Switch 2: Yoshi & the Mysterious Book: la recensione

Tuffati tra le pagine di un’enciclopedia parlante e parti per un’avventura all’insegna della scoperta in Yoshi and the Mysterious Book, solo su Nintendo Switch 2. Quali curiose creature incontrerai?

Nel corso della propria storia, Nintendo ha costruito uno dei portafogli IP più riconoscibili e trasversali dell’intera industria videoludica. Un patrimonio creativo spesso associato immediatamente ai colossi assoluti come Mario e Zelda, ma che in realtà si estende ben oltre queste due icone, comprendendo una quantità sorprendente di personaggi, mondi e comprimari capaci nel tempo di conquistarsi spazi sempre più rilevanti. Proprio questa ricchezza permette a Nintendo di differenziare enormemente la propria offerta senza perdere coerenza identitaria. Nel corso degli anni figure inizialmente considerate “secondarie” hanno infatti ottenuto produzioni dedicate di grande successo: basti pensare a Luigi’s Mansion, alla trasformazione di Captain Toad in protagonista assoluto con Captain Toad: Treasure Tracker o al recente rilancio di Peach attraverso Princess Peach: Showtime!. All’interno di questa filosofia produttiva, Yoshi occupa ormai da anni una posizione particolare. Nato come comprimario fondamentale dell’universo di Mario, il dinosauro verde è riuscito progressivamente a costruirsi un’identità autonoma, diventando sinonimo di esperienze accessibili, creative e fortemente caratterizzate sul piano estetico. Le sue produzioni non hanno quasi mai cercato di competere frontalmente con i giganteschi Mario 3D, ma hanno trovato forza proprio nella capacità di proporre ritmi, approcci e sensibilità differenti. Yoshi and the Mysterious Book sembra inserirsi perfettamente in questa tradizione: un progetto meno monumentale rispetto ai grandi blockbuster first party Nintendo, ma proprio per questo libero di sperimentare con coraggio formule ludiche meno convenzionali e decisamente più particolari.

Uno degli aspetti più interessanti della produzione Nintendo riguarda la libertà creativa spesso concessa alle sue IP considerate “laterali”. Mentre serie come Mario o Zelda devono inevitabilmente confrontarsi con aspettative gigantesche e con la necessità di incarnare standard produttivi e strutturali ben definiti, franchise come Yoshi possono invece muoversi con maggiore agilità, sperimentando approcci insoliti e contaminazioni meno prevedibili. Negli anni questa filosofia ha trasformato proprio il brand Yoshi in una sorta di laboratorio creativo permanente. Dai mondi di stoffa di Yoshi’s Woolly World fino all’estetica craft di Yoshi’s Crafted World, ogni episodio ha cercato di reinterpretare il platform tradizionale attraverso filtri estetici e strutturali sempre differenti, privilegiando meraviglia, esplorazione e accessibilità rispetto alla pura sfida tecnica. Con Yoshi and the Mysterious Book il passo sembra farsi ancora più radicale. Il gioco mantiene infatti soltanto alcune basi del platform a scorrimento classico, ma destruttura completamente il concetto di fallimento tradizionale: non si può realmente morire, né precipitare fuori dai livelli. Una scelta che potrebbe sembrare quasi antitetica al genere, ma che in realtà ridefinisce il senso stesso della sfida. L’esperienza non punta infatti sull’abilità pura o sui riflessi, quanto piuttosto sull’osservazione, sulla curiosità e sulla capacità di comprendere il funzionamento degli ecosistemi di gioco. Il platforming diventa così più uno strumento esplorativo che una finalità, lasciando spazio a una costruzione puzzle/cozy decisamente atipica per gli standard Nintendo. Una direzione coraggiosa, soprattutto perché sostenuta da un personaggio iconico e immediatamente riconoscibile come Yoshi.

Nel panorama Nintendo, Yoshi rappresenta ormai da tempo qualcosa di molto diverso rispetto a una semplice mascotte secondaria. Il personaggio è riuscito infatti a costruire una propria identità fortissima, riconoscibile tanto dai videogiocatori storici quanto dal pubblico più casual e familiare. Anche grazie al successo cinematografico dell’universo Mario, il dinosauro verde è oggi una figura immediatamente associabile a un immaginario colorato, accessibile e trasversale. A differenza di molte altre serie platform, i giochi dedicati a Yoshi hanno quasi sempre scelto di privilegiare inclusività e approccio rilassato rispetto alla difficoltà estrema. Questo non significa banalità, ma piuttosto una diversa filosofia progettuale: livelli ricchi di segreti, esplorazione morbida, ritmo controllato e una costante attenzione verso il senso di scoperta. Yoshi and the Mysterious Book estremizza ulteriormente questa impostazione. Dietro un’apparente semplicità si nasconde infatti un progetto che punta molto sulla curiosità del giocatore e sulla sperimentazione ambientale. Il gioco non cerca mai di mettere pressione attraverso punizioni severe o game over frustranti, ma costruisce la propria sfida su logica, osservazione e interazione con gli ecosistemi presenti nelle varie pagine del libro. È proprio questa capacità di essere accessibile senza risultare vuoto a rendere Yoshi una figura tanto forte nel catalogo Nintendo contemporaneo. Bambini, famiglie, giocatori occasionali ma anche appassionati storici possono trovare nel titolo livelli di lettura differenti, rendendo l’esperienza sorprendentemente trasversale. E sebbene il ritmo cozy e contemplativo possa non incontrare i gusti di chi cerca un platform più tradizionalmente adrenalinico, il fascino dell’operazione emerge chiaramente proprio dalla volontà di seguire una strada diversa dal solito.

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Commenti 2

  1. RocK says:

    è senza dubbio un gioco originale…nel senso che è un quadro in movimento in cui interagendo con gli elementi puoi sbloccare roba. ma mi rimane il dubbio: questo tipo di gameplay che sfrutta lo scenario in questo modo poteva essere messo al servizio di un gioco più canonico? tipo un platform/collectathon 3d? quindi conservare lo stesso gameplay originale e aggiungerci pure una sfida più impegnativa?

    • Nuas82 says:

      io credo che lo spirito sperimentale avrebbe portato a troppe morti per trial&error in un contesto come quello che identifichi tu, ma potrei anche sbagliarmi. di certo la frustrazione, per il target di riferimento, non sarebbe un valore aggiunto

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