The Legend of Zelda: Breath of the Wild: la recensione

Respira il profumo di un vero capolavoro

Il concetto cardine che ha guidato la creazione del gioco è stato quello di rendere il titolo da gioco passivo a gioco attivo: rispetto al passato, infatti, pur mantenendo integre pressoché tutte le caratteristiche di interazione giocatore-mondo tipiche della serie, il team ha tessuto una cornice di gioco che starà al giocatore cercare di scardinare. Solitamente, in Zelda si assisteva a una progressione molto guidata: fasi introduttive con approccio tutorial molto guidate, una progressione degli eventi predeterminata e capaci di snocciolarsi solo seguendo il medesimo percorso; elementi di risoluzione ambientale piegate a sequenze di azioni prestabilite, forzate dall’utilizzo specifico del nostro equipaggiamento e da muri invisibili; costrizioni di interazione tra il protagonista, strumenti e mondo. In Breath of the Wild, invece, accade tutto il contrario. Come ormai tutti sanno, il tutorial non c’è: l’avventura inizia letteralmente sbalzandoci al centro del mondo di gioco, un mondo vasto, sconfinato e selvaggio del quale conosciamo poco o nulla. Ma, soprattutto, una volta entrati in questo mondo, il nostro grado di libertà e interazione sarà pressoché sconfinato: non esiste un ordine unico e corretto per affrontare la progressione della storia, potendo addirittura indirizzarci verso il boss finale poco dopo le fasi iniziali, per cercare di sconfiggerlo con il nostro armamentario base; non esiste un unico ordine per esplorare i Santuari ed ottenere gli Emblemi del Coraggio che possono aumentare le nostre statistiche di gioco; non esiste né una sola via per scoprire le lande di Hyrule, né un unico modo per affrontare le problematiche che esso ci pone davanti. Gli sviluppatori hanno sostanzialmente creato un mondo dove tutto è collegato, secondo principi di causa/effetto o di azione/reazione: personaggio, oggetti e mondo interagiscono in maniera fortemente interconnessa, grazie ai due pilastri base programmati da Nintendo. Il motore fisico e quello chimico infatti la fanno da padrone in Breath of the Wild, andando a creare un contesto d’azione verosimile dove tutto ha delle conseguenze, con il risultato di slegare il successo di una determinata “task” di progressione da una singola azione specifica. Spingere una roccia giù da un dirupo può causare numerosi danni agli avversari accampati sotto di noi, ma anche appiccare il fuoco preso con una torcia da un focolare a tutta l’area erbosa circostante avrà effetti devastanti.

Il risultato, per altro, è un gioco anche più difficile: non solo l’AI nemica è davvero su ottimi livelli; non solo i danni inflitti dai numerosi nemici sparsi per l’area di gioco sono notevoli; non solo i cuori per recuperare la salute non saranno più disponibili in grandi quantità e anzi andranno cercati in maniera certosina, ad esempio, cucinando pietanze e pozioni da portare con sé in grandi quantità. Ma proprio anche concettualmente il prodotto richiede un grado di immersione maggiore nelle dinamiche verosimili che condizionano ogni aspetto di questa produzione. Se, ad esempio, già nella prima area dell’altopiano dovremo esplorare uno dei quattro Santuari obbligatori situato in una regione montana particolarmente fredda, dovremo trovare il modo di poter affrontare le temperature più rigide. Ma essendo privi di qualsivoglia equipaggiamento particolare, starà a noi sperimentare con le più variegate ricette per trovare quella in grado di aumentare temporaneamente la resistenza alle basse temperature. Seguendo magari i saggi consigli del misterioso “Vecchio”, lasciati nel suo diario, in una baita alle pendici di questi monti. Peccato che sia assolutamente possibile non solo arrivare vicino ai picchi innevati senza imbattersi in questo personaggio, ma addirittura non leggere tali note né essere in alcun modo indirizzati verso la soluzione “culinaria”, visto che nulla di tuttociò è scriptato. Una libertà di approccio, quindi, che sin dall’inizio pone il dilemma di doversi ingegnare anche nelle più piccole e comuni azioni di Link, senza per altro avere non solo alcun tipo di guida, ma nemmeno la sicurezza di dover trovare la corretta sequenza di reazioni da innescare per risolvere una determinata situazione. La cosa migliore, però, è che nonostante gli enormi cambiamenti nel’approccio di gioco, Breath of the Wild è ancora un vero e proprio Zelda, anzi forse il più fedele di sempre al primissimo episodio, con un senso di avventura davvero “inesplorato” fino a oggi da tutti i seguiti usciti sulle diverse console di casa Nintendo.

Troverete ancora il vostro eroe; molti oggetti d’equipaggiamento particolari e utili alla risoluzione degli enigmi ambientali; dungeon di varia grandezza, dimensione e complessità sparsi per il mondo; nemici da affrontare e gargantueschi boss da sconfiggere per proseguire nella storia; l’amata (e coraggiosissima) Principessa Zelda (amorevole ma determinata come non mai) e il nemico di sempre, la Calamità Ganon. Per la prima volta doppiato, anche in italiano, nei suoi momenti narrativi più importanti, questo Zelda anzi riesce ad offrire un livello di immedesimazione ancor più forte che in passato, anche grazie ad animazioni semplicemente spettacolari che, unite a una direzione artistica sublime, contribuiscono a trasmettere quella sensazione di “Studio Ghibli” che tanto ci emoziona. Accanto a tutto questo, però, troverete anche tanto altro, di nuovo o di reinterpretato: nuove azioni di corsa, arrampicata, attacco e difesa; nuovi oggetti legati alla misteriosa e polifunzionale Tavoletta Sheyka; nuovi enigmi basati su concetti di interazione differenti che in passato; nuovi nemici e nuovi modi di instaurare il combattimento. Ma anche la necessità di cacciare, di raccogliere, di cucinare, di gestire un armamentario (di armi e di armature) inedito e dinamico (grazie alla variazione d’efficacia ambientale ma anche alla deperibilità di pressoché tutti gli elementi che lo compongono)…è come se per la prima volta, fossimo DAVVERO a Hyrule. Ed è fantastico. 

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The Legend of Zelda: Breath of the Wild non è quindi un gioco oggettivamente perfetto, forse, ma è da ogni punto di vista un capolavoro. E’ il gioco perfetto per chiudere il cerchio sullo sfortunato Wii U; è il gioco perfetto per aprire le danze su Switch (onestamente fatico a ricordare un titolo di lancio così bello, nei miei 30 anni di carriera videoludica); è l’esempio perfetto di come l’inflazionato genere open world dovrebbe essere trattato; è l’auspicio supremo per la cura e l’ambizione che vorremmo Nintendo mettesse in tutte le sue produzioni first party per il nuovo hardware; si adatta a meraviglia a tutte le situazioni di gioco offerte dall’ammiraglia della grande N; impersona il perfetto modo di prendere una saga storica e trascinarla di nuovo sotto i riflettori, al centro dell’industria. Siamo praticamente certi che continueremo a guardare indietro al 3 marzo 2017 come a un momento importante per tutti gli appassionati, siano essi sviluppatori o giocatori, ancora per molti anni. Come accadde per Ocarina of Time. Forse più.

La recensione

10 Il voto

The Legend of Zelda: Breath of the Wild non è un gioco perfetto, ma è da ogni punto di vista un capolavoro. E’ il gioco perfetto per chiudere il cerchio sullo sfortunato Wii U; è il gioco perfetto per aprire le danze su Switch.

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