THE OUTER WORLD – Benvenuti a un nuovo appuntamento dedicato alla nostra rubrica intitolata “The Outer World”, una finestra nuova per Switchitalia, con vista sui mondi videoludici che si espandono fuori dalle consuete e familiari mura dell’universo Nintendo. Se volete più dettagli sulla nostra iniziativa, vi rimandiamo all’articolo introduttivo con cui ve la presentiamo, sospinti dalla curiosità esplorativa tipica degli amanti dei videogiochi. Oggi esaminiamo l’attesissimo nuovo capitolo della saga A Plague Tale, un titolo che, lo anticipiamo farà sicuramente parlare di sè.
Arrivati ai titoli di coda di A Plague Tale: Requiem, era difficile immaginare che la serie potesse avere ancora qualcosa da raccontare. Il viaggio di Amicia e Hugo aveva trovato un epilogo intenso e convincente, capace di dare una conclusione al loro percorso senza lasciare questioni realmente in sospeso. Il viaggio dei due fratelli, che avevamo ormai imparato a conoscere e amare, aveva trovato un epilogo intenso, capace di chiudere il cerchio senza lasciare l’impressione che ci fosse ancora qualcosa da raccontare. Per questo motivo l’annuncio di Resonance: A Plague Tale Legacy aveva inevitabilmente sollevato qualche dubbio. Tornare nell’universo creato da Asobo Studio significava confrontarsi con un’eredità importante e, soprattutto, evitare di compromettere quanto costruito nei primi due capitoli. La scelta è stata quella di non proseguire quella vicenda, ma di esplorare un’altra prospettiva, riportando il calendario indietro di quindici anni e affidando il ruolo di protagonista a Sophia, uno dei personaggi più riusciti introdotti in Requiem. Una decisione che, almeno sulla carta, permetteva di ampliare il mondo di A Plague Tale senza intaccare il percorso dei fratelli De Rune, approfondendo al tempo stesso alcuni dei misteri che ruotano attorno alla Macula e al suo retaggio.
Negli ultimi anni Asobo Studio è riuscita a ritagliarsi un posto di primo piano nel panorama europeo grazie a una crescita costante. Dopo un lungo periodo trascorso lavorando a produzioni molto diverse tra loro, il team francese ha trovato la propria identità con A Plague Tale: Innocence, sorprendendo tutti con un’avventura che faceva della narrazione, dell’atmosfera e del rapporto tra i protagonisti il suo punto di forza. Requiem ne ha raccolto l’eredità, ampliando l’ambizione del progetto e confermando la capacità dello studio di costruire mondi credibili, curati sotto il profilo artistico e supportati da una regia di grande qualità. Con Resonance la direzione intrapresa è però molto diversa. Qui si è deciso di ripensare quasi completamente la struttura dell’esperienza, rinunciando a molti degli elementi che avevano definito la serie fino a oggi. Ed è proprio questo il primo aspetto con cui bisogna fare i conti una volta impugnato il pad. Chi arriva direttamente da Innocence e Requiem impiega inevitabilmente qualche ora prima di metabolizzare il cambiamento. Le lunghe sezioni stealth, la costante gestione degli sciami di ratti e quella continua sensazione di vulnerabilità che aveva caratterizzato i primi due capitoli lasciano spazio a un’impostazione decisamente più dinamica. Resonance è un action adventure a tutti gli effetti, lineare nello sviluppo ma capace di alternare combattimenti, esplorazione e rompicapi ambientali con un buon equilibrio. È una scelta coraggiosa e inevitabilmente destinata a dividere il pubblico. Per buona parte dell’avventura rimane infatti la sensazione di trovarsi davanti a un ottimo videogioco che, almeno inizialmente, sembra avere poco in comune con ciò che A Plague Tale ha rappresentato fino a questo momento. Solo andando avanti si inizia a comprendere il motivo di questa svolta e il modo in cui gli autori hanno cercato di dare una nuova identità alla saga senza rinnegarne completamente le origini.

La storia si apre molti anni prima degli eventi di Requiem, quando Sophia è ancora una bambina. Rinchiusa in un monastero e costretta dalle suore a trasformare in disegni le misteriose visioni che la tormentano, vive una condizione di prigionia destinata a segnare profondamente il suo futuro. Quelle immagini, incomprensibili agli occhi di chi la circonda, rappresentano il primo contatto con le Risonanze, un legame che accompagnerà la protagonista per tutta l’avventura e che finirà per intrecciarsi con uno dei misteri più antichi dell’universo di A Plague Tale. Flash forward e siamo a Venezia, dove Sophia ora vive ai margini insieme alla banda di saccheggiatori guidata dal padre adottivo Alec. Un colpo andato storto costringe il gruppo a separarsi e la giovane, affiancata dalla amica/compagna Leni, si ritrova a inseguire gli indizi che da sempre sembrano legarla alla leggendaria Isola del Minotauro. È l’inizio di un viaggio che parte come una classica caccia a un tesoro perduto, ma che nel giro di poche ore assume contorni molto più oscuri. Le antiche rovine minoiche custodiscono infatti qualcosa che va ben oltre il mito e finiscono per intrecciarsi con la Macula, attraverso un racconto che alterna gli eventi vissuti da Sophia con quelli di un eroe appartenente all’antica civiltà cretese. Le cosiddette “Risonanze” diventano così il filo conduttore dell’intera narrazione, mettendo in comunicazione passato e presente senza dare mai la sensazione di trovarsi davanti a un semplice espediente narrativo.
La scrittura convince soprattutto per il modo in cui riesce a far crescere Sophia. Chi l’aveva conosciuta in Requiem ritrova la stessa donna forte, ironica e impulsiva, ma qui ne scopre le fragilità e le motivazioni che l’hanno resa tale. Anche Leni, pur ricoprendo un ruolo meno centrale, contribuisce a dare equilibrio ai dialoghi e accompagna la protagonista senza diventare una semplice spalla. La storia evita di vivere esclusivamente di richiami ai capitoli precedenti e costruisce una propria identità, disseminando riferimenti alla saga con misura e lasciando che siano i personaggi a sostenere il peso del racconto. Più ci si addentra nelle viscere dell’isola, più il tono cambia, fino a trasformarsi in qualcosa di molto diverso da quanto lasciavano immaginare le prime ore. Anche il gameplay segue questa evoluzione. Se inizialmente prevalgono combattimenti, esplorazione e rompicapi ambientali, da metà avventura in poi entra in scena un nuovo elemento che cambia sensibilmente il ritmo del gioco. È un piccolo grande twist che è meglio non anticipare perché rappresenta una delle sorprese meglio riuscite dell’intera esperienza, ma basta dire che da quel momento Resonance recupera parte di quella tensione che aveva reso memorabili i precedenti A Plague Tale. Alcuni capitoli riescono a creare un senso di oppressione davvero notevole, con ambienti stretti, oscuri e labirintici in cui ci si sente costantemente osservati e minacciati dalla “bestia”.

Ciononostante, Resonance rimane un action adventure dall’inizio alla fine e non tenta mai di riproporre le dinamiche stealth che avevano caratterizzato Innocence e Requiem. Sophia combatte molto più di Amicia, dispone di un sistema di parate, schivate e contrattacchi ben costruito e affronta scontri che richiedono una discreta attenzione al tempismo. L’esplorazione resta comunque una componente importante, grazie a un level design ricco di percorsi alternativi, collezionabili e piccoli segreti, mentre gli enigmi basati sulla sfera minoica e sulla manipolazione della luce spezzano efficacemente il ritmo senza risultare mai troppo complessi. La progressione del personaggio è un’altra aggiunta riuscita: recuperando anelli e bracciali è possibile migliorare abilità attive e passive, mentre un classico albero delle skills permette di personalizzare gradualmente lo stile di gioco. Non si tratta di un sistema particolarmente profondo, ma è sufficiente per dare la sensazione di una crescita costante e premiare chi dedica un po’ di tempo all’esplorazione. Dal punto di vista tecnico, Asobo Studio conferma ancora una volta tutto il talento già dimostrato nei capitoli precedenti. L’Isola del Minotauro è un’ambientazione affascinante, ricca di scorci che alternano il fascino delle coste mediterranee a rovine monumentali, templi dimenticati e cunicoli sotterranei dove la luce lascia progressivamente spazio all’oscurità. La direzione artistica rimane uno dei principali punti di forza del gioco e accompagna il giocatore in un viaggio che cambia volto con il passare delle ore, evitando di dare la sensazione di ripetersi nonostante una struttura piuttosto lineare.
Anche il comparto grafico si mantiene su livelli molto elevati. I modelli dei personaggi sono curati, le animazioni convincono sia durante le sequenze narrative sia nelle fasi di combattimento e il motore grafico gestisce senza particolari incertezze gli effetti di illuminazione, elemento fondamentale nell’economia del gameplay. Su Xbox Series X il gioco si è comportato molto bene per tutta la durata dell’avventura, senza evidenziare problemi tali da compromettere l’esperienza. Qualche sporadica incertezza nell’intelligenza artificiale dei nemici e alcune indecisioni nelle hit box rappresentano difetti marginali all’interno di una produzione che, nel complesso, restituisce una sensazione di grande solidità. Merita una menzione anche il comparto sonoro. Olivier Derivière torna a firmare la colonna sonora della serie e lo fa mantenendo quell’approccio evocativo che aveva già caratterizzato Innocence e Requiem, adattandolo però alla nuova identità del gioco. Le musiche accompagnano l’esplorazione senza risultare invasive, mentre durante le sequenze più concitate riescono ad amplificare efficacemente la tensione.

Arrivati a questo punto si sarà ormai compreso qual è un po’ il fulcro di tutta l’esperienza di gioco. Se nelle prime fasi continuavo inconsciamente a cercare quel A Plague Tale che avevo lasciato con Requiem, arrivato a metà dell’avventura ho smesso di fare paragoni e ho iniziato a giudicare Resonance per quello che è. Da quel momento il gioco acquista sicurezza, la narrazione accelera, il mistero che circonda le Risonanze diventa sempre più interessante e alcune delle sequenze finali riescono a raggiungere livelli di tensione davvero notevoli. È qui che la scelta di Asobo acquista finalmente senso: non replicare una formula che aveva già dato tutto quello che poteva, ma costruire qualcosa di diverso mantenendo vivo il mondo di A Plague Tale. È una decisione che richiede coraggio e che inevitabilmente finirà per dividere una parte della community, ma proprio per questo merita di essere riconosciuta.

La recensione
Con Resonance: A Plague Tale Legacy, Asobo Studio sceglie di rompere con il passato e dare una nuova identità alla serie. Il cambio di rotta inizialmente spiazza, ma lascia presto spazio a un action adventure coinvolgente, ben scritto e capace di regalare momenti di grande tensione. Una scelta coraggiosa, destinata a dividere i fan, ma che nel complesso convince e apre nuove prospettive per il futuro della saga.












