Xbox Series S: Ebola Village: la recensione

Un virus letale circola fuori controllo, andiamo in Russia per vedere questo nuovo survival horror.

THE OUTER WORLD – Benvenuti a un nuovo appuntamento dedicato alla nostra rubrica intitolata “The Outer World”, una finestra nuova per Switchitalia, con vista sui mondi videoludici che si espandono fuori dalle consuete e familiari mura dell’universo Nintendo. Se volete più dettagli sulla nostra iniziativa, vi rimandiamo all’articolo introduttivo con cui ve la presentiamo, sospinti dalla curiosità esplorativa tipica degli amanti dei videogiochi. Oggi andiamo in Russia per provare un horror alla Resident Evil.

Spesso si sente dire che l’imitazione è una delle forme più sincere di adulazione, concetto che già di suo trovo un po’ azzardato, ma che nel mondo dei videogiochi trova una forte ulteriore confutazione. Superata una soglia non ben definita, l’omaggio rischia di trasformarsi in un riflesso sbiadito, se non addirittura un mero scimmiottamento. Ebola Village nasce esattamente su questa linea di confine, e purtroppo la oltrepassa più volte, con risultati altalenanti e spesso frustranti, soprattutto per chi conosce e ama il survival horror classico, alla Silent Hill e Resident Evil per intenderci. Attingendo ancora alla saggezza popolare “scherza con i fanti ma lascia stare i santi”… ecco ogni tanto i grandi classici sarebbe meglio non disturbarli. Il tutto tralasciato un naming che già in origine non può definirsi particolarmente azzeccato. Il titolo è sviluppato da Indie Games Studio, team indipendente di origine russa che negli ultimi anni ha cercato di ritagliarsi uno spazio nel mercato horror con una serie di titoli a basso budget fortemente ispirati ai grandi nomi del genere. Ebola Village rappresenta il loro progetto più ambizioso, nonché quello che tenta in modo più esplicito di richiamare l’immaginario di Resident Evil, in particolare il filone più “terreno” e rurale della saga Capcom (insomma RE Village). L’ambientazione, un villaggio isolato e decadente, infestato da presenze ostili e da un’epidemia mai del tutto spiegata, è già di per sé una dichiarazione d’intenti.

Il concept di Ebola Village è semplice e lineare. Il giocatore si ritrova coinvolto in una situazione apparentemente ordinaria che degenera rapidamente in un incubo fatto di isolamento, malattia e violenza. L’idea di fondo è quella di costruire una tensione costante attraverso spazi chiusi, risorse limitate e una minaccia che non viene mai completamente razionalizzata. Il problema è che questa semplicità non evolve quasi mai. La narrazione rimane frammentaria, affidata a documenti, appunti e suggestioni visive che ricordano molto da vicino quanto già visto altrove, senza però aggiungere un punto di vista originale o una mitologia davvero coerente. Si ha spesso l’impressione che il gioco dia per scontato l’interesse del giocatore, come se bastasse evocare certi stilemi per generare automaticamente coinvolgimento. Il paragone con Resident Evil, che viene naturale fin dai primi minuti, non è solo una sensazione superficiale ma trova riscontro concreto in molte scelte di design e di gameplay. L’esplorazione di ambienti interconnessi, la progressione basata su chiavi o medaglioni, l’uso di erbe in vaso per curarsi, il combattimento deliberatamente macchinoso e la gestione dell’inventario sono tutti elementi che richiamano il survival horror old school. Tuttavia, mentre nei titoli Capcom queste meccaniche erano parte di un sistema estremamente calibrato (nonché figlie di un’altra epoca), qui spesso sembrano applicate in modo rigido, quasi meccanico, senza la stessa attenzione al contesto. Il risultato è un gameplay che troppo spesso inciampa in contraddizioni interne.

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Un esempio emblematico è proprio uno dei primi momenti “WTF” che si incontrano giocando: l’impossibilità di entrare in una stanza perché troppo buia, nonostante il protagonista abbia già una torcia perfettamente funzionante in mano. La soluzione imposta dal gioco è riparare il quadro elettrico per ripristinare l’illuminazione, ignorando completamente la logica interna della situazione. Non è tanto il puzzle in sé a risultare problematico, quanto il fatto che il gioco chieda al giocatore di spegnere il cervello e accettare una regola arbitraria, rompendo l’immersione. Questo tipo di forzature si ripete più volte e mina alla base quella sospensione dell’incredulità che è fondamentale in un prodotto di intrattenimento. Il gameplay, nel suo complesso, soffre di una certa rigidità. I controlli sono funzionali ma poco rifiniti, con movimenti legnosi che non sempre sembrano una scelta deliberata per aumentare la tensione, quanto piuttosto una conseguenza di limiti tecnici. Il combattimento è spesso impreciso, con nemici che reagiscono in modo poco coerente ai colpi e un sistema di collisioni che non sempre restituisce feedback affidabili. Anche la gestione delle risorse, che dovrebbe essere uno dei pilastri dell’esperienza, risulta sbilanciata: in alcuni momenti si è costantemente a corto di munizioni e cure, in altri il gioco sembra dimenticarsene e ne concede in abbondanza, riducendo drasticamente il senso di pericolo.

Dal punto di vista grafico, Ebola Village mostra chiaramente il suo status di produzione indipendente. L’atmosfera è probabilmente l’aspetto più riuscito, grazie a un uso intelligente delle luci, delle ombre e di ambientazioni decadenti che riescono, almeno inizialmente, a trasmettere un senso di oppressione. Alcuni interni sono ben costruiti e riescono a raccontare qualcosa attraverso il semplice posizionamento degli oggetti. Tuttavia, basta soffermarsi un po’ di più per notare texture a bassa risoluzione, modelli dei personaggi poco dettagliati e animazioni spesso rigide o ripetitive. Anche la componente sonora segue lo stesso andamento altalenante. Le musiche sono ridotte al minimo, scelta comprensibile per un horror che punta sull’ansia e sui rumori ambientali, ma il sound design non sempre è all’altezza. Alcuni effetti risultano piatti o mal sincronizzati, e il doppiaggio, quando presente, appare spesso poco convincente, con recitazioni che non riescono a dare spessore ai personaggi. Tralasciando volutamente la localizzazione dei testi, dai dialoghi ai reperti che leggeremo, che sembra talvolta letteralmente fatta con un traduttore automatico al quale non si è dato nemmeno una revisione finale. A Ebola Village va riconosciuto il tentativo sincero di recuperare il survival horror lento, metodico, fatto di esplorazione e tensione più che di azione sfrenata. In alcuni momenti il gioco riesce davvero a inquietare, soprattutto quando lascia spazio al silenzio e all’osservazione, dimostrando che il team ha una buona comprensione di cosa renda efficace un horror. Purtroppo, questi momenti sono intervallati da scelte discutibili e da limiti strutturali che finiscono per spezzare il ritmo. I difetti, però, sono difficili da ignorare. La mancanza di un’identità propria è probabilmente il più grande. Ebola Village non riesce mai davvero a smarcarsi dall’etichetta di “Resident Evil wannabe made in Russia”, e anzi sembra quasi compiacersene, replicando situazioni, soluzioni e persino certe logiche di design senza rielaborarle a sufficienza. A questo si aggiungono lacune evidenti sul piano narrativo, con una storia che promette molto ma sviluppa poco, e su quello tecnico, con problemi di rifinitura che su console come Xbox risultano ancora più evidenti.

La recensione

5 Il voto

Ebola Village è un gioco che lascia sensazioni contrastanti. È evidente la passione dello studio di sviluppo e il desiderio di rendere omaggio a un genere amato, ma l’esecuzione non è all’altezza delle ambizioni. Per chi è disposto a chiudere un occhio su incoerenze, rigidità e soluzioni poco logiche, può offrire qualche ora di intrattenimento e qualche spunto interessante. Per tutti gli altri, soprattutto per chi ha ben presente cosa significhi un survival horror davvero ben costruito, rimane l’impressione di un’occasione mancata, di un’imitazione che, invece di rafforzare il valore dell’originale, ne mette ancora più in evidenza la distanza.

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