Chainstaff: la recensione

Un simbionte e la sua arma tutto fare vanno all'avventure in Chainstaff, indie sopra le righe.

Mommy’s Best Games, aldilà di un nome che è una promessa, è uno studio che negli anni si è costruito una nicchia molto precisa lavorando su shoot’em up e titoli arcade dal forte sapore retrò. Un approccio retrò che guarda in una direzione in un certo senso laterale, che pesca da un immaginario meno battuto, meno iconico, costituito da titoli meno conosciuto, produzioni Amiga e un’estetica anni ’80 spesso sopra le righe. ChainStaff, il titolo oggetto di questa recensione, nasce esattamente da questo approccio. L’idea alla base è quella di provare a inserire qualcosa di nuovo dentro una struttura familiare. Il risultato è un action platform bidimensionale che, sulla carta, richiama grandi classici come Turrican o Contra, ma che costruisce la propria identità attorno a un elemento centrale: l’arma che dà il nome al gioco. Un oggetto ibrido, metà arma e metà strumento di movimento, in grado di farci saltare, aggrappare, attraversare baratri e che diventa il fulcro di tutta l’esperienza. La premessa narrativa è volutamente bizzarra e non fa nulla per nasconderlo. La Terra è stata invasa da misteriose “Spore Stellari” che hanno trasformato la vita organica in creature mostruose. Il protagonista, il sergente Jesse Varlet, muore in battaglia ma viene riportato in vita da un organismo alieno che si fonde con il suo corpo, instaurando una simbiosi forzata e rendendolo una sorta di simbionte. Da questo momento in poi, uomo e creatura condividono lo stesso obiettivo: distruggere l’invasione.

Il tono è quello di sci-fi anni ’80, quella al limite del b-movie, a metà tra il serio e il volutamente kitsch, con dialoghi che non si prendono troppo sul serio e una narrazione che resta sempre funzionale al ritmo dell’azione. Il titolo punta tutto sull’atmosfera e sull’immaginario che riesce a costruire, coerente con tutto il resto della produzione. È però nel gameplay che ChainStaff trova davvero la sua ragion d’essere. La struttura di base è quella di un run and gun 2D: si corre, si salta e si spara, affrontando livelli pieni di nemici e culminanti in boss fight spesso impegnative. La differenza sta tutta nella versatilità del ChainStaff, la nostra arma tutto fare. Quest’arma può essere utilizzata come rampino, come arma da lancio, come scudo e persino come strumento per controllare il movimento del personaggio in aria, orientandolo nel volo e nel salto. Quando il sistema funziona, restituisce una sensazione di fluidità molto particolare. Il giocatore non si limita a reagire agli attacchi nemici, ma costruisce il proprio movimento in modo quasi improvvisato, concatenando azioni offensive e difensive in maniera continua. È un tipo di gameplay che richiede un minimo di adattamento iniziale, ma che, una volta assimilato, riesce a dare soddisfazione proprio per la sua elasticità. A questo si aggiungono alcune scelte che introducono una leggera componente strategica. Durante l’avventura è possibile incontrare altri soldati e decidere se salvarli oppure sacrificarli per ottenere potenziamenti immediati. Una scelta che incide sia sulle abilità del personaggio sia su alcuni sviluppi del gioco, aggiungendo una dimensione interessante a un impianto altrimenti molto diretto. Il level design accompagna bene questa impostazione. I livelli non sono semplici corridoi lineari, ma presentano percorsi alternativi, aree segrete e sezioni accessibili solo dopo aver ottenuto determinati potenziamenti. Questo introduce una componente esplorativa che sfiora il territorio dei metroidvania, senza però abbracciarlo completamente. La varietà degli ambienti contribuisce a mantenere alto il ritmo, alternando scenari molto diversi tra loro sia per struttura che per impatto visivo. I boss rappresentano uno dei punti più riusciti del gioco: creature spesso grottesche, con meccaniche specifiche che obbligano a sfruttare davvero le potenzialità del ChainStaff, evitando l’approccio più superficiale basato sul semplice fuoco continuo. Non tutto, però, mantiene lo stesso livello qualitativo, in particolare nella curva di difficoltà, non sempre ben tarata. Soprattutto nelle fasi avanzate, alcuni nemici risultano meno incisivi e incapaci di sostenere il ritmo imposto dal sistema di combattimento, dando a tratti una sensazione di squilibrio verso il giocatore.

Dal punto di vista visivo, ChainStaff è probabilmente uno dei titoli più particolari usciti di recente nel panorama indie. L’ispirazione agli artwork fantasy e sci-fi degli anni ’70 e ’80 è evidente: colori saturi, creature bizzarre, scenari che sembrano usciti dalla copertina di un album prog o da un vecchio libro illustrato. Questa scelta stilistica lo rende immediatamente riconoscibile, ma allo stesso tempo divisiva. Alcuni ambienti risultano molto suggestivi, altri più semplici o meno rifiniti, e in generale la resa tecnica non è sempre uniforme. Anche le animazioni possono apparire rigide in alcuni contesti, soprattutto se confrontate con la velocità dell’azione. La colonna sonora, invece, si inserisce perfettamente nel contesto, con brani che spaziano tra sonorità heavy metal e synth, contribuendo a rafforzare quell’identità “tamarra” e sopra le righe che il gioco abbraccia senza esitazioni. Arrivati a questo punto, i punti di forza di ChainStaff emergono con una certa chiarezza. L’idea alla base del gameplay è solida e originale, capace di dare nuova linfa a un genere che spesso si limita a replicare schemi già consolidati. Il level design, pur senza reinventare nulla, riesce a sostenere bene questa meccanica, mentre l’estetica contribuisce a creare un’identità forte e riconoscibile. Dall’altra parte, non mancano alcune debolezze. Il ritmo non è sempre costante, alcuni elementi del comparto tecnico risultano meno curati e, una volta compresi i pattern dei boss, parte della sfida tende a ridimensionarsi. Anche la durata, intorno alle 6-7 ore, può lasciare sensazioni diverse a seconda delle aspettative. In definitiva, ChainStaff è un gioco che funziona soprattutto quando smette di essere un semplice omaggio e mostra la propria personalità. Non tutto è perfettamente bilanciato, ma l’idea centrale regge e riesce a distinguersi in un panorama spesso troppo derivativo. In sintesi, ci si trova davanti a un titolo originale, a tratti grezzo ma capace di lasciare il segno grazie a una meccanica davvero riuscita e a un’estetica fuori dagli schemi. Per chi cerca qualcosa di diverso all’interno del genere, è un’esperienza che vale la pena considerare.

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La recensione

7 Il voto

Chainstaff lascia la sensazione di aver giocato qualcosa di imperfetto ma con un’idea forte alla base. Non tutto gira come dovrebbe, ma quando il sistema si incastra il divertimento è concreto. È uno di quei titoli che non puntano a piacere a tutti, ma che sanno farsi ricordare. Se cerchi personalità più che rifinitura, qui la trovi.

Valutazione

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