Switch 2: Dragon’s Dogma 2: Dark Arisen: la recensione

Parti per avventure straordinarie, in compagnia delle tue fedeli pedine!

C’è una differenza sostanziale nel modo in cui Capcom sembra guardare a Nintendo Switch 2 rispetto a quanto avvenuto con la prima generazione della console ibrida, e Dragon’s Dogma 2: Dark Arisen rappresenta forse uno degli esempi più evidenti di questo cambio di marcia. Se su Switch la casa di Osaka aveva costruito un rapporto importante ma inevitabilmente selettivo, alternando produzioni sviluppate direttamente per l’hardware a conversioni e soluzioni tecniche fortemente condizionate dai limiti della macchina, con Switch 2 il confine sembra essersi spostato: non soltanto arrivano titoli appartenenti ai principali franchise, ma anche produzioni recenti, tecnologicamente ambiziose e nate per hardware di ben altra potenza. L’annuncio di Dragon’s Dogma 2: Dark Arisen si inserisce infatti in una strategia che vede Capcom portare sulla nuova piattaforma Nintendo anche Resident Evil Requiem, Resident Evil 2, 3 e 4 e, da dicembre, Monster Hunter Wilds, con la relativa espansione Ascendance prevista nel 2027. È un atteggiamento che racconta anche la ritrovata solidità di una compagnia capace, negli ultimi anni, di inanellare produzioni in grado di incontrare contemporaneamente il favore della critica, del pubblico e del mercato, recuperando serie storiche e trasformandole in autentici pilastri del proprio catalogo. Dragon’s Dogma 2 costituisce in questo senso una piccola eccezione, più problematica nella propria esecuzione rispetto ad altre recenti produzioni, ma proprio per questo la sua presenza su Switch 2 assume un significato particolare: Capcom non sembra più considerare Nintendo un mercato secondario al quale destinare soltanto ciò che può essere facilmente adattato, ma una piattaforma sulla quale costruire una parte sempre più concreta della propria strategia multipiattaforma.

È significativo, allora, che proprio Dragon’s Dogma 2 e Monster Hunter Wilds possano essere considerati gli episodi più zoppicanti di questa recente fase di Capcom, non tanto per ambizione o qualità delle idee quanto per le difficoltà incontrate nel far convivere quelle ambizioni con una struttura open world particolarmente onerosa. Entrambi sono progetti nei quali il RE Engine viene chiamato a gestire spazi molto estesi, una grande quantità di elementi dinamici, creature, NPC e sistemi che interagiscono continuamente tra loro, andando oltre il tipo di esperienza più controllata e modulare nel quale il motore di Capcom ha storicamente mostrato i propri punti di forza. È una lettura che non va trasformata in una dichiarazione ufficiale di limite del RE Engine, ma che aiuta a comprendere perché proprio questi due titoli abbiano richiesto un percorso di ottimizzazione tanto complesso e, nel caso di Dragon’s Dogma 2, perché il passaggio a Switch 2 possa rappresentare una sorta di seconda occasione. Dark Arisen nasce infatti anche dall’ascolto dei feedback ricevuti sul gioco originale, con l’obiettivo dichiarato di aumentare accessibilità e contenuti e di rivolgersi tanto agli appassionati quanto ai nuovi giocatori. Il parallelo con Monster Hunter Wilds è inevitabile: Ascendance, prevista per il 2027 e accompagnata anch’essa dalla versione Switch 2, promette nuovi ranghi di missione, ambientazioni, mostri e ulteriori evoluzioni delle armi, inserendosi in un percorso di rilancio che va oltre il semplice ampliamento quantitativo. In entrambi i casi, dunque, l’espansione diventa anche un’opportunità per tornare a lavorare sull’equilibrio complessivo dell’esperienza, mentre il nuovo hardware Nintendo impone un ulteriore e necessario processo di ottimizzazione. Nel caso di Dragon’s Dogma 2, è proprio questa combinazione tra una macchina tecnicamente diversa, interventi sulla qualità della vita e nuovi contenuti a rendere Dark Arisen interessante non soltanto come espansione, ma come possibilità concreta di rivalutare un progetto che, al suo debutto, aveva mostrato tutte le difficoltà di un’idea forse più grande della propria esecuzione tecnica.

Per capire cosa renda particolare Dragon’s Dogma 2 è necessario tornare alla natura stessa di una serie che, fin dal primo episodio del 2012, ha cercato una propria strada all’interno dell’action RPG occidentaleggiante. Il suo mondo fantasy fatto di castelli, villaggi, foreste e creature mitologiche può sembrare inizialmente familiare, ma la filosofia con cui viene attraversato è molto meno convenzionale: Dragon’s Dogma lascia al giocatore una quantità di strumenti e possibilità senza preoccuparsi troppo di stabilire quale sia il modo corretto di utilizzarli. Al centro di questa impostazione ci sono le Pedine, compagni controllati dall’intelligenza artificiale che costituiscono una sorta di party permanente e, soprattutto, evolvono attraverso le esperienze maturate durante le proprie avventure. La Pedina principale può essere personalizzata quasi quanto l’Arisen, mentre le altre vengono reclutate attraverso la Faglia, creando una struttura single player nella quale il gruppo diventa una componente dinamica dell’esperienza. A questo si aggiunge un sistema di vocazioni estremamente caratterizzato, una creazione dei personaggi ricca e una progressione che permette di modificare radicalmente il modo di affrontare combattimenti ed esplorazione. È un’impostazione che trasforma ogni partita in qualcosa di molto personale, ma che porta con sé anche una contraddizione storica: Dragon’s Dogma tende a lasciare che siano il giocatore e i sistemi emergenti a costruire il proprio percorso, senza offrire sempre una guida altrettanto precisa attraverso game e level design. Il secondo episodio, arrivato dodici anni dopo il primo, ha scelto di rimanere sorprendentemente fedele a questa filosofia, al punto da sembrare in alcuni momenti più una raffinata reiterazione dell’idea originale che una sua vera evoluzione.

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