Moros Protocol appartiene a quella categoria di videogiochi che non ha bisogno di nascondere le proprie radici per cercare una propria identità. Il titolo di Pixel Reign guarda dichiaratamente alla tradizione dei boomer shooter, recuperando soprattutto quella concezione dell’FPS nata tra DOOM e Quake, nella quale velocità di movimento, gestione dello spazio e aggressività del combattimento rappresentavano elementi centrali dell’esperienza. A questa impostazione aggiunge però una struttura roguelite che modifica sensibilmente il modo in cui il giocatore affronta ogni partita: non si tratta semplicemente di attraversare una sequenza di livelli, ma di costruire progressivamente il proprio equipaggiamento, scegliere percorsi e ricompense e accettare che la morte rappresenti una parte integrante del sistema. È una formula ormai consolidata, già sperimentata da produzioni come Roboquest, Gunfire Reborn e Deadlink, ma che trova in Moros Protocol una declinazione particolarmente coerente con l’immediatezza del genere. Il risultato non è quindi un esercizio di nostalgia fine a sé stesso: il gioco prende la rapidità e la fisicità del vecchio FPS e le inserisce all’interno di un loop contemporaneo, dove ogni nuova run diventa anche un’occasione per sperimentare combinazioni differenti e capire quanto lontano sia possibile spingersi.
L’ambientazione contribuisce a dare un senso preciso alla struttura roguelite, evitando che la ripetizione delle partite appaia come una semplice convenzione ludica. Alex si risveglia a bordo della nave da guerra Orpheus, abbandonata nello spazio profondo e ormai invasa da creature ostili, senza ricordare con chiarezza cosa sia accaduto all’equipaggio e quale sia il proprio ruolo all’interno di quella situazione. A guidarlo interviene una misteriosa voce, mentre l’esplorazione porta progressivamente alla luce i resti di una catastrofe che coinvolge esperimenti, tecnologia e forme di vita fuori controllo. Il vero elemento distintivo è però rappresentato dal Moros Protocol stesso: la possibilità di trasferire la coscienza in un nuovo corpo trasforma la morte, inevitabile in un roguelite, in un elemento interno alla narrazione. Ogni nuova partenza può così essere letta come una prosecuzione della stessa esperienza, anziché come un semplice reset della partita precedente. Anche sul piano visivo il gioco sceglie una strada precisa, combinando modelli tridimensionali low-poly e texture dipinte in pixel per costruire una fantascienza sporca, industriale e decadente. È una direzione estetica che richiama volutamente un immaginario retro, ma senza rinunciare alla profondità spaziale e alla costruzione atmosferica tipiche delle produzioni più moderne. La Orpheus diventa così più di un semplice scenario: è il luogo attraverso cui Moros Protocol lega atmosfera, storia e struttura ludica.
È comunque nel combattimento che Moros Protocol trova il proprio elemento più immediato. L’azione parte dalla grammatica classica del boomer shooter, ma non si limita a riproporne meccanicamente gli stilemi: muoversi rapidamente, individuare le minacce, sfruttare lo spazio e mantenere continuamente il controllo della situazione sono condizioni necessarie per sopravvivere. Il giocatore può correre, riposizionarsi, utilizzare armi da fuoco, attacchi corpo a corpo, esplosivi e persino il calcio, mentre la possibilità di portare contemporaneamente un’arma melee e due armi da fuoco permette di adattare rapidamente il proprio approccio. Anche i nemici presentano punti deboli che incentivano una gestione più consapevole degli scontri, trasformando il semplice accumulo di fuoco in una questione di priorità e posizionamento. Il ritmo cambia ulteriormente durante gli scontri con i boss, più orientati alla lettura dei pattern e alla gestione degli attacchi, con soluzioni che possono ricordare, in alcuni momenti, una sensibilità quasi soulslike. La velocità resta quindi il principio fondamentale, ma non coincide con il semplice correre e sparare: Moros Protocol cerca di costruire attorno a questo movimento continuo un sistema nel quale scelta dell’arma, gestione delle distanze e capacità di riconoscere le aperture diventano altrettanto importanti. È proprio questa combinazione tra immediatezza arcade e maggiore attenzione alla costruzione della run a impedire al combattimento di ridursi a una semplice riproposizione del FPS retro.









