THE OUTER WORLD – Benvenuti a un nuovo appuntamento dedicato alla nostra rubrica intitolata “The Outer World”, una finestra nuova per Switchitalia, con vista sui mondi videoludici che si espandono fuori dalle consuete e familiari mura dell’universo Nintendo. Se volete più dettagli sulla nostra iniziativa, vi rimandiamo all’articolo introduttivo con cui ve la presentiamo, sospinti dalla curiosità esplorativa tipica degli amanti dei videogiochi. Oggi ci avviciniamo di soppiatto all’Area 51 e a Roswell, grazie a Ufophilia proviamo a riaccendere il sacro fuoco della passione ufologica.
La passione per gli UFO, per gli alieni e per tutto ciò che gravita attorno al mito di Area 51 è stata per decenni una componente fortissima dell’immaginario collettivo, alimentata da un contesto storico e culturale che vedeva l’ignoto come qualcosa di affascinante, minaccioso e al tempo stesso irresistibile. Dagli anni Ottanta in poi, cinema e televisione hanno costruito un vero e proprio pantheon ufologico, con opere capaci di lasciare un segno profondo: l’alieno buono e malinconico di ET, l’invasione inquietante e metaforica di Visitors, il complottismo elegante e paranoico di X-Files. Col passare degli anni, però, questo immaginario si è andato un po’ a sgonfiare, schiacciato da nuove ossessioni mediatiche e da un’industria dell’intrattenimento sempre più orientata verso altri filoni. Ufophilia prova chiaramente a riaccendere quella scintilla, a riportare al centro il fascino del mistero extraterrestre attraverso un’esperienza videoludica investigativa, ma il risultato finale resta (come vedremo) purtroppo lontano dall’obiettivo, lasciando più frustrazione che nostalgia.

Il gioco si presenta come un’avventura investigativa incentrata sull’esplorazione e sulla raccolta di indizi legati a presenze aliene, avvistamenti e fenomeni inspiegabili. L’idea di fondo non sarebbe neppure sbagliata: muoversi in ambienti misteriosi e isolati, analizzare anomalie, seguire tracce ambigue e cercare di ricostruire una verità che sfugge sempre di mano potrebbe essere una base interessante per un’esperienza lenta e atmosferica. Il problema è che Ufophilia sembra ancorato a un modo di intendere il game design che appare un po’ superato. Le meccaniche investigative risultano rigide, poco intuitive e spesso macchinose, costringendo a interazioni che sembrano più pensate per allungare artificialmente la durata che per stimolare la curiosità. Il ritmo ne risente in modo pesante, perché ogni azione, anche la più semplice, è appesantita da tempi morti, su tutti il continuo dover ritornare al van per cambiare gli oggetti di supporto. Dal punto di vista narrativo, Ufophilia non si sforza molto, la trama è essenziale e resta sullo sfondo, non dicendoci praticamente nulla sull’appassionato ufologo che impersoniamo. Si ha l’impressione che il gioco voglia puntare tutto sull’atmosfera e sull’idea di mistero, lasciando al giocatore il compito di riempire i vuoti, ma questi vuoti finiscono per essere troppi e troppo poco stimolanti. Il gameplay rappresenta senza dubbio l’anello più debole dell’intera produzione. Le meccaniche sono obsolete e poco rifinite. L’esplorazione, che dovrebbe essere il cuore pulsante di un titolo investigativo, è spesso frustrante a causa di una gestione imprecisa delle “hitbox” e delle aree che triggerano le reazioni degli alieni. Inoltre, come accennato, il passaggio da una fase all’altra dei 4 step necessari per identificare una razza aliena, deve passare forzatamente da un rientro al van abbastanza forzato e che taglia le gambe al ritmo di gioco. Capita frequentemente di trovarsi nel punto giusto senza che il gioco riconosca l’azione del giocatore, costringendo a spostamenti millimetrici o a tentativi ripetuti che spezzano qualsiasi immersione. Ancora più problematiche risultano le zone in cui si attivano gli alieni o gli eventi chiave, delimitate in modo poco chiaro e talvolta incoerente, dando la sensazione di un sistema mal programmato più che di una scelta di design consapevole. Va da sé che anche il sistema di controllo contribuisce a rendere l’esperienza più faticosa del necessario. I movimenti sono legnosi, le interazioni poco reattive e l’intero impianto restituisce una sensazione di scarsa fluidità che pesa soprattutto nelle fasi più delicate dell’indagine. In un gioco che dovrebbe basarsi sulla tensione sottile, sull’osservazione attenta e sull’anticipazione, questi difetti diventano ancora più evidenti, perché rompono continuamente il fragile equilibrio che Ufophilia tenta di costruire.

Sul fronte grafico, il titolo si difende leggermente meglio. Gli ambienti sono discretamente caratterizzati e riescono a evocare l’idea di isolamento e di inquietudine voluta. Le luci e le ombre vengono utilizzate in modo funzionale per creare suggestione, anche se il colpo d’occhio generale resta piuttosto anonimo e non particolarmente ispirato. I modelli e le texture mostrano i limiti di un budget contenuto, ma è soprattutto la mancanza di una direzione artistica forte a impedire al comparto visivo di lasciare un segno. Tirando le somme, Ufophilia è un gioco che parte da un’idea potenzialmente affascinante, quella di recuperare il mito degli UFO e dell’investigazione paranormale, ma che fallisce nel tradurla in un’esperienza ludica solida e coinvolgente. Le meccaniche datate, il gameplay macchinoso e diversi problemi tecnici, come hitbox imprecise e trigger mal gestiti, finiscono per soffocare qualsiasi tentativo di immersione. La narrativa resta troppo debole per sostenere da sola l’interesse, mentre il comparto grafico si limita al minimo sindacale senza mai osare. Il risultato è un titolo che difficilmente riuscirà a riaccendere quella passione per il mistero alieno che un tempo dominava l’immaginario collettivo, lasciando piuttosto l’amaro in bocca a chi sperava in qualcosa di più curato e moderno.
La recensione
Ufophilia prova a riportare in auge il fascino degli UFO e dell’investigazione paranormale, ma si scontra con un impianto ludico datato e poco rifinito. Le meccaniche risultano macchinose e alcune scelte di programmazione compromettono ritmo e immersione. La componente narrativa resta troppo debole per sostenere l’esperienza. Un titolo con buone intenzioni, penalizzato da una realizzazione poco convincente.













