Switch 2: Dynasty Warriors 3 Complete Edition Remastered: la recensione

Vivi il brivido di un'azione super coinvolgente uscendo vincitore nell'1 Vs. 1000 nel ritorno del capitolo che ha gettato le basi per l'intera serie

Ci sono serie che contribuiscono a definire un genere e altre il cui nome finisce per diventare, quasi per antonomasia, il genere stesso. Dynasty Warriors appartiene senza dubbio alla seconda categoria: nel corso degli anni il termine “Musou” è diventato praticamente inseparabile dalla formula inaugurata da Koei, quella di un singolo guerriero catapultato nel mezzo di eserciti sterminati, chiamato ad affrontare centinaia di avversari in un susseguirsi apparentemente infinito di fendenti, combo, ufficiali nemici e obiettivi strategici. In realtà, il primo Dynasty Warriors del 1997 era ancora un picchiaduro a incontri, mentre è con Shin Sangoku Musou, arrivato in Occidente come Dynasty Warriors 2, che la serie assume quella struttura destinata a diventare la propria firma; il successivo Dynasty Warriors 3 avrebbe poi contribuito a consolidarla e renderla una grammatica riconoscibile in tutto il mondo. Da allora il modello è stato ripreso, reinterpretato e moltiplicato in una quantità impressionante di produzioni, a partire dalla stessa Koei Tecmo con Samurai Warriors, che trasporta il caos degli eserciti cinesi nel Giappone del periodo Sengoku, passando per Warriors Orochi fino alle numerose collaborazioni con altri franchise. Ed è proprio la capacità del Musou di adattarsi a universi completamente diversi ad averne decretato la fortuna: Fist of the North Star: Ken’s Rage trasforma Ken e i suoi avversari in macchine da guerra perfette per affrontare orde di nemici, One Piece: Pirate Warriors fa lo stesso con Rufy e la ciurma di Cappello di Paglia, mentre Hyrule Warriors dimostra quanto la formula possa essere integrata persino nell’universo di The Legend of Zelda, arrivando a costruire una propria identità all’interno di un’altra storica grammatica videoludica. Il risultato è un fenomeno che ha superato da tempo i confini della serie originale: ancora oggi, quando un action mette in scena grandi masse di nemici, un protagonista estremamente potente e un campo di battaglia trasformato in un enorme teatro di combattimento, il paragone con Dynasty Warriors è praticamente inevitabile. Ed è proprio per questo che tornare alle origini del franchise significa, in qualche modo, tornare alle origini di una delle formule più riconoscibili dell’action contemporaneo.

All’interno di questa storia, Dynasty Warriors 3 occupa una posizione particolarmente importante. Pubblicato originariamente nel 2001 su PlayStation 2 — come Shin Sangoku Musou 2 in Giappone — il titolo rappresenta uno dei momenti in cui la formula Musou smette definitivamente di apparire come un esperimento interessante per trasformarsi in un modello destinato a sostenere un’intera generazione di videogiochi. È qui che diversi elementi oggi considerati quasi imprescindibili dalla serie vengono consolidati: le battaglie su larga scala, il sistema di crescita dei personaggi, la progressione attraverso armi e oggetti, il True Musou Attack, il multiplayer locale per due giocatori e soprattutto una struttura narrativa costruita attorno ai singoli ufficiali, capace di trasformare una sequenza di battaglie in un vero percorso attraverso la storia dei Tre Regni. Il successo commerciale contribuì a confermare la bontà della direzione intrapresa: Dynasty Warriors 3 fu il primo episodio della serie a superare il milione di copie vendute, certificando che quel particolare modo di intendere l’action poteva raggiungere un pubblico ben più ampio della nicchia iniziale. Due anni più tardi arrivò poi Dynasty Warriors 3: Xtreme Legends, un’espansione che oggi può sembrare quasi un semplice contenuto aggiuntivo, ma che all’epoca rappresentava già una caratteristica importante della strategia Koei: prendere un capitolo consolidato, ampliarlo con nuovi personaggi, scenari, armi, oggetti, livelli di difficoltà e modalità e trasformarlo in una versione più ricca e longeva. Xtreme Legends aggiungeva in particolare nuovi percorsi Musou dedicati ai cosiddetti ufficiali “Other”, tra cui Lu Bu, Diao Chan, Dong Zhuo, Yuan Shao e Meng Huo, introduceva nuove armi e livelli di potenziamento, Challenge Mode e un sistema di personalizzazione delle bodyguard che permetteva di costruire e sviluppare il proprio gruppo di supporto. La Complete Edition Remastered parte quindi da una base storicamente molto più significativa di quanto possa suggerire il semplice numero “3” nel titolo: riunisce infatti il capitolo che ha contribuito a fissare la grammatica moderna della serie e la sua espansione, conservando quella stratificazione di contenuti che nel tempo avrebbe contribuito a definire il modello Dynasty Warriors. È un’operazione che assume quindi un valore quasi archeologico per chi conosce il franchise: prima ancora di chiedersi quanto sia riuscito il restyling contemporaneo, vale la pena ricordare che molte delle idee oggi date per scontate nei Musou moderni sono nate, o hanno trovato qui una delle loro prime formulazioni compiute.

Al centro di Dynasty Warriors 3 Complete Edition Remastered rimane naturalmente il racconto dell’epoca dei Tre Regni, uno dei contesti storici più sfruttati dalla produzione videoludica orientale e, al tempo stesso, uno dei più facilmente riconoscibili anche al di fuori del Giappone. Il gioco prende avvio dal declino della dinastia Han e dalla Rivolta dei Turbanti Gialli, attraversando poi il progressivo collasso dell’autorità centrale e lo scontro tra Wei, Wu e Shu, fino alle grandi battaglie che segnano la fase conclusiva del conflitto. Come da tradizione Koei, però, la ricostruzione storica non pretende di essere filologica: gli eventi reali vengono filtrati attraverso il Romance of the Three Kingdoms di Luo Guanzhong e ulteriormente rielaborati dalla fantasia della serie, trasformando figure storiche in autentici protagonisti da epopea marziale. È proprio attraverso i personaggi che questa rilettura trova la propria identità. Oltre quaranta guerrieri permettono di attraversare il conflitto da prospettive differenti, passando da figure centrali come Liu Bei, Cao Cao e Sun Jian ai celebri guerrieri Guan Yu, Zhang Fei, Zhao Yun e Lu Bu, fino agli strateghi Zhuge Liang e Sima Yi. Ogni combattente conserva inoltre caratteristiche, armi e movimenti distintivi, contribuendo a rendere meno uniforme un sistema di combattimento che, per sua natura, tende altrimenti a basarsi sulla ripetizione dello stesso schema: entrare nella mischia, abbattere decine o centinaia di avversari e conquistare progressivamente il campo di battaglia. A questo patrimonio si aggiunge anche Ziluan, proveniente da Dynasty Warriors: Origins, scelta che crea un curioso collegamento tra il capitolo che ha dato forma al Musou moderno e una delle sue più recenti reinterpretazioni.

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