Xbox Series S: Apartment No. 129: la recensione

Cosa è succcesso davvero nell'appartamento numero 129?

THE OUTER WORLD – Benvenuti a un nuovo appuntamento dedicato alla nostra rubrica intitolata “The Outer World”, una finestra nuova per Switchitalia, con vista sui mondi videoludici che si espandono fuori dalle consuete e familiari mura dell’universo Nintendo. Se volete più dettagli sulla nostra iniziativa, vi rimandiamo all’articolo introduttivo con cui ve la presentiamo, sospinti dalla curiosità esplorativa tipica degli amanti dei videogiochi. Oggi ci addentriamo nei meandri di una urban legend di origine turca.

Nel 1999 The Blair Witch Project stupì il mondo riuscendo anche a terrorizzarmi come pochi altri film hanno fatto. Non tanto per ciò che mostrava, quanto per ciò che lasciava immaginare. Quel film, oggi unanimemente riconosciuto come uno dei found footage più riusciti di sempre, dimostrò che l’orrore poteva funzionare anche senza effetti speciali, mostri in scena o spiegazioni rassicuranti, puntando tutto su ambiguità, realismo e suggestione. Da lì prese piede un vero e proprio sottogenere, capace di contaminare cinema, serie TV e, inevitabilmente, anche il mondo dei videogiochi. Apartment No. 129, per certi aspetti, è figlio diretto di quella lezione. Nelle intenzioni la più classica delle storie “basata su eventi realmente accaduti”, che poi a ben vedere non sono mai accaduti realmente. Un horror che prova a giocare sul confine tra realtà e finzione e che cerca di inquietare più con il contesto e l’atmosfera che con l’azione pura. Apartment No. 129 è un survival horror indipendente turco, che costruisce la propria identità attorno a un’idea semplice e ben rodata: trasformare una leggenda urbana in un’esperienza videoludica claustrofobica, lenta e disturbante. Siamo di fronte a una rielaborazione narrativa ispirata a racconti circolati online alla fine degli anni 2000, una sorta di leggenda urbana diffusasi nel web, legata a presunti eventi paranormali avvenuti in un appartamento turco. Un gruppo di ragazze avrebbero giocato con riti satanici e entità che sarebbe meglio lasciare in pace, finendo per aprire un varco che le ha fatte sparire in circostanze misteriose. L’approccio come detto ricorda il linguaggio del found footage, mixando ad arte informazioni plausibili, difficilmente verificabili ed altrettanto difficilmente confutabili. Lo sviluppo è affidato a Dead Witness Studio, un team indipendente di dimensioni ridotte che ha chiaramente deciso di puntare più sull’atmosfera e sulla tensione psicologica che su meccaniche complesse o produzione spettacolare. Il protagonista è Emir, un videomaker attratto da misteri irrisolti, che decide di entrare nell’appartamento numero 129 per documentare ciò che resta di una storia mai chiarita.

Il gioco si apre con una sequenza cinematica che purtroppo ci riporta subito e brutalmente alla realtà di un gioco che, come vedremo, non riesce a conquistarci sotto molteplici aspetti. La performance attoriale è, a voler essere buoni, di livello amatoriale, e non ha nulla di quelle che dovrebbero essere le riprese “rubate” di un documentary. Buttati poi all’interno del gioco vero e proprio subiamo un secondo shock, non essendoci alcun legame stilistico con quanto visto prima. Il gameplay si sviluppa in prima persona e ruota quasi interamente attorno all’esplorazione. Ci si muove (molto) lentamente all’interno dell’appartamento e delle aree circostanti, interagendo con oggetti, leggendo documenti (tanti tanti documenti), ascoltando registrazioni e ricostruendo gradualmente i frammenti della vicenda. Il ritmo è deliberatamente lento e compassato, che limita al minimo le componenti adrenaliniche, e questa è una scelta che definisce l’intera esperienza. Emir non corre, non reagisce in modo immediato, non dà mai l’impressione di avere il controllo totale della situazione. È una decisione coerente con il personaggio e con il tono narrativo, ma che sul piano ludico può risultare frustrante, soprattutto nei momenti in cui il gioco richiede rapidità o precisione. Le hit box sono un po’ approssimate, rendendo talvolta necessario svariati tentativi per interagire correttamente con qualcosa. Le meccaniche survival sono presenti ma ridotte all’osso e un po’ anestetizzate dalla quantità di scorte che potremo reperire in giro. Ci sono puzzle ambientali piuttosto semplici, gestione limitata delle risorse e alcune fasi in cui bisogna evitare o affrontare presenze ostili. Proprio in questi momenti emergono i limiti più evidenti del titolo. I controlli risultano rigidi, i movimenti poco reattivi e il sistema di combattimento è più un compromesso che una vera meccanica soddisfacente.

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Dove Apartment No. 129 prova, parzialmente, a distinguersi è nella costruzione dell’atmosfera. Dal punto di vista visivo, pur rimanendo entro i limiti di una produzione indie, il gioco offre ambienti coerenti, senza far gridare al miracolo. Le location sono sporche, decadente, vissute e abbandonate allo stesso tempo, e ogni stanza comunica un senso di disagio silenzioso. La gestione delle luci e delle ombre è abbastanza indovinata: non è ciò che si vede a spaventare, ma ciò che resta nascosto. Anche se a dire il vero l’utilizzo dei jumpscare è davvero troppo inflazionato, un modo un po’ troppo sempliciotto per spaventare facilmente il giocatore. A tal riguardo una menzione per il sonoro, forse unico elemento riuscito del titolo. Il sound design lavora in modo costante sulla percezione del giocatore, alternando rumori ambientali, silenzi pesanti e suoni improvvisi che non sempre trovano una spiegazione immediata. Come intuibile da quanto accennato la narrazione è uno degli aspetti più ambiziosi ma anche più divisivi. La storia di fondo potrebbe anche essere interessante, in teoria. Tuttavia, il modo in cui il racconto viene veicolato non è sempre efficace. Alcuni passaggi risultano poco chiari, altri sembrano accelerare senza dare al giocatore il tempo di assimilare gli eventi. Le sequenze con attori reali, inserite per dare un taglio cinematografico, sono una scelta coraggiosa ma non del tutto riuscita: invece di rafforzare l’immersione, talvolta la spezzano, creando una dissonanza tra il linguaggio filmico e quello videoludico. Anche la struttura complessiva contribuisce a una sensazione di incompiutezza. Apartment No. 129 è un gioco breve, completabile in poche ore, e nonostante la presenza di un paio di finali alternativi la rigiocabilità resta limitata. Nel complesso Apartment No. 129 resta un titolo che sembra vivere costantemente di promesse non mantenute. L’idea di partenza è valida, l’atmosfera a tratti funziona e il sound design riesce davvero a fare la differenza, ma tutto il resto fatica a stare al passo. Il gameplay grezzo, la narrazione discontinua e alcune scelte di design discutibili finiscono per smorzare l’impatto di un’esperienza che avrebbe potuto osare di più. Ne esce un horror che inquieta a sprazzi, ma che raramente lascia il segno. Un’occasione parzialmente sprecata, più interessante nelle intenzioni che nella realizzazione.

La recensione

5 Il voto

L'esperimento di urban legend su console, portato avanti da Apartment No. 129 non ci ha convinto pienamente. Non è un disastro, ma nemmeno un’esperienza che si possa consigliare senza riserve. Le buone intenzioni e alcune scelte azzeccate, in particolare sul piano atmosferico e sonoro, non bastano a compensare un gameplay legnoso, una messa in scena discontinua e una narrazione che fatica a trovare una forma davvero efficace. È un gioco che incuriosisce, che a tratti riesce anche a inquietare, ma che raramente convince fino in fondo.

Valutazione

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