Il rapporto tra cinema e videogiochi è ormai talmente stretto da rendere sempre più labile il confine tra i due mezzi d’intrattenimento. Se per lungo tempo il videogioco tratto da un film è stato soprattutto un prodotto ancillare, costruito per cavalcare la popolarità di un personaggio o di una pellicola, con il tempo questa relazione ha iniziato a produrre esperienze capaci di ritagliarsi una propria identità, trasformando la licenza in un punto di partenza anziché in un semplice elemento commerciale. È la differenza che passa tra la trasposizione più o meno fedele di ciò che abbiamo già visto sul grande schermo e un vero e proprio companion piece, capace di aggiungere qualcosa all’universo di riferimento attraverso gli strumenti propri dell’interattività. Kong: Survivor Instinct si colloca esattamente all’interno di questa seconda tendenza: non prova a replicare il blockbuster cinematografico, né tantomeno a sostituirsi ad esso, ma utilizza il Monsterverse come scenario nel quale raccontare una vicenda osservata da una prospettiva radicalmente diversa. Ed è una scelta che, almeno nelle intenzioni, possiede una sua precisa ragion d’essere: quando non si dispone delle risorse necessarie per competere con Hollywood sul terreno della spettacolarità, la soluzione può essere quella di cambiare il punto di vista. Così i Titani non sono semplicemente creature da affrontare, ma presenze gigantesche capaci di alterare l’ambiente e la vita delle persone che si trovano al loro cospetto. Una prospettiva che, pur non essendo sufficiente da sola a trasformare Survivor Instinct in un’esperienza memorabile, gli permette quantomeno di evitare l’ennesimo adattamento costruito attorno alla sola riconoscibilità del marchio.
E proprio Kong rappresenta uno dei casi più interessanti per osservare l’evoluzione di questo rapporto fra cinema e videogame. La gigantesca scimmia cinematografica ha attraversato generazioni e piattaforme con risultati estremamente disomogenei, trovando nel videogioco un mezzo particolarmente adatto a riprodurre tanto la scala monumentale del personaggio quanto la vulnerabilità degli esseri umani che gli ruotano attorno. Il punto più alto rimane probabilmente Peter Jackson’s King Kong: The Official Game of the Movie, produzione Ubisoft del 2005 nata dalla collaborazione tra il regista neozelandese e Michel Ancel. Un titolo che assume un significato particolare anche per l’utenza Nintendo, visto che approdò su GameCube proprio nel periodo in cui la console ospitava alcune delle più significative avventure action della propria generazione. La peculiarità del progetto risiedeva nella capacità di alternare le sezioni in prima persona nei panni di Jack Driscoll a quelle in terza persona dedicate direttamente a Kong, costruendo due esperienze complementari all’interno della medesima avventura. Non si trattava, insomma, di limitarsi a ripercorrere il film: il gioco riproponeva le principali sequenze della pellicola, ma introduceva anche nuove aree, creature e situazioni, sfruttando l’interazione per espandere l’esperienza originale. È un precedente significativo proprio perché dimostra come un personaggio cinematografico possa funzionare nel medium videoludico quando la licenza viene messa al servizio di una precisa idea di gioco. Da allora, tuttavia, la parabola di Kong è stata tutt’altro che lineare, fino ad arrivare al recente Skull Island: Rise of Kong, esempio quasi opposto per ambizioni e risultati. Survivor Instinct arriva dunque dopo una lunga serie di esperimenti e, soprattutto, dopo un titolo che aveva reso particolarmente evidente quanto possa essere difficile sostenere un grande marchio cinematografico quando le risorse produttive non sono all’altezza delle aspettative. La risposta di 7Levels è allora sorprendentemente diversa: anziché tentare nuovamente di costruire un’avventura tridimensionale di grande scala, sceglie di ridurre le dimensioni del progetto e di concentrare l’attenzione su un’esperienza 2.5D, trasformando quella che potrebbe sembrare una rinuncia in una precisa dichiarazione d’intenti. Ed è proprio da questa scelta che nasce l’elemento più interessante dell’intera operazione.
Perché Kong: Survivor Instinct è, prima ancora che un nuovo videogioco dedicato alla celebre scimmia, un progetto che sembra avere ben chiaro il proprio perimetro produttivo. 7Levels rinuncia all’idea di competere con il cinema sul terreno del blockbuster e costruisce invece un action-adventure 2.5D che mescola platforming, combattimento, esplorazione e una componente Metroidvania volutamente leggera. Una scelta che ridimensiona inevitabilmente lo spettacolo, ma permette al contempo di concentrare le risorse su ambienti più circoscritti e su una struttura nella quale la distruzione provocata dai Titani può assumere un ruolo centrale. La vera intuizione, però, è un’altra e riguarda direttamente il protagonista. In un gioco che porta Kong nel titolo, Kong non si controlla. Il giocatore interpreta invece un uomo comune costretto a muoversi attraverso una città devastata, mentre i Titani combattono sullo sfondo e modificano continuamente lo spazio circostante. È una soluzione che, sulla carta, sembra quasi controintuitiva, ma che finisce per restituire una delle sensazioni più interessanti del Monsterverse: quella della sproporzione. Un essere umano non può affrontare frontalmente una creatura capace di abbattere edifici con un colpo, e quindi deve cercare riparo, attraversare macerie, sfruttare ciò che rimane delle strutture urbane e adattarsi a un ambiente nel quale la minaccia può arrivare da qualsiasi direzione. In questo senso, Survivor Instinct prova a trasformare la presenza dei Titani da semplice elemento scenografico a componente della propria grammatica ludica. È una soluzione tutt’altro che rivoluzionaria, ma abbastanza sensata da distinguere il progetto dalla lunga serie di produzioni su licenza che si limitano a mettere il giocatore davanti al personaggio più famoso e a chiedergli di replicarne le gesta. Naturalmente, il budget continua a farsi sentire e impedisce a questa intuizione di svilupparsi sempre con la medesima efficacia. Le dimensioni contenute dell’avventura, la semplicità di alcuni sistemi e una realizzazione complessivamente modesta fanno capire presto di trovarsi davanti a un’opera lontana anni luce dalle ambizioni di un blockbuster. Ma il confronto con produzioni più grandi rischierebbe di essere fuorviante: il merito di Survivor Instinct sta proprio nell’aver cercato una dimensione compatibile con le proprie possibilità. Non è il grande gioco di Kong che il Monsterverse continua ad aspettare, ma almeno è un progetto che si è posto una domanda corretta: come raccontare la presenza dei Titani senza avere bisogno di trasformare il giocatore in uno di loro? La risposta passa necessariamente dalla componente narrativa, che sceglie infatti di abbandonare la prospettiva dei mostri per raccontare quella, molto più fragile, degli esseri umani.









