Parlare di Dragon Quest significa inevitabilmente parlare di Nintendo, soprattutto dal punto di vista storico e culturale del mercato giapponese. A differenza di altre grandi saghe JRPG che nel tempo hanno cambiato più volte casa, Dragon Quest non si è mai realmente allontanato dai lidi della casa di Kyoto, costruendo un rapporto endemico che ha attraversato generazioni di hardware, pubblici e linguaggi videoludici. Dai capitoli 8 e 9 su Nintendo DS e 3DS fino al successo trasversale di Dragon Quest XI su Switch, la serie è diventata nel tempo non solo un marchio di riferimento per il genere, ma anche un vero e proprio simbolo identitario del JRPG classico su piattaforma Nintendo. Questo legame ha avuto un ruolo cruciale nel consolidare la forza del brand nel mercato domestico giapponese, dove Dragon Quest è molto più di una semplice saga di videogiochi: è un fenomeno culturale, capace di influenzare immaginario collettivo, design dei personaggi e perfino la percezione del gioco di ruolo tradizionale. La coerenza stilistica garantita nel tempo dalle illustrazioni di Akira Toriyama, unite a una filosofia ludica rimasta sempre fedele a sé stessa, ha permesso alla serie di attraversare i decenni senza perdere riconoscibilità. In questo contesto, Dragon Quest VII Reimagined arriva su Nintendo Switch 2 come un tassello perfettamente coerente con questa storia condivisa. Non si tratta soltanto del recupero di un capitolo importante della saga, ma della riaffermazione di un rapporto storico che continua a rinnovarsi, dimostrando come il pubblico Nintendo resti ancora oggi uno dei più ricettivi verso esperienze JRPG strutturate, lente, stratificate e profondamente narrative.
Il debutto di Dragon Quest VII Reimagined su Nintendo Switch 2 si inserisce in un momento estremamente favorevole per il brand sulla nuova console di Kyoto. La presenza dei capitoli Dragon Quest I–II HD-2D ha già contribuito a rafforzare l’idea di una piattaforma sempre più centrale per il recupero e la valorizzazione del catalogo storico della serie, mentre questo nuovo approccio “Reimagined” rappresenta un ulteriore passo in avanti nella direzione della reinterpretazione rispettosa, ma tecnicamente e artisticamente moderna. La scelta di adottare una direzione artistica a diorama, con personaggi e ambientazioni ricreati come miniature artigianali tridimensionali, segna un cambio di passo netto rispetto alle precedenti riedizioni. Non si tratta di un semplice lifting grafico, ma di una vera e propria ricostruzione visiva pensata per dialogare con il pubblico contemporaneo, senza snaturare l’anima originale del titolo. In questo senso, Dragon Quest VII Reimagined si pone come esperimento chiave per comprendere la direzione futura della saga su Switch 2. Ed è impossibile non leggere questa operazione anche in chiave prospettica. L’ecosistema Switch 2 si sta rivelando sempre più attrattivo per produzioni giapponesi di peso, e l’assenza di annunci ufficiali su Dragon Quest XII inizia a farsi sentire. Non sarebbe sorprendente, a questo punto, che proprio un Nintendo Direct dedicato alla nuova console possa diventare il palcoscenico per la prima vera presentazione del capitolo più atteso della saga. In questo senso, Dragon Quest VII Reimagined assume anche il ruolo di ponte simbolico, riaffermando la centralità di Nintendo nel futuro del franchise.

Dal punto di vista narrativo, Dragon Quest VII è sempre stato uno degli episodi più peculiari e ambiziosi dell’intera saga, e questa versione Reimagined riesce a valorizzarne ulteriormente la struttura. L’avventura prende avvio in modo quasi dimesso, sull’isola di Estard, dove il protagonista conduce una vita semplice prima di imbattersi nei misteriosi frammenti di antiche tavolette. Da qui si sviluppa un impianto narrativo basato sul viaggio tra mondi e linee temporali, in cui ogni nuova tavoletta completata apre l’accesso a una storia autonoma, spesso autoconclusiva, ma sempre legata a un disegno più ampio. Questa struttura episodica permette al gioco di affrontare una sorprendente varietà di temi: dalla perdita alla redenzione, dal sacrificio alla speranza, passando per conflitti morali che raramente trovano soluzioni semplici. Il tono resta coerente con la tradizione Dragon Quest, ma non rinuncia a momenti di grande intensità emotiva, resi ancora più efficaci dalla nuova regia delle scene d’intermezzo e dalla caratterizzazione dei comprimari. Personaggi come Kiefer, Maribel o Ruff non sono semplici archetipi, ma compagni di viaggio dotati di una propria evoluzione emotiva. Il lavoro di riscrittura e riorganizzazione degli eventi rende la narrazione più fluida rispetto all’originale, mantenendo però intatta quella sensazione di scoperta graduale che ha sempre contraddistinto il settimo capitolo. Dragon Quest VII Reimagined dimostra così come una struttura narrativa lenta e stratificata possa ancora funzionare oggi, soprattutto su una piattaforma ibrida che si presta a sessioni di gioco dilatate nel tempo.














