Miyamoto è uno dei volti più riconosciuti e rispettati dell’intera industria videoludica ormai da moltissimo tempo e gli enormi successi riscossi sotto le sue indicazioni anche nel corso degli ultimi anni ne confermano lo status non solo di grande game designer, ma anche di uomo di mercato.
Non solo grazie a lui, ma anche e soprattutto per merito delle sue intuizioni è palese come il marchio di Nintendo sia al picco di popolarità non solo in termini di unità hardware vendute (Nintendo Switch potrebbe diventare la console più venduta di sempre, laddove il lancio di Switch 2 ha battuto qualsiasi record finora registrato nell’industria), ma anche e soprattutto sotto il profilo della popolarità dei suoi personaggi.
Un trend che ha consentito vendite incredibili per il software, ma anche incassi storici per i film, un numero spropositato di visitatori al museo di Tokyo, senza dimenticare l’enorme successo dei parchi a tema realizzati in collaborazione con Universal. Il tutto in un contesto dove, al contrario, l’industria stessa sta incontrando tantissime difficoltà: continui aumenti di prezzo (per prodotti che rischiano di posizionarsi ben al di sopra del potere d’acquisto di molte famiglie normali); licenziamenti di massa; ritardi e tempi dilatati per la pubblicazione dei giochi; abbandono del formato fisico appannaggio del solo digitale obbligatorio e via discorrendo.
Per cui una domanda sorge spontanea, ed è quella che alcuni giornalisti hanno rivolto al guru giapponese. Ebbene, la sua risposta potrà non piacere a tutti, ma dati alla mano è piuttosto innegabile come le diverse soluzioni adottate da Nintendo siano all’avanguardia, anche come risposta anticipatoria rispetto alle continue problematiche legati a costi e tempi di sviluppo, in relazione poi al ritorno economico di certe iniziative. Andiamo con ordine, elencando i diversi punti trattati da Miyamoto:
- Corsa all’hardware: un concetto ormai obsoleto. Gli aspetti tecnici e grafici sono ormai così avanzati che stanno perdendo di valore agli occhi del consumatore, in ottica concorrenziale. Nei limiti di certe capacità ormai consolidate, meglio privilegiare comodità e accessibilità. Un concetto che la casa di Kyoto porta avanti ormai da tantissimo tempo, come esplicitamente confermato da Wii e DS, ma che con la forma ibrida di Switch e con la partnership con Nvidia ha saputo trovare una quadra convincente per la maggior parte degli appassionati.
- Rincorsa ai trend globali: un errore molto comune. Se si cerca di basare il proprio lavoro su elementi che sembrano avere solo un ampio richiamo globale, si finisce per creare qualcosa di generico: un prodotto in cui non si riesce a riconoscere l’autore e che, di fatto, è privo di quella forza capace di imporsi su scala mondiale. Al contrario, gli aspetti più “locali” – come gli hobby personali di un individuo – sono spesso quelli che trovano risonanza a livello globale. Pensate ai Pokémon, nati dalla passione di pochi individui nel nostro team di collezionare insetti nel giardino di casa…
- Sviluppare solo per obiettivi economici: il risultato è spesso disastroso. La cosa importante è essere concentrati sulla creazione del miglior prodotto possibile, capace di rispecchiare quel gameplay divertente che il designer aveva in mente. Una grande ma significativa differenza rispetto a molti publisher, che cercano di realizzare qualcosa chiedendosi continuamente quanto farà guadagnare nel breve periodo. In quel modo non si riuscirà mai a creare qualcosa di veramente unico o capace di attrarre un vasto pubblico.
- Bruciare il talento sull’altare del risultato finanziario: un vicolo cieco per l’industria. Nintendo non ama termini come “ammortamento” o “recupero dei costi”. Chi finanzia questi progetti lo fa per accumulare fortune, per cui che senso ha celebrare traguardi come il break even point, a discapito della passione di chi ha lavorato al progetto? Se per ottenere tutto ciò si brucia il talento di così tante persone coinvolte nello sviluppo, si tratta di un fallimento colossale, che finirà per impaurire i futuri slanci creativi.
Insomma, non possiamo che chiudere con un iconico…Mamma mia!













