Negli ultimi anni il panorama videoludico indipendente e AA ha dimostrato come sia possibile emergere anche senza competere direttamente sul terreno delle grandi produzioni tripla A. Sempre più studi hanno infatti costruito la propria identità non tanto attorno a un particolare genere, quanto a una precisa cifra autoriale, capace di rendere immediatamente riconoscibile ogni loro progetto. Se Supergiant Games viene associata alla qualità della narrazione e Annapurna Interactive alla ricerca artistica, Squanch Games ha invece scelto di fondare la propria intera filosofia creativa su un elemento molto più insolito: una comicità completamente fuori controllo. Lo studio nasce nel 2016 per iniziativa di Justin Roiland, co-creatore della celebre serie animata Rick and Morty, con l’obiettivo dichiarato di trasferire nel linguaggio videoludico quello stesso umorismo surreale, improvvisato e costantemente sopra le righe che aveva reso celebre il cartone animato. Fin dalle prime produzioni, da Accounting+ a Trover Saves the Universe, Squanch Games dimostra di voler utilizzare il videogioco non semplicemente come contenitore della comicità, ma come mezzo capace di renderla parte integrante dell’interazione stessa, coinvolgendo il giocatore attraverso dialoghi continui, improvvisazioni, rottura della quarta parete e situazioni volutamente assurde. Questo approccio raggiunge la propria piena maturità con High on Life, pubblicato nel 2022. Lo sparatutto fantascientifico conquista rapidamente milioni di giocatori, anche grazie al lancio su Game Pass, trasformandosi in uno dei debutti più riusciti dell’anno per il servizio Microsoft. La critica ne riconosce generalmente le qualità, pur dividendosi profondamente di fronte a una produzione che fa della propria esuberanza il principale elemento distintivo. Gran parte della stampa più tradizionale fatica infatti a inquadrare un’opera che sceglie deliberatamente di mettere l’umorismo davanti a qualsiasi altra componente, trasformando le armi parlanti, le continue battute, la satira della cultura pop e la comicità nonsense nel vero motore dell’intera esperienza. Ed è probabilmente proprio questo il punto più interessante del brand. High on Life non cerca mai di risultare universalmente apprezzabile. Al contrario, costruisce la propria identità su un tipo di comicità inevitabilmente divisivo: per alcuni irresistibile, per altri eccessiva fino a diventare persino fastidiosa. Una scelta coraggiosa, che rinuncia deliberatamente all’universalità per mantenere una personalità fortissima e immediatamente riconoscibile, trasformando l’umorismo non in un semplice contorno, ma nell’elemento che definisce ogni aspetto dell’opera.
Il successo commerciale del primo episodio ha inevitabilmente aperto la strada a un seguito sviluppato in tempi relativamente contenuti, segno della fiducia maturata da Squanch Games nei confronti della propria proprietà intellettuale. Più che reinventare completamente la formula, High on Life 2 nasce con l’obiettivo di espandere quanto già costruito nel capitolo originale, introducendo nuovi mondi, nuove situazioni e una maggiore varietà di strumenti a disposizione del giocatore, senza rinunciare a quella comicità dissacrante che rappresenta il marchio di fabbrica della serie. Accanto all’evoluzione del gioco emerge però un altro elemento particolarmente significativo: il rapporto instaurato con il nuovo hardware Nintendo. Dopo aver portato il primo High on Life su Nintendo Switch 2 attraverso una conversione sensibilmente migliorata rispetto alle limitazioni tecniche che avrebbe inevitabilmente incontrato sulla precedente generazione, il team dimostra di credere concretamente nelle potenzialità della piattaforma realizzando il sequel direttamente come produzione pensata anche per la nuova console. Si tratta di un segnale importante, non soltanto per Squanch Games ma per l’intero panorama occidentale. Per molti anni Nintendo è rimasta sostanzialmente ai margini delle principali produzioni FPS sviluppate in Europa e negli Stati Uniti, soprattutto quando caratterizzate da un’impostazione tecnica particolarmente ambiziosa. L’arrivo di Switch 2 sembra invece aver modificato profondamente questa percezione, convincendo sempre più studi a considerare la piattaforma fin dalle prime fasi dello sviluppo anziché limitarla a conversioni successive. High on Life 2 rappresenta perfettamente questa nuova filosofia. La versione Nintendo non trasmette infatti la sensazione di essere un semplice adattamento realizzato a posteriori, ma appare come una delle piattaforme sulle quali il gioco è stato effettivamente pensato e rifinito. Una scelta che contribuisce ad arricchire ulteriormente un catalogo sempre più ricco di produzioni occidentali e che conferma la volontà di Nintendo di trasformare Switch 2 in una console capace di ospitare con continuità anche gli sparatutto più moderni, senza più rinunciare alle produzioni provenienti dal mercato PC e dalle altre piattaforme di nuova generazione.

Dopo gli eventi del primo capitolo, High on Life 2 riporta il giocatore nell’universo delirante costruito da Squanch Games, scegliendo ancora una volta di fondere fantascienza, commedia e critica sociale in una miscela volutamente eccessiva. Il protagonista torna nei panni del cacciatore di taglie chiamato a fronteggiare una nuova minaccia extraterrestre, trovandosi coinvolto in un’avventura che attraversa pianeti inediti, organizzazioni criminali, civiltà aliene e situazioni sempre più improbabili. Come da tradizione della serie, la trama rappresenta soprattutto un pretesto per mettere in scena una continua successione di dialoghi, sketch e trovate narrative. Tornano naturalmente le iconiche armi parlanti, ciascuna dotata di una personalità ben definita e di un repertorio inesauribile di battute, provocazioni e commenti che accompagnano praticamente ogni fase dell’avventura. A queste si aggiungono nuovi comprimari, antagonisti ancora più eccentrici e un numero elevato di personaggi secondari che contribuiscono a rendere l’universo di gioco incredibilmente vivo, anche quando la narrazione decide deliberatamente di prendersi poco sul serio. La satira continua a rappresentare uno degli strumenti principali attraverso cui Squanch Games costruisce il proprio racconto. Cinema, televisione, social network, industria dell’intrattenimento e cultura pop vengono continuamente presi di mira con una comicità che alterna citazioni esplicite, nonsense puro e improvvise rotture della quarta parete. Non mancano nemmeno momenti sorprendentemente riusciti sotto il profilo registico, grazie a cutscene ben realizzate e a un ritmo generalmente sostenuto che evita lunghi tempi morti. Rispetto al primo episodio, tuttavia, la narrazione perde inevitabilmente parte dell’effetto sorpresa. Molte delle trovate che avevano reso memorabile il debutto della serie vengono riproposte con una struttura simile, lasciando la sensazione che il sequel preferisca ampliare la formula piuttosto che reinventarla. L’umorismo continua a funzionare molto bene per chi ne apprezza lo stile, ma alcune gag risultano meno incisive proprio perché il giocatore conosce ormai perfettamente il tipo di linguaggio adottato dagli autori. Resta comunque una campagna estremamente divertente, sostenuta da una personalità fuori dal comune e da una scrittura che, pur senza raggiungere sempre i picchi del predecessore, riesce ancora a distinguersi nettamente nel panorama degli sparatutto contemporanei.










