È però durante la notte che Deck of Haunts mostra più chiaramente la propria natura di deckbuilder, affidando alle carte la possibilità di trasformare la casa in una vera macchina per generare paura. A ogni turno vengono messe a disposizione diverse azioni che permettono di intervenire sui visitatori o sugli ambienti: possiamo provocare rumori e apparizioni, evocare creature, modificare le stanze o sfruttare altri effetti soprannaturali per aumentare progressivamente il livello di tensione. L’obiettivo non è semplicemente eliminare gli intrusi, ma portarli oltre il limite della paura, spingendoli verso la follia e utilizzandone infine l’essenza come risorsa per far crescere ulteriormente la casa. Da qui nasce un sistema fondato soprattutto sulle sinergie: una singola carta raramente rappresenta la soluzione al problema, mentre combinare correttamente ambienti, effetti e creature permette di ottenere risultati molto più efficaci. Il problema è che Deck of Haunts tende a dare per acquisita una quantità significativa di informazioni, sovrapponendo gestione delle risorse, comportamento dei visitatori, posizionamento, paura e costruzione del mazzo senza sempre renderne immediatamente leggibili i rapporti. Il risultato è originale e potenzialmente molto profondo, ma anche criptico: nelle prime ore si ha talvolta la sensazione di assistere agli effetti delle proprie azioni prima ancora di averne compreso completamente le cause. È una complessità che può diventare soddisfacente con la pratica, ma che rende l’ingresso nel sistema meno fluido di quanto la struttura apparentemente semplice potrebbe far pensare.
Questa necessità di sperimentare trova ulteriore spazio nella struttura roguelike e nella progressione complessiva, che invitano a ripetere le proprie incursioni per sbloccare nuove possibilità e comprendere meglio le combinazioni a disposizione. Il gioco propone infatti una quantità di contenuti sensibilmente più ampia rispetto alla sua prima incarnazione, grazie anche a oltre un anno di aggiornamenti confluiti nell’edizione console: nuove carte, stanze, creature, missioni e possibilità di personalizzazione del mazzo ampliano progressivamente il ventaglio delle strategie. A questi elementi si aggiungono modalità specifiche come gli Scenari, l’Endless Mode e soprattutto Nightmare Mode, strutturata attraverso tredici incubi progressivi composti da tredici notti ciascuno e caratterizzati da modificatori cumulativi e minacce aggiuntive. Anche le nuove creature — dall’Imp al Gravetender, passando per Webweaver, Drowner, Bloodletter e Krampus — contribuiscono a rendere ogni partita un’occasione per mettere alla prova configurazioni differenti. È una quantità di materiale che testimonia la volontà di trasformare Deck of Haunts in un’esperienza longeva, ma che accentua anche la sua caratteristica più divisiva: il gioco offre molte possibilità prima ancora di averle rese completamente intuitive. La progressione diventa quindi parte del processo di apprendimento e non soltanto un sistema di ricompense, con la conseguenza che chi ama sperimentare può trovare una notevole profondità, mentre chi cerca una lettura più immediata delle regole potrebbe incontrare qualche difficoltà nel decifrare il rapporto tra tutte le variabili in campo.
Sul piano tecnico, Deck of Haunts non è naturalmente il tipo di produzione chiamata a mettere sotto pressione l’hardware di Switch 2: la visuale dall’alto, la natura strategica dell’esperienza e un’impostazione grafica volutamente contenuta fanno sì che il salto generazionale non rappresenti il vero elemento d’interesse di questa conversione. Il lavoro svolto da Mantis Games si concentra piuttosto sull’ottimizzazione e sull’adattamento di un titolo nato intorno a mouse e tastiera, intervenendo su interfaccia, gestione dei menu, movimento della visuale e selezione delle carte per rendere il sistema utilizzabile attraverso il controller. È un passaggio tutt’altro che secondario, considerando la quantità di informazioni e di variabili che il gioco mette contemporaneamente a disposizione del giocatore. Il risultato non è sempre perfettamente immediato, soprattutto nelle situazioni in cui occorre gestire rapidamente più elementi sullo schermo, ma nel complesso la conversione risulta funzionale e beneficia in modo evidente della natura ibrida della console Nintendo. La possibilità di costruire la propria casa e affrontare una partita anche in modalità portatile si sposa bene con la struttura per sessioni dell’esperienza, mentre l’edizione Switch 2 arriva già comprensiva del consistente pacchetto di aggiornamenti pubblicati nel corso del tempo. Non siamo quindi davanti a una versione pensata per mostrare la potenza della nuova macchina, quanto a un porting ragionato che riesce a trasferire su console un sistema originariamente più adatto al PC senza comprometterne la particolare identità.
La recensione
Deck of Haunts è uno di quei titoli indipendenti capaci di sorprendere proprio per la volontà di mescolare linguaggi e generi apparentemente lontani, trasformando il deckbuilding in uno strumento per costruire e gestire una casa infestata. L'idea è originale, la quantità di sistemi e contenuti è notevole e le possibilità di sperimentazione non mancano, ma la sovrapposizione tra carte, stanze, visitatori, paura, risorse e progressione rende l'esperienza a tratti criptica e poco immediata. La versione Switch 2 la ripropone in una forma completa e portatile, confermandone soprattutto l'interessante ambizione progettuale.







