La struttura dell’avventura è organizzata in due campagne distinte, ciascuna costruita attorno a una progressione di situazioni, carte, sfide e boss differenti. La prima accompagna il giocatore attraverso una ribellione contro il regno, introducendo gradualmente le regole fondamentali e aggiungendo al combattimento elementi ambientali come fosse e paludi velenose. È una scelta efficace sul piano didattico, perché le nuove variabili vengono inserite progressivamente invece di essere riversate tutte insieme sul giocatore, permettendo di comprendere poco alla volta il rapporto fra movimento delle unità, posizione e pericoli del campo. Parallelamente, gli incontri con personaggi bizzarri e gli eventi casuali contribuiscono a spezzare la sequenza degli scontri, inserendo quella componente roguelite che rende ogni run diversa dalla precedente. La seconda campagna rappresenta un cambio di paradigma più evidente, introducendo la polvere da sparo e quindi nuove minacce capaci di attraversare il campo di battaglia sotto forma di proiettili e armi sperimentali. Non è soltanto un’aggiunta cosmetica: la presenza di questi pericoli obbliga a modificare le strategie costruite durante il primo atto e rende il posizionamento ancora più importante. Allo stesso tempo, proprio questa fase mette maggiormente alla prova il bilanciamento del gioco, con situazioni nelle quali la combinazione fra casualità, caratteristiche delle carte e difficoltà degli incontri può produrre picchi di severità. È significativo, in questo senso, che l’edizione console arrivi dopo numerosi interventi di aggiornamento effettuati sulla versione PC: gli sviluppatori hanno rivisto anche il confronto conclusivo dell’Atto 2 e introdotto nuovi elementi per renderne più gestibile la progressione. Per la versione Switch è quindi importante non considerare The Royal Writ come il prodotto uscito originariamente su PC nell’agosto 2025. L’edizione console comprende infatti gli aggiornamenti e i contenuti aggiunti nel corso del successivo anno di supporto, arrivando con nuove carte, equipaggiamenti e modifiche al bilanciamento. Il risultato è un’esperienza più completa rispetto a quella del debutto, anche se rimane una certa differenza fra la relativa immediatezza del primo approccio e la complessità che emerge nelle fasi più avanzate. È una caratteristica che potrebbe scoraggiare chi cerca un deckbuilder immediatamente leggibile, ma che allo stesso tempo offre agli appassionati del genere un motivo concreto per insistere: più si comprende il funzionamento delle carte e delle corsie, più le apparenti difficoltà della seconda campagna diventano problemi da risolvere attraverso la costruzione del proprio sistema strategico.
A sostenere la particolare identità di The Royal Writ è anche una direzione artistica che sceglie deliberatamente di non prendere sul serio il proprio immaginario medievale. L’intero gioco sembra infatti provenire dalle pagine di un libro illustrato, con personaggi e ambientazioni disegnati attraverso forme semplici e immediatamente leggibili, alle quali si accompagna una vena di assurdità che diventa progressivamente uno degli elementi più caratterizzanti dell’esperienza. L’esercito del giocatore è composto da animali dall’aspetto tenero ma destinati a essere sacrificati sul campo, mentre gli incontri introducono figure eccentriche, situazioni paradossali e personaggi che sembrano usciti da una fiaba medievale deformata dall’umorismo nero. È un contrasto che funziona proprio perché non cerca mai di trasformare la componente narrativa in qualcosa di più ambizioso di ciò che vuole essere: il mondo di The Royal Writ serve soprattutto a dare personalità alle meccaniche e a rendere memorabili le numerose situazioni che accompagnano ogni run. La componente narrativa rimane quindi volutamente leggera, costruita più attraverso gli incontri e gli eventi che attraverso una vera e propria storia lineare. Mercanti, PNG, eventi casuali e situazioni apparentemente fuori contesto contribuiscono a creare una successione di piccoli episodi che interrompono il ritmo degli scontri e danno alla progressione quella sensazione di viaggio imprevedibile tipica del roguelite. Anche elementi apparentemente assurdi, come le attività secondarie e gli incontri più bizzarri, partecipano alla costruzione di un tono nel quale la guerra diventa quasi una caricatura: le conseguenze delle decisioni possono essere strategicamente spietate, ma vengono raccontate attraverso animali adorabili, battute surreali e una rappresentazione volutamente caricaturale della società medievale. Ne deriva un equilibrio riuscito fra leggerezza visiva e cinismo, che impedisce alla ripetizione strutturale delle run di diventare troppo impersonale e conferisce al titolo una riconoscibilità superiore a quella di molti deckbuilder più convenzionali. Anche l’assenza del doppiaggio vocale si inserisce coerentemente in questa impostazione: The Royal Writ affida gran parte della propria comunicazione alla grafica, ai testi e alla caratterizzazione dei personaggi, mantenendo così un ritmo adatto alla struttura frammentata dell’avventura. È una scelta che non punta alla spettacolarità, ma alla chiarezza e alla leggibilità, qualità particolarmente importanti quando il campo di battaglia deve essere costantemente interpretato insieme a statistiche, effetti, modificatori e condizioni ambientali. In questo senso, l’estetica non è soltanto un rivestimento gradevole, ma una componente funzionale alla formula: la semplicità delle illustrazioni rende immediatamente distinguibili le unità e gli elementi dello scenario, mentre l’umorismo mantiene un tono leggero anche quando il gioco chiede al giocatore di mandare deliberatamente al macello alcuni dei propri sudditi.
Dal punto di vista tecnico, The Royal Writ è probabilmente uno di quei progetti che trovano nella natura ibrida di Nintendo Switch una destinazione particolarmente naturale. La componente grafica bidimensionale e lo stile illustrato non richiedono evidentemente un apparato tecnico paragonabile a quello necessario per le produzioni 3D più ambiziose, e il risultato è un software estremamente contenuto nelle dimensioni, con un download di appena 1,2 GB. La versione Nintendo Switch supporta inoltre indistintamente modalità portatile, da tavolo e TV, mantenendo quindi intatta quella flessibilità che rappresenta uno dei principali punti di forza della console. È soprattutto in modalità portatile che la struttura del gioco sembra trovare la propria collocazione ideale. Le singole partite sono organizzate in segmenti relativamente autonomi, il sistema di combattimento è basato esclusivamente su turni e non richiede tempi di reazione particolarmente stringenti, mentre l’interfaccia concentra buona parte delle informazioni necessarie direttamente sullo schermo. Sono caratteristiche che rendono possibile affrontare una run anche in sessioni brevi, interrompendola e riprendendola senza perdere il filo dell’esperienza. Allo stesso tempo, la possibilità di utilizzare la modalità TV e il Pro Controller consente di trasferire senza particolari compromessi l’esperienza sul grande schermo, offrendo una soluzione più tradizionale per chi preferisce dedicarsi con maggiore continuità alla costruzione del proprio mazzo. La conversione non introduce dunque particolari ambizioni tecniche, ma proprio per questo evita anche di trasformare il passaggio su console in un elemento problematico. Il limite più concreto riguarda semmai la localizzazione: The Royal Writ arriva su Switch con numerose lingue disponibili, ma l’italiano non è fra quelle supportate, mentre risultano presenti inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, giapponese, russo, coreano, cinese e polacco. Per un titolo nel quale la comprensione delle abilità, degli effetti e degli eventi ha un peso significativo, si tratta di una mancanza da tenere presente, soprattutto per un pubblico meno abituato alla terminologia dei deckbuilder. Nel complesso, la versione Switch non ha bisogno di reinventare The Royal Writ: si limita a trasferire una formula già adatta alla natura della piattaforma, valorizzandone soprattutto la portabilità. È una scelta coerente anche con il posizionamento del gioco, che punta più sulla profondità delle proprie regole e sulla rigiocabilità che sulla spettacolarità tecnica. A un prezzo contenuto e con un ingombro minimo sulla memoria della console, il titolo di Save Sloth Studios si presenta quindi come uno di quei prodotti indipendenti particolarmente adatti a essere utilizzati come esperienza “da una partita”, salvo poi scoprire che la combinazione fra deckbuilding, sacrificio e progressione roguelite rende molto facile trasformare quella singola partita in una sequenza di run sempre più lunghe.
La recensione
The Royal Writ è un deckbuilder roguelite capace di distinguersi grazie a un sistema di combattimento originale, nel quale posizionamento, sacrificio delle carte e costruzione del mazzo convivono con efficacia. L'estetica da libro illustrato e l'humor nero gli conferiscono inoltre una personalità evidente, mentre la struttura delle campagne garantisce una buona varietà. Non mancano una certa curva di apprendimento, qualche picco di difficoltà e l'assenza della lingua italiana, ma la formula rimane solida e sorprendentemente coinvolgente. Su Nintendo Switch trova infine una collocazione naturale, grazie alla struttura adatta alla portabilità e alla possibilità di affrontare le proprie run praticamente ovunque. Un piccolo strategico, dunque, che riesce a fare molto con poco.







