forza è e rimane il sistema. Ma proprio per questo la grafica dovrebbe lavorare al servizio della strategia, rendendo più chiari i rapporti fra le unità e valorizzando la grande varietà delle creature. Quando invece la direzione artistica appare più interessata alla spettacolarità o alla caratterizzazione che alla leggibilità, si crea una frizione fra ciò che il gioco è e ciò che mostra. Sul fronte tecnico, dunque, Abyss rimane un progetto funzionale, ma difficilmente può essere considerato una vera dimostrazione delle possibilità di Switch 2. La nuova console avrebbe potuto offrire l’occasione per aumentare il dettaglio degli scenari, migliorare animazioni ed effetti e soprattutto rendere più leggibile la grande quantità di elementi presenti sul campo. La scelta produttiva è invece più conservativa: un gioco progettato intorno alla profondità del sistema, ma accompagnato da una veste tecnica e artistica che raramente riesce a valorizzarla pienamente. Ed è proprio questo il paradosso di Brigandine: Abyss: sotto una superficie non sempre convincente si nasconde uno strategico capace di offrire una quantità di possibilità che molte produzioni più appariscenti non possono nemmeno avvicinare. Ma nel 2026, e soprattutto su una macchina come Switch 2, non è più sufficiente avere tanto da offrire: bisogna anche saperlo comunicare.
Il cambiamento più evidente di Brigandine: Abyss riguarda probabilmente la direzione artistica, che sceglie di allontanarsi sensibilmente dall’immaginario costruito dagli episodi precedenti. Il character design assume tratti più morbidi e caricaturali, con colori vivaci e un’estetica maggiormente orientata all’anime contemporaneo. Una scelta legittima, ma non necessariamente convincente: laddove The Legend of Runersia riusciva a costruire un fantasy più austero e riconoscibile, Abyss sembra spesso alleggerire eccessivamente la propria identità, quasi come se volesse apparire più accessibile senza però possedere una direzione stilistica altrettanto forte. Il problema emerge soprattutto nel rapporto fra personaggi, ambientazioni e battaglie. Il nuovo character design può risultare gradevole nelle illustrazioni e nelle scene narrative, ma sul campo di battaglia la rappresentazione delle unità appare meno incisiva. Considerando l’enorme varietà di cavalieri e creature, ci si aspetterebbe una caratterizzazione visiva capace di trasformare questa ricchezza in un ulteriore elemento strategico; invece, modelli, animazioni ed effetti non sempre restituiscono adeguatamente le differenze fra le tante unità disponibili. Anche la leggibilità generale risente di questa impostazione. In uno strategico nel quale la quantità di informazioni è fondamentale, la chiarezza dovrebbe venire prima dello spettacolo. Quando la schermata si riempie di personaggi, effetti, indicatori e informazioni relative alle abilità, il colpo d’occhio non è sempre sufficiente per comprendere immediatamente ciò che sta accadendo. È un limite particolarmente evidente perché il sistema di gioco richiede proprio l’opposto: osservare rapidamente la situazione, individuare le minacce e prendere decisioni sulla base delle caratteristiche delle singole unità. Non siamo quindi davanti a un comparto artistico semplicemente “brutto”, quanto a una direzione che sembra meno efficace di quella precedente nel definire l’identità della serie e nel supportarne la componente strategica. E il contrasto con la profondità del sistema finisce per diventare quasi paradossale: Abyss offre moltissime possibilità, ma non sempre possiede gli strumenti visivi necessari per renderle immediatamente leggibili e valorizzarle.

La recensione
Brigandine: Abyss arriva nel momento giusto per ricordarci quanto lo strategico a turni sia tornato centrale nel panorama videoludico, ma non possiede ancora la forza necessaria per diventare uno dei suoi nuovi punti di riferimento. La profondità del sistema, la varietà delle fazioni e l'abbondanza di contenuti rappresentano un patrimonio importante, soprattutto per gli appassionati, ma vengono accompagnati da una direzione artistica discutibile, da una leggibilità non sempre ottimale e da un comparto tecnico poco ambizioso. Un ritorno quindi gradito, ma ancora troppo legato alla tradizione: più che una rinascita, un solido passo laterale.









