Nel variegato panorama dei JRPG a basso budget che popolano l’eShop Nintendo, l’etichetta KEMCO — spesso legata a produzioni di derivazione mobile o piccoli progetti indie giapponesi — continua a distinguersi per una sorprendente costanza. Pur senza ambizioni tecniche elevate, molti dei suoi titoli sanno offrire loop di gioco solidi, atmosfere nostalgiche e, talvolta, spunti narrativi più ispirati del previsto. Dragon Ruins II, sviluppato da Graverobber Foundation e pubblicato proprio in questa fascia produttiva, si colloca esattamente in questa tradizione: un dungeon crawler essenziale ma potenzialmente coinvolgente, sequel del capitolo già approdato su Switch e da noi recensito con discreto interesse. La sua uscita — prevista su PC e attesa anche su Nintendo Switch — sembra voler consolidare una formula che mira alla profondità strategica più che allo spettacolo visivo, puntando su party building, ripetibilità e progressione continua all’interno di un mondo fantasy minacciato dal risveglio del drago ancestrale.
Dragon Ruins II riprende l’ossatura narrativa del primo capitolo ampliandone l’orizzonte mitologico: le misteriose rovine draconiche non sono più semplici dungeon da esplorare, ma le vestigia di un’antica civiltà strettamente legata ai leggendari draghi che un tempo dominavano il mondo. Il risveglio di una creatura ancestrale minaccia ora l’equilibrio del regno di Isigwere, spingendo la regina stessa a convocare avventurieri da ogni provincia per affrontare l’imminente catastrofe. Nei panni di una giovane compagnia basata nella capitale, il giocatore si muove tra piccoli incarichi quotidiani affidati dai cittadini — eliminare goblin, recuperare oggetti, pattugliare aree pericolose — e missioni sempre più rischiose che affondano nelle profondità delle rovine sotterranee, dove segreti millenari e frammenti di lore attendono di essere riscoperti. La narrativa, pur restando essenziale, offre un mondo più stratificato rispetto al primo episodio, con maggior enfasi su miti draconici, antichi tesori e una lenta discesa verso la natura stessa della minaccia che grava sul continente.

Il prodotto di KEMCO mantiene l’impostazione da dungeon crawler tradizionale, strutturato attorno all’esplorazione di oltre 15 dungeon sempre più complessi, ciascuno caratterizzato da piccoli enigmi, ramificazioni multiple e nemici progressivamente più ostici. Il giocatore forma un party di quattro avventurieri, scelti da un set particolarmente ampio di classi — 21 nella versione originale — tra cui Fighter, Ranger, Cleric, Monk, Necromancer e vari ibridi. Ogni classe possiede abilità peculiari che si combinano tra loro, favorendo la creazione di squadre sinergiche in grado di affrontare differenti stili di minacce. Il combat system si basa sul “auto battle”: i personaggi attaccano automaticamente, mentre il giocatore si concentra sulle decisioni strategiche — gestione degli oggetti, scelta delle abilità, rotazione dei ruoli e sfruttamento dei punti deboli dei nemici. Questa formula permette un approccio rilassato, quasi “da routine”, ma non per questo privo di profondità, soprattutto ai livelli più avanzati. La progressione ruota attorno all’acquisizione di nuove armi ed equipaggiamenti, allo sblocco di skill più potenti e al miglioramento delle classi tramite un class system espandibile. Le missioni possono essere rigiocate per ottenere tesori, materiali rari o accedere a linee narrative opzionali, incentivando una struttura ad anelli che richiama i dungeon crawler più classici. Pur non rivoluzionando la formula, Dragon Ruins II raffina il gameplay del primo capitolo e offre una routine solida, adatta sia a sessioni brevi sia a run più lunghe e pianificate.

Dragon Ruins II segue il modello del primo capitolo, per cui aspettatevi un port molto leggero e perfettamente compatibile con l’hardware di Nintendo Switch, senza particolari rinunce tecniche. Il precedente Dragon Ruins occupava appena 104 MB sull’eShop, e considerando l’impianto grafico volutamente essenziale — mappe tridimensionali semplici, texture leggere, interfaccia minimalista — e anche il sequel si mantiene su dimensioni contenute e su un frame rate stabile nelle fasi esplorative come in quelle di combattimento, dove l’auto battle riduce ulteriormente la complessità visiva. La natura “snella” del progetto lo rende particolarmente adatto alla fruizione in modalità portatile, senza problemi di leggibilità o di input lag, mentre la modalità docked dovrebbe offrire solo un modesto incremento di nitidezza. Si tratta, in pratica, di un port funzionale, privo di ambizioni tecniche elevate, ma fluido e perfettamente coerente con la filosofia KEMCO.

La recensione
Dragon Ruins II conferma la natura produttiva di KEMCO: progetti piccoli, accessibili, spesso derivativi, ma capaci di offrire cicli di gioco rilassanti e sorprendentemente appaganti. Questo secondo capitolo amplia classi, dungeon e possibilità di grind, mantenendo la formula semplice e immediata che aveva reso piacevole il primo episodio. Non è un’esperienza profonda né tecnicamente moderna, ma un dungeon crawler leggero, costante e onesto, ideale per chi cerca ore di esplorazione senza pressioni né complicazioni.









