I Hate This Place è uno di quei progetti che si distinguono immediatamente nel panorama indie per identità, provenienza e ambizione. Nato come adattamento videoludico dell’omonima graphic novel di Kyle Starks e Artyom Topilin, il titolo sviluppato da Rock Square Thunder e pubblicato da Broken Mirror Games (etichetta horror di Bloober Team) porta su Nintendo Switch una visione del survival horror tanto personale quanto riconoscibile. Non si tratta di una semplice trasposizione, ma di una reinterpretazione interattiva che prende il linguaggio del fumetto e lo traduce in un’esperienza videoludica isometrica, brutale e profondamente atmosferica. Al centro dell’esperienza troviamo Elena, protagonista trascinata in un incubo rurale fatto di creature innominabili, rituali oscuri e ambienti ostili, in un mondo che sembra rifiutare attivamente la presenza umana. Il titolo si colloca a metà strada tra action, survival e horror psicologico, con una struttura open map che privilegia l’esplorazione, la gestione delle risorse e la preparazione strategica rispetto allo scontro diretto. Un’impostazione che richiama alla mente produzioni come Darkwood, ma che trova una propria identità grazie a uno stile visivo fortemente ispirato al fumetto originale e a un uso sapiente del colore, del contrasto e del ritmo. La versione Nintendo Switch assume un ruolo particolarmente interessante all’interno del progetto. Da un lato, porta un’esperienza horror matura e stilisticamente audace su una piattaforma storicamente meno associata al genere; dall’altro, sfrutta la natura ibrida della console per offrire un survival che si adatta bene a sessioni frammentate, mantenendo alta la tensione anche in portabilità. Con un’uscita digitale prevista e una successiva edizione fisica dedicata, I Hate This Place si propone come una delle esperienze horror più atipiche e coraggiose disponibili sull’ecosistema Nintendo, ponendosi fin da subito come titolo da osservare con attenzione.
Il survival horror è un genere che, più di altri, vive di equilibri delicati: tensione costante, senso di vulnerabilità, gestione delle risorse e una forte componente atmosferica capace di sostenere il coinvolgimento del giocatore anche nei momenti di apparente quiete. Tradizionalmente legato a visuali in prima o terza persona, nel corso degli anni il genere ha però dimostrato di poter funzionare in modo sorprendentemente efficace anche attraverso prospettive alternative, tra cui quella isometrica. Questa scelta, apparentemente controintuitiva, permette infatti di spostare l’attenzione dal semplice spavento immediato alla costruzione lenta e opprimente dell’angoscia, rendendo il giocatore più consapevole dell’ambiente che lo circonda, ma mai realmente al sicuro. L’action isometrico applicato al survival horror richiede però una progettazione particolarmente attenta. La visuale dall’alto tende a offrire una maggiore leggibilità dello spazio, e proprio per questo deve essere compensata da un level design ostile, da un uso intelligente di luci e ombre e da meccaniche che puniscano l’improvvisazione. Titoli come Darkwood hanno dimostrato come l’orrore possa emergere non tanto da ciò che non si vede, ma da ciò che si intravede, si intuisce o si teme possa accadere da un momento all’altro. I Hate This Place si inserisce in questa corrente, ma lo fa con un’impronta più fisica e aggressiva, dove il pericolo è costante e raramente evitabile senza una pianificazione accurata. In questo contesto, l’azione non è mai fine a sé stessa. Il combattimento non rappresenta una via di fuga, bensì una scelta rischiosa, spesso sconsigliata rispetto alla fuga o allo stealth. La tensione nasce dalla consapevolezza di essere sempre in inferiorità, di dover dosare ogni proiettile, ogni oggetto craftato, ogni spostamento. È proprio questo approccio, più mentale che riflessivo, a rendere il survival horror isometrico una formula ancora estremamente attuale, soprattutto su piattaforme come Nintendo Switch, dove la fruizione portatile amplifica il senso di intimità e disagio. I Hate This Place abbraccia pienamente questa filosofia, proponendosi come un’esperienza che non cerca il jumpscare facile, ma un’angoscia persistente e logorante, capace di accompagnare il giocatore anche a console spenta.

Il gameplay di I Hate This Place ruota attorno a un trittico ben definito: esplorazione, costruzione e sopravvivenza, elementi strettamente interconnessi che danno forma a un’esperienza tesa, metodica e raramente indulgente. L’impianto isometrico non è soltanto una scelta estetica, ma una componente funzionale alla lettura dello spazio e alla gestione del pericolo. Ogni area visitata, dalle radure boschive agli edifici abbandonati, è progettata per stimolare l’osservazione attenta e la pianificazione, premiando chi procede con cautela e punendo chi si affida all’improvvisazione. L’esplorazione rappresenta il primo vero motore dell’esperienza. Il mondo di gioco non guida esplicitamente il giocatore, ma lo spinge a orientarsi attraverso indizi ambientali, percorsi alternativi e una mappa che si svela progressivamente. Ogni nuova zona può nascondere risorse preziose, ma anche minacce imprevedibili, rendendo ogni deviazione una scelta ponderata. Il ciclo giorno-notte influisce in maniera sostanziale su questo aspetto: durante il giorno è possibile esplorare, raccogliere materiali e prepararsi, mentre la notte trasforma l’ambiente in un luogo estremamente ostile, dove la sopravvivenza diventa una priorità assoluta. La costruzione e il crafting sono il cuore strategico del gameplay. Materiali recuperati sul campo permettono di creare armi rudimentali, trappole, strumenti difensivi e potenziamenti per il campo base. Quest’ultimo funge da rifugio temporaneo, ma non è mai completamente sicuro, costringendo il giocatore a migliorarlo costantemente per resistere agli assalti notturni. Ogni scelta di crafting ha un peso reale: investire risorse in un’arma più potente significa rinunciare magari a una difesa migliore o a un oggetto curativo, accentuando la tensione decisionale. La sopravvivenza, infine, è costruita attorno a un senso costante di vulnerabilità. Il combattimento esiste, ma non è mai la soluzione ideale: le munizioni sono limitate, i nemici resistenti e spesso superiori in numero. Il gioco incentiva l’uso dello stealth, della fuga e dell’ambiente circostante per evitare scontri diretti, rendendo ogni vittoria sofferta e mai scontata. Su Nintendo Switch, questa struttura si adatta sorprendentemente bene a sessioni brevi ma intense, dove anche pochi minuti di gioco riescono a trasmettere un senso di pericolo persistente. I Hate This Place costruisce così un’esperienza survival solida e coerente, che fa della preparazione e della prudenza le vere chiavi per restare in vita.













