The Royal Writ: la recensione

Posiziona strategicamente i tuoi fedeli sudditi per farli avanzare verso il nemico, infliggendo danni. Ma fai attenzione: se una carta raggiunge la base nemica prima della vittoria, viene distrutta definitivamente e rimossa dal tuo mazzo per il resto della partita.

Il mercato dei deckbuilder roguelite è ormai sufficientemente affollato da rendere difficile proporre una variazione realmente riconoscibile della formula. Dopo il successo di produzioni come Slay the Spire, il genere ha progressivamente codificato una struttura precisa fatta di combattimenti a turni, costruzione progressiva del mazzo, ricompense, modificatori e ripartenza dopo la sconfitta, lasciando ai singoli progetti il compito di introdurre elementi capaci di distinguerli. The Royal Writ parte esattamente da queste fondamenta, ma sceglie di spostare l’attenzione dalla semplice gestione delle carte alla loro presenza fisica sul campo di battaglia: qui non ci si limita a decidere quale carta giocare, ma si impartiscono ordini a vere e proprie unità che avanzano lungo le linee dello scontro. È una differenza apparentemente semplice, ma sufficiente a trasformare buona parte delle logiche tradizionali del deckbuilding in un esercizio di posizionamento e pianificazione. Il risultato è un titolo che riesce a mantenere l’immediatezza tipica delle produzioni indipendenti più accessibili senza rinunciare a una progressiva stratificazione delle meccaniche. Il giocatore interpreta un sovrano impegnato a difendere il proprio regno, ma l’esercito a disposizione è composto da una bizzarra fauna antropomorfa nella quale convivono fenicotteri malridotti, polli arcieri, lucertole capaci di sfuggire alla morte e improbabili formiche ribelli. L’ironia è deliberatamente nera: questi adorabili sudditi sono, in fondo, anche le munizioni del monarca, e il loro sacrificio costituisce una componente strutturale dell’esperienza. È proprio questo contrasto fra l’estetica da manoscritto medievale, i personaggi buffi e la spietatezza delle decisioni a conferire al gioco una personalità immediatamente riconoscibile. La versione Nintendo Switch, disponibile dal 10 settembre 2026, raccoglie inoltre tutti gli aggiornamenti e i contenuti aggiunti dopo il debutto PC del 2025, proponendosi quindi come un’edizione già consolidata del progetto.

Il cuore di The Royal Writ è rappresentato dal sistema di combattimento a corsie, nel quale le carte smettono definitivamente di essere semplici elementi di un mazzo e diventano unità da gestire nello spazio. Ogni battaglia può svilupparsi su una, due o tre linee, e il giocatore deve decidere quali sudditi schierare e in quale posizione farli avanzare verso la base avversaria. La progressione non è quindi soltanto una questione di danni inflitti: ogni movimento modifica concretamente la situazione sul campo e avvicina contemporaneamente la propria unità all’obiettivo e alla possibilità di perderla. Il gioco costruisce così una tensione costante fra aggressività e conservazione, chiedendo di valutare non soltanto quanto una carta sia potente, ma anche quanto lontano sia opportuno lasciarla arrivare. È una soluzione che introduce una dimensione spaziale sorprendentemente efficace all’interno di un genere normalmente fondato soprattutto sulle combinazioni fra carte. A rendere il sistema più profondo intervengono poi le caratteristiche delle singole unità, i modificatori, le abilità speciali e gli elementi del terreno. Le caselle possono infatti introdurre condizioni favorevoli o pericolose, mentre la progressione dei valori permette di costruire combinazioni nelle quali una carta apparentemente modesta può diventare estremamente efficace se inserita nel punto giusto e sostenuta dagli effetti corretti. È qui che The Royal Writ passa dall’immediatezza iniziale a una dimensione quasi matematica, nella quale il giocatore comincia a ragionare sulle interazioni fra potenza, moltiplicatori, status e posizione. Il piacere maggiore arriva proprio quando si comprende come concatenare queste variabili e si riesce a trasformare una situazione apparentemente compromessa in un attacco devastante. Allo stesso tempo, la complessità crescente può rendere alcune interazioni meno immediate, obbligando a qualche tentativo prima di comprenderne pienamente il funzionamento: un limite che non compromette la formula, ma che contribuisce a rendere la curva di apprendimento più ripida di quanto il suo aspetto colorato e giocoso possa inizialmente suggerire.

È però il sistema di permadeath delle singole carte a rappresentare l’idea più originale di The Royal Writ. Quando una delle proprie unità riesce a raggiungere la base nemica prima della conclusione dello scontro, non viene semplicemente considerata una carta utilizzata o scartata: viene distrutta definitivamente e rimossa dal mazzo per il resto della run. La stessa sorte può attendere alcune unità quando vengono eliminate da particolari condizioni del campo di battaglia. In un genere nel quale l’obiettivo tradizionale è costruire un mazzo sempre più efficiente, questa meccanica introduce un paradosso molto interessante: per vincere non bisogna necessariamente preservare le proprie carte migliori, ma capire quali sia possibile sacrificare senza compromettere la strategia complessiva. Il concetto è perfettamente coerente con l’umorismo del gioco, ma soprattutto produce una tensione tattica che accompagna praticamente ogni battaglia. La conseguenza è che ogni unità può assumere progressivamente un valore che va oltre le sue semplici statistiche. Una creatura particolarmente efficace può diventare indispensabile dopo aver accompagnato il giocatore attraverso diversi scontri, ma proprio per questo il suo sacrificio può essere molto più doloroso quando diventa necessario per chiudere una battaglia. Al contrario, una carta apparentemente secondaria può essere mandata deliberatamente incontro alla morte se il suo sacrificio permette di creare spazio, attivare un effetto o ottenere un vantaggio utile alla run. Il gioco costruisce così una sorta di memoria interna delle proprie partite: i sudditi caduti diventano parte della storia del regno e il giocatore finisce per attribuire un significato personale a carte che, in un deckbuilder tradizionale, sarebbero soltanto componenti intercambiabili di un mazzo. È una soluzione semplice ma estremamente efficace, perché trasforma la perdita — normalmente sinonimo di fallimento — in una possibile risorsa strategica. Questo meccanismo funziona anche perché il gioco non si limita a punire il giocatore per le perdite, ma costruisce attorno ad esse l’intero sistema di progressione: nuove unità, reliquie, modificatori e condizioni di battaglia permettono di ricostruire progressivamente il proprio esercito e di affrontare la run successiva con una maggiore consapevolezza. La morte permanente rimane quindi una fonte di rischio, ma non si trasforma in una semplice penalità frustrante. È probabilmente il punto nel quale The Royal Writ riesce meglio a distinguersi dai numerosi concorrenti del genere: non chiede soltanto di costruire il mazzo perfetto, ma di imparare a gestire le perdite, decidendo quali pezzi del proprio esercito meritino davvero di sopravvivere.

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