Negli ultimi anni il panorama indipendente ha nuovamente dimostrato di essere il principale motore dell’innovazione videoludica. Mentre buona parte delle produzioni tripla A continua a rincorrere formule ormai consolidate, sono spesso i piccoli team a sperimentare contaminazioni inattese, dando vita a nuovi filoni capaci di conquistare milioni di giocatori. È successo con i deck builder, con i roguelite, con i metroidvania moderni e, più recentemente, con quello che ormai viene comunemente definito survivor-like o bullet heaven. Il fenomeno esplode nel 2022 grazie a Vampire Survivors, piccola produzione dell’italiano Luca Galante (Poncle), capace di trasformare un progetto nato quasi per gioco in uno dei maggiori successi dell’intero panorama indipendente. La formula appare quasi elementare: il personaggio attacca automaticamente, il giocatore controlla esclusivamente il movimento e tutta la profondità dell’esperienza emerge dalla costruzione della build, dalla scelta dei potenziamenti e dalla capacità di sopravvivere a orde sempre più numerose di nemici. Una struttura semplicissima da comprendere, ma incredibilmente difficile da padroneggiare. Il successo del titolo ha dato vita a un vero e proprio nuovo sottogenere. In pochi anni sono arrivati Brotato, con la sua struttura arena-based e un’enorme varietà di build; Halls of Torment, che ha reinterpretato la formula in chiave Diablo; Soulstone Survivors, molto più spettacolare e orientato alla personalizzazione; Death Must Die, capace di fondere Vampire Survivors con Hades; fino a produzioni come Deep Rock Galactic: Survivor, che hanno dimostrato come la formula potesse adattarsi anche a proprietà intellettuali già affermate. Il motivo di un simile successo è facilmente comprensibile. I survivor-like rappresentano infatti un punto d’incontro estremamente efficace tra numerosi generi differenti: possiedono la progressione permanente dei roguelite, il piacere della crescita tipico degli RPG, il ritmo degli action game e quella continua ricerca della “build perfetta” che rende ogni partita diversa dalla precedente. Ogni sconfitta diventa un nuovo punto di partenza, ogni run alimenta la successiva e il celebre effetto “ancora una partita” diventa praticamente inevitabile. È proprio in questo contesto che si inserisce Jotunnslayer: Hordes of Hel, produzione che prende la formula ormai consolidata del genere e prova ad ampliarla sensibilmente. Non si limita infatti a moltiplicare il numero di nemici o di abilità disponibili, ma cerca di trasformare il survivor-like in un’esperienza più vicina a un vero action RPG, introducendo boss strutturati, missioni dinamiche durante la partita, una progressione molto più articolata e soprattutto un’identità estetica fortemente caratterizzata dalla mitologia norrena.
Dietro Jotunnslayer: Hordes of Hel troviamo Games Farm, storico studio slovacco con oltre vent’anni di esperienza nello sviluppo di giochi di ruolo e fantasy. Pur non appartenendo alla ristretta cerchia dei grandi nomi dell’industria, il team ha costruito negli anni una solida reputazione grazie a produzioni come Heretic Kingdoms, Shadows: Awakening e Vikings: Wolves of Midgard, dimostrando una particolare familiarità con gli action RPG e con le ambientazioni mitologiche. Per questo nuovo progetto lo studio ha collaborato con il publisher Grindstone, scegliendo di coinvolgere attivamente la community attraverso una lunga fase di Early Access su PC, durante la quale bilanciamento, contenuti e progressione sono stati costantemente rifiniti sulla base dei feedback dei giocatori. Questo percorso di sviluppo ha permesso al titolo di approdare su Nintendo Switch 2 in una versione già ricca e matura, lontana dalle inevitabili incertezze delle prime build. L’ambientazione rappresenta uno degli elementi più affascinanti dell’intera produzione. Lontano dal fantasy generico che caratterizza molti esponenti del genere, Jotunnslayer costruisce il proprio immaginario attingendo direttamente alla mitologia norrena. Hel, Odino, Thor, Freya, Loki, i Giganti di Ghiaccio, il Ragnarök e gli altri elementi della cosmologia scandinava non costituiscono semplicemente un rivestimento estetico, ma diventano parte integrante della progressione, delle abilità e dello stesso sistema di crescita del personaggio. Il giocatore veste i panni di uno dei guerrieri caduti, chiamato a superare le terribili prove imposte dagli dèi per ottenere il titolo di Jotunnslayer, il cacciatore destinato ad affrontare e abbattere i giganteschi Jötnar che minacciano i Nove Regni. Ogni personaggio disponibile propone uno stile di combattimento radicalmente diverso, al quale si aggiungono le numerose benedizioni divine ottenibili durante le partite. È proprio questo sistema di favori concessi dalle divinità a rappresentare uno degli aspetti più riusciti del gioco: anziché limitarsi a semplici potenziamenti statistici, ogni dio modifica profondamente la build, creando sinergie differenti e spingendo il giocatore a sperimentare continuamente nuove strategie. L’ambizione di Games Farm emerge anche nella struttura delle singole run. Se molti survivor-like si limitano a sopravvivere fino allo scontro finale, Jotunnslayer introduce missioni dinamiche, eventi opzionali, mini-boss e soprattutto gigantesche boss fight che interrompono il ritmo tradizionale delle orde continue. Ne deriva un’esperienza decisamente più varia rispetto alla media del genere, nella quale ogni partita assume una progressione quasi da action RPG piuttosto che da semplice arena survival. La versione Nintendo Switch 2 beneficia inoltre di alcune caratteristiche pensate specificamente per il nuovo hardware. Oltre alla naturale vocazione portatile, perfetta per una struttura costruita attorno a sessioni relativamente brevi ma estremamente coinvolgenti, il gioco introduce anche una modalità cooperativa locale, aggiungendo un’ulteriore dimensione a una formula già di per sé estremamente rigiocabile. È l’ennesima dimostrazione di come gli sviluppatori non abbiano voluto limitarsi a realizzare un semplice porting, ma abbiano cercato di valorizzare il debutto del titolo anche sul nuovo ecosistema Nintendo.

Pur appartenendo a un genere nel quale il gameplay rappresenta inevitabilmente il fulcro dell’esperienza, Jotunnslayer: Hordes of Hel dimostra una cura per il proprio universo narrativo superiore alla media dei survivor-like. Più che raccontare una storia lineare, Games Farm sceglie infatti di costruire un mondo credibile, fortemente radicato nella mitologia norrena e capace di dare significato alla continua successione di battaglie che scandisce ogni partita. Il giocatore veste i panni di un guerriero caduto che aspira a diventare il leggendario Jotunnslayer, affrontando prove imposte dagli dèi e combattendo contro le creature che popolano Hel, il regno dei morti. La narrazione rimane volutamente essenziale, limitandosi a fornire il contesto necessario affinché la progressione ludica trovi una giustificazione coerente. L’obiettivo non è raccontare un intreccio ricco di colpi di scena, bensì accompagnare il giocatore all’interno di un universo ispirato ai grandi miti nordici. Sono proprio questi ultimi a rappresentare il vero valore aggiunto dell’opera. Odino, Thor, Freya, Loki e le altre divinità non fungono esclusivamente da riferimenti estetici, ma partecipano direttamente all’esperienza attraverso le benedizioni concesse durante le run, rafforzando il legame tra gameplay e narrazione. Anche i giganteschi Jötnar, i biomi e le diverse ambientazioni contribuiscono a restituire l’impressione di attraversare una versione videoludica dei racconti dell’Edda, senza mai scadere nel semplice citazionismo. Il world building beneficia inoltre di un’ottima direzione artistica, capace di trasmettere una costante sensazione di epicità e decadenza. Le lande ghiacciate, le fortezze in rovina, i boschi oscuri e le pianure devastate evocano con efficacia il crepuscolo degli dèi, mentre la colonna sonora enfatizza ulteriormente il tono epico dell’avventura. È un’atmosfera che riesce a distinguere immediatamente Jotunnslayer da gran parte della concorrenza, spesso molto più anonima sotto il profilo estetico. Naturalmente non bisogna aspettarsi la profondità narrativa di un action RPG tradizionale. I personaggi risultano funzionali all’azione e la componente testuale rimane contenuta, ma il gioco compensa queste inevitabili limitazioni con una costruzione dell’universo estremamente coerente. Ancora una volta è il mondo, più che la trama, a diventare il vero protagonista dell’esperienza.











