Ogni tanto capita ancora di imbattersi in giochi che sembrano spuntare fuori direttamente da un’altra generazione videoludica, come se fossero rimasti bloccati per anni nell’epoca PS2 per poi arrivare soltanto oggi. STARBITES, il nuovo RPG di IKINAGAMES, sembra appartenere di diritto a questa categoria e non certo perché sia tecnicamente arretrato o incapace di stare al passo con il mercato attuale, ma perché ogni sua scelta — dall’estetica alla struttura narrativa, passando per il combat system — comunica chiaramente un amore quasi ostinato per il JRPG dell’era PlayStation 2. STARBITES costruisce tutta la propria identità attorno a un’idea molto precisa di avventura sci-fi “alla giapponese”: party ristretto ma affiatato, mondo decadente, mecha personalizzabili, combattimenti a turni e una narrazione che alterna leggerezza, malinconia e improvvise accelerazioni drammatiche. Il risultato è un titolo inevitabilmente ruvido sotto diversi aspetti, ma anche sorprendentemente sincero nel modo in cui porta avanti la propria visione.

L’avventura si svolge sul pianeta Bitter, un mondo desertico devastato da una guerra interstellare avvenuta decenni prima. Bitter in principio era l’Eldorado, l’ultima speranza dell’umanità, purtroppo poi corrotta dalla ricorsiva stupidità dei sapiens. Quel che resta è un’enorme distesa di rottami, carcasse metalliche e città costruite recuperando tecnologie del passato. Bitter non è un semplice “deserto post-apocalittico”, la sensazione piuttosto è quella di vivere sopra i resti di una civiltà collassata, dove tutto viene riciclato, recuperato o smontato per sopravvivere un altro giorno. La protagonista Lukida è una giovane scavenger piena di debiti, che trascorre le proprie giornate recuperando materiali tra i relitti nella speranza di guadagnare abbastanza da lasciare finalmente il pianeta. Anche il resto del party funziona piuttosto bene. I personaggi non brillano necessariamente per profondità, ma riescono comunque a costruire dinamiche credibili e piacevoli lungo tutta la campagna. È evidente la volontà di replicare quel tipo di gruppo “da viaggio” tipico dei JRPG dei primi anni Duemila, dove il legame tra i protagonisti cresce progressivamente attraverso dialoghi, missioni e continue interazioni durante l’esplorazione. Sotto la superficie più colorata e anime, però, STARBITES affronta temi sorprendentemente profondi. Debiti, sfruttamento economico, sopravvivenza e disparità sociale sono elementi centrali dell’intera narrativa. Bitter viene rappresentato come un pianeta dove perfino morire sembra diventato un lusso che i poveri non possono permettersi.
Dal punto di vista del gameplay, STARBITES costruisce il proprio sistema attorno ai Motorbots, giganteschi mecha utilizzati dai protagonisti sia per combattere sia per esplorare il pianeta. Le battaglie sono rigorosamente a turni e si basano soprattutto sullo sfruttamento delle debolezze nemiche. Colpendo ripetutamente il tipo di danno corretto è possibile mandare gli avversari in stato di Break, interrompendo le loro azioni e aprendo una finestra offensiva devastante per il party. La meccanica più interessante è però il Driver’s High, una sorta di sistema che consente di anticipare il proprio turno sacrificando risorse per eseguire azioni più potenti o intervenire nei momenti critici dello scontro. È una soluzione semplice ma efficace, soprattutto durante le battaglie più avanzate, dove la gestione dei turni diventa fondamentale per evitare di essere travolti dai nemici più aggressivi. Le boss fight rappresentano probabilmente il momento migliore dell’intero combat system. Qui STARBITES costringe finalmente il giocatore a sfruttare davvero tutte le sue meccaniche: gestione dei buff, utilizzo corretto dei supporti, rotazione del party e attenzione continua alla barra Break nemica. Alcuni boss riescono persino a sorprendere grazie a pattern piuttosto elaborati e cambi di fase capaci di spezzare la monotonia degli scontri standard.

È tuttavia proprio nella gestione dei combattimenti normali che emergono alcuni limiti abbastanza evidenti. Per buona parte dell’avventura il livello di difficoltà rimane piuttosto basso e molti scontri finiscono per essere risolti utilizzando sempre le stesse combinazioni di abilità. Il sistema rimane piacevole e veloce, ma tende a mostrare il meglio di sé soltanto nelle battaglie più importanti. Anche la personalizzazione dei Motorbots contribuisce a dare maggiore profondità al gameplay. Ogni mecha può essere modificato attraverso armi, core e componenti differenti che influenzano statistiche, resistenze e abilità disponibili. Il sistema offre abbastanza libertà da permettere build differenti e approcci più offensivi o difensivi. A questo si aggiungono gli alberi abilità individuali dei personaggi, che consentono di specializzare ulteriormente il party. Alcuni membri possono diventare eccellenti supporti orientati ai buff e alla cura, mentre altri puntano maggiormente sul danno puro o sulla gestione delle debolezze nemiche. Non tutte le abilità risultano ugualmente utili, ma il sistema riesce comunque a mantenere viva la progressione per gran parte della campagna. L’esplorazione alterna invece momenti più riusciti ad altri decisamente meno brillanti. Bitter trasmette bene il senso di pianeta abbandonato grazie ai suoi paesaggi desertici, alle gigantesche carcasse metalliche sparse nelle mappe e alle città costruite tra rovine industriali. Artisticamente il gioco possiede una personalità molto forte: colori saturi, design anime e tecnologia rétro-futuristica convivono in modo sorprendentemente coerente.
Il vero problema di STARBITES è che il level design tende spesso alla ripetitività. Diverse aree finiscono per assomigliarsi parecchio e il gioco ricorre più volte a missioni che obbligano a tornare negli stessi luoghi già visitati. La presenza di casse nascoste, materiali da recuperare e percorsi opzionali aiuta a spezzare il ritmo, ma non sempre basta a evitare una certa sensazione di backtracking artificiale. Dal punto di vista tecnico, STARBITES mostra chiaramente alcuni limiti produttivi. Le texture sono spesso semplici, le animazioni facciali piuttosto basilari e alcune sequenze narrative appaiono meno rifinite di quanto probabilmente avrebbero richiesto i momenti più emotivi della storia. Anche l’impatto visivo generale può inizialmente sembrare datato, soprattutto a chi si aspetta standard tecnici vicini alle grandi produzioni moderne. Su Nintendo Switch il colpo d’occhio risulta inevitabilmente più sporco, con texture poco definite e una qualità dell’immagine non sempre convincente. Eppure, sarebbe riduttivo liquidare il comparto grafico semplicemente come “vecchio”. STARBITES non sembra inseguire il realismo né la spettacolarità tecnologica. Al contrario, costruisce gran parte del proprio fascino proprio attorno a quell’estetica da JRPG tardo PS2 fatta di colori accesi, città compatte, interfacce stilizzate e modelli anime molto espressivi. Anche la colonna sonora contribuisce parecchio all’atmosfera generale. Le tracce ambientali accompagnano bene l’esplorazione del pianeta Bitter, alternando sonorità malinconiche a brani più energici durante i combattimenti e le sezioni narrative più importanti.
La durata complessiva si assesta attorno alle trenta ore per la sola campagna principale, con diverse attività secondarie dedicate al recupero di materiali, all’upgrade dei Motorbots e alle missioni opzionali sparse nelle varie città del pianeta. La struttura rimane prevalentemente lineare, ma riesce comunque a offrire abbastanza contenuti extra da dare maggiore consistenza all’avventura senza trascinarla inutilmente. STARBITES è quindi un gioco con delleimperfezioni, ma anche uno di quei titoli che riescono a compensare molti limiti attraverso personalità e convinzione. In più di un’occasione mostra chiaramente il fianco a problemi di ritmo, ripetitività e produzione. Però possiede anche qualcosa che molti RPG moderni sembrano aver perso: una forte identità, una direzione precisa e la volontà di costruire un’avventura compatta senza trasformarla in un’enorme checklist open world. Per chi è cresciuto con i JRPG dell’epoca PlayStation 2, STARBITES riesce spesso a colpire esattamente quel tipo di nostalgia. Non attraverso il semplice citazionismo, ma recuperando davvero il modo in cui quei giochi costruivano mondi, party e senso dell’avventura.
La recensione
STARBITES è un gioco tecnicamente lontano dalle grandi produzioni moderne, ma capace di compensare molti dei suoi limiti attraverso atmosfera, identità e una sincera passione per il JRPG classico. IKINAGAMES confeziona un’avventura compatta e nostalgica nel senso migliore del termine, che probabilmente parlerà soprattutto a chi sente ancora la mancanza di un certo modo di raccontare e costruire i giochi di ruolo giapponesi.











