Switch 2: Rise of the Tomb Raider 20 year Celebration: la recensione

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Esistono pochi marchi che possano vantare un impatto sulla storia dei videogiochi paragonabile a quello di Tomb Raider. Nato nel 1996 presso Core Design, il franchise contribuì in maniera decisiva alla definizione delle avventure tridimensionali durante una fase pionieristica dell’industria. Se altri titoli avevano già iniziato a esplorare le possibilità offerte dalla terza dimensione, fu proprio Lara Croft a trasformare quell’approccio in un fenomeno globale, capace di travalicare i confini del medium e diventare un’autentica icona della cultura pop. La formula originale combinava esplorazione, enigmi ambientali, platforming e combattimenti all’interno di vaste rovine archeologiche ispirate alle grandi civiltà del passato. Un mix che, all’epoca, risultò rivoluzionario e contribuì a creare uno dei personaggi più riconoscibili dell’intera industria. Lara divenne rapidamente il volto di campagne pubblicitarie, fumetti, romanzi, film e prodotti derivati, consolidando una popolarità che sarebbe sopravvissuta ben oltre il successo dei singoli episodi. Come molte serie longeve, anche Tomb Raider ha attraversato fasi alterne. Dopo il grande successo degli anni Novanta arrivarono inevitabilmente momenti più complessi, culminati nella necessità di ripensare radicalmente il franchise. La rinascita arrivò grazie a Crystal Dynamics e al reboot del 2013, che trasformò Lara da eroina già affermata a giovane avventuriera costretta a confrontarsi con un percorso di crescita duro e spesso traumatico. Questa nuova interpretazione della serie introdusse una componente narrativa molto più marcata, una regia cinematografica moderna e un gameplay capace di fondere esplorazione, combattimento e progressione RPG. Fu un successo tanto commerciale quanto critico e gettò le basi per una trilogia che avrebbe ridefinito l’identità contemporanea del marchio. All’interno di questo percorso evolutivo, Rise of the Tomb Raider viene ancora oggi considerato da molti il punto di equilibrio ideale tra le radici storiche della saga e la sua reinterpretazione moderna: sufficientemente spettacolare da soddisfare il pubblico contemporaneo, ma anche abbastanza vicino allo spirito esplorativo degli episodi classici da conquistare i fan di lunga data.

Se il nome di Lara Croft è sempre stato associato alle grandi produzioni occidentali e alle piattaforme più potenti del mercato, il rapporto con Nintendo è stato storicamente molto più discontinuo. Negli anni Novanta la serie riuscì soltanto marginalmente a sfiorare l’ecosistema della casa di Kyoto, mentre durante le generazioni GameCube, Wii e Wii U la presenza del marchio fu sostanzialmente irrilevante. Per lungo tempo, dunque, Tomb Raider è rimasto uno dei simboli di quella distanza che separava Nintendo da una parte significativa dell’industria occidentale, sempre più orientata verso produzioni ad alto budget e fortemente cinematografiche. L’enorme successo di Nintendo Switch ha però contribuito a cambiare profondamente questo scenario. Il ritorno delle terze parti sulla piattaforma ibrida ha progressivamente coinvolto anche marchi che per anni erano sembrati incompatibili con il pubblico Nintendo. In questo contesto il lavoro svolto da Aspyr si è rivelato fondamentale. Lo studio americano ha infatti curato il recupero delle avventure classiche di Lara Croft attraverso raccolte e remaster che hanno permesso a una nuova generazione di giocatori Nintendo di riscoprire le origini della saga. Con Switch 2 il rapporto sembra però essere entrato in una fase completamente diversa. Non si parla più soltanto di conservazione storica o di recupero nostalgico, ma di una presenza concreta e strategica del marchio all’interno della line-up della nuova console. Durante uno dei Direct più significativi dell’anno, Nintendo e Crystal Dynamics hanno infatti mostrato una fiducia evidente nella piattaforma: da una parte l’annuncio del nuovo remake previsto per febbraio 2027, tra i protagonisti assoluti della stagione post-Summer Game Fest; dall’altra il rilascio immediato di Rise of the Tomb Raider: 20 Year Celebration, disponibile fin da subito per gli utenti Switch 2. L’operazione assume un valore che va oltre il singolo porting. Così come l’arrivo di Final Fantasy VII Remake e Final Fantasy VII Rebirth racconta il riavvicinamento tra Nintendo e Square Enix, il ritorno di Lara Croft testimonia la volontà di coinvolgere la nuova piattaforma anche nelle produzioni occidentali di maggior prestigio. È un segnale importante per il futuro della console e per quello della serie stessa, che potrebbe presto completare il proprio approdo sull’hardware Nintendo con Shadow of the Tomb Raider e, auspicabilmente, con le future produzioni inedite del franchise. Per chi ha vissuto gli anni in cui Lara e Nintendo sembravano appartenere a mondi incompatibili, vedere oggi Rise of the Tomb Raider comparire nel catalogo di Switch 2 rappresenta un passaggio dal forte valore simbolico: la dimostrazione concreta di quanto il panorama videoludico sia cambiato rispetto a pochi anni fa.

Quando Rise of the Tomb Raider debuttò originariamente nel 2015, il contesto che circondava il progetto era particolarmente delicato. Il reboot del 2013 aveva riportato la serie ai vertici del panorama action adventure contemporaneo, ma la decisione di pubblicare il seguito inizialmente come esclusiva temporale per le piattaforme Xbox generò numerose discussioni tra gli appassionati. Al netto delle polemiche, tuttavia, il gioco riuscì rapidamente a imporsi per le proprie qualità, ottenendo una ricezione critica eccellente e venendo ancora oggi considerato da molti il miglior episodio dell’intera trilogia moderna. Il motivo è piuttosto semplice: Rise of the Tomb Raider prende praticamente ogni elemento introdotto dal reboot e lo amplia in maniera significativa. L’esplorazione assume un ruolo più centrale, le tombe opzionali tornano a essere protagoniste dell’esperienza, la progressione del personaggio viene approfondita e l’intero impianto ludico riesce finalmente a trovare un equilibrio particolarmente efficace tra azione, avventura e scoperta. Se il capitolo del 2013 aveva il compito di ricostruire Lara Croft e introdurre una nuova visione del franchise, Rise può invece permettersi di svilupparne pienamente le potenzialità. L’edizione approdata oggi su Nintendo Switch 2 si presenta inoltre nella sua forma più completa. Aspyr non si è limitata a convertire il gioco base, ma ha portato sulla console l’intera 20 Year Celebration, versione che include tutti i contenuti aggiuntivi pubblicati negli anni successivi al lancio originale. All’interno del pacchetto trovano spazio l’espansione narrativa Blood Ties, l’esperienza horror Lara’s Nightmare, la celebre missione dedicata alla strega Baba Yaga: The Temple of the Witch, la modalità Cold Darkness Awakened, oltre alle varianti cooperative della modalità Endurance, numerose skin storiche della protagonista e ulteriori armi e contenuti bonus. Il risultato è una proposta estremamente ricca, che oggi permette di affrontare l’intera esperienza senza alcuna rinuncia e senza la necessità di acquisti aggiuntivi. Un aspetto particolarmente importante per il pubblico Nintendo, che si trova così a ricevere non soltanto uno dei migliori action adventure della scorsa generazione, ma anche quella che può essere considerata a tutti gli effetti la sua edizione definitiva. A rendere ancora più interessante l’operazione è il momento storico in cui arriva. Mentre Crystal Dynamics prepara il futuro della serie e il remake annunciato per il 2027 catalizza l’attenzione degli appassionati, l’arrivo di Rise of the Tomb Raider su Switch 2 permette a una nuova fascia di pubblico di recuperare quello che rappresenta probabilmente il capitolo più maturo, bilanciato e rappresentativo della rinascita moderna di Lara Croft. Un tassello fondamentale non soltanto per comprendere l’evoluzione recente del personaggio, ma anche per valutare il percorso che il franchise potrebbe intraprendere nei prossimi anni.

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