Alcuni mesi fa vi avevamo proposto il nostro punto di vista su I Hate this Place, recensito sulle pagine di Switchitalia come un progetto dove esplorazione, costruzione e sopravvivenza apparivano come elementi strettamente interconnessi che davano forma a un’esperienza tesa, metodica e raramente indulgente. Un titolo in cui la costruzione e il crafting sono il cuore strategico del gameplay, con materiali recuperati sul campo che permettono di creare armi rudimentali, trappole, strumenti difensivi e potenziamenti per il proprio campo base. Un’opera non priva di difetti (uno su tutti: il ritmo complessivo dell’esperienza, che potrebbe risultare eccessivamente lento per una parte del pubblico, laddove l’approccio fortemente basato sulla preparazione, sull’attesa e sulla gestione minuziosa delle risorse possa risultare coerente con l’anima survival del gioco, ma non per questo meno indigesto), ma complessivamente attraente, per il coraggio di proporsi come horror atipico e coraggioso agli occhi degli appassionati.
A mesi di distanza ecco arrivare sugli scaffali fisici dei negozi (o meglio: alcuni di essi) anche una versione fisica per Nintendo Switch 2, denominata Elena’s Edition: nel pacchetto offerto da Meridiem, decisa a consegnare nelle vostre manine il titolo nato dalla collaborazione tra Rock Square Thunder, Feardemic e Skybound Entertainment, potrete trovare una copia del gioco, una copertina con effetti speciali, una lettera segreta di Elena e un artbook: non poco per gli amanti collezionisti che possono compiere un passo in più nel senso di possesso dell’intrigante gioco qui analizzato.
Ovviamente il progetto resta del tutto invariato, una volta inserito nelle vostre Nintendo Switch: il sistema di combattimento rappresenta un elemento potenzialmente divisivo, visto quanto la sua natura punitiva rafforzi il senso di vulnerabilità e tensione, apparendo al contempo legnoso e poco rifinito nei momenti più concitati, soprattutto quando più nemici entrano in scena contemporaneamente. La visuale isometrica, pur funzionando bene nella maggior parte delle situazioni, può occasionalmente penalizzare la percezione delle distanze e degli angoli ciechi, portando a colpi subiti che risultano difficili da anticipare. Infine, la ripetitività di alcune dinamiche emerge sul lungo periodo. Non per questo però I Hate this Place finisce per non coinvolgervi, anzi: la sopravvivenza è costruita attorno a un senso costante di vulnerabilità; il combattimento esiste, ma non è mai la soluzione ideale; le munizioni sono limitate, i nemici resistenti e spesso superiori in numero. Tutto questo porta a far sì che il gioco incentivi l’uso dello stealth, della fuga e dell’ambiente circostante per evitare scontri diretti, rendendo ogni vittoria sofferta e mai scontata.
Il tutto in un contesto narrativo intrigante di per sé e fortemente legato a doppio filo proprio con questi aspetti gestionali del survival: al centro dell’esperienza troviamo Elena, protagonista trascinata in un incubo rurale fatto di creature innominabili, rituali oscuri e ambienti ostili, in un mondo che sembra rifiutare attivamente la presenza umana e che proprio per questo finisce per soverchiare ma incuriosire l’attenzione del giocatore. Ed ecco allora che, proprio in questa ottica, i contenuti dell’edizione fisica finiscono per aumentare il senso di immedesimazione del giocatore nei panni della protagonista, aggiungendo quel pizzico di world building che non guasta mai!
La recensione
Qualche limite tecnico e una struttura volutamente punitiva riducono l’accessibilità di un titolo che al contempo si nutre della tensione creata in un quadro pensato per chi cerca atmosfere opprimenti e sopravvivenza ragionata, più che azione immediata.








