Switch 2: The Elder Scroll IV: Oblivion Remastered: la recensione

Esplora il vasto territorio di Cyrodiil come mai prima d’ora e impedisci alle forze dell’Oblivion di prenderne il controllo in uno dei più grandi GdR mai realizzati dagli acclamati Bethesda Game Studios.

Parlare di The Elder Scrolls IV: Oblivion Remastered significa inevitabilmente partire da Bethesda, una delle realtà che più hanno contribuito a definire l’identità del gioco di ruolo occidentale contemporaneo. Nata con una forte vocazione PC e cresciuta attraverso serie come The Elder Scrolls, Fallout, DOOM, Quake e Wolfenstein, Bethesda ha costruito la propria reputazione sulla capacità di trasformare mondi complessi e sistemi estremamente articolati in esperienze capaci di lasciare al giocatore una libertà raramente concessa dal medium. Un percorso che ha avuto un passaggio fondamentale proprio con Morrowind, quando Bethesda portò la propria filosofia su Xbox, dimostrando come un RPG occidentale gigantesco, profondo e apparentemente poco compatibile con il salotto potesse trovare una nuova dimensione anche su console. La successiva acquisizione di ZeniMax Media da parte di Microsoft nel 2021 non ha cancellato questa storia, ma l’ha inserita in un ecosistema ancora più ampio, nel quale la particolare natura ibrida dell’hardware Nintendo ha continuato a rappresentare un terreno interessante per le produzioni Bethesda: da Skyrim fino a Fallout 4 Anniversary, passando per Indiana Jones and the Great Circle e arrivando oggi proprio a Oblivion Remastered. La presenza di quest’ultimo su Switch 2 assume quindi un significato che va oltre il semplice porting: è l’ennesimo capitolo di una relazione fra Bethesda e Nintendo che, pur dentro il nuovo scenario Microsoft, continua a trovare nella possibilità di giocare questi grandi RPG anche in mobilità uno dei propri elementi distintivi. Bethesda stessa presenta oggi Oblivion, Fallout 4, Skyrim e Indiana Jones all’interno della propria offerta per Switch 2, con quest’ultimo a rappresentare uno dei progetti più ambiziosi dell’attuale apertura verso l’hardware Nintendo.

All’interno della storia di Bethesda, The Elder Scrolls rappresenta però qualcosa di ancora più importante: una vera e propria dichiarazione d’intenti sul modo in cui un RPG occidentale può concepire il rapporto fra giocatore e mondo virtuale. Tutto comincia nel 1994 con Arena, prosegue con l’enorme Daggerfall, raggiunge una prima maturità con Morrowind e arriva nel 2006 a Oblivion, prima di esplodere definitivamente sul mercato globale con Skyrim. Nel corso di questi capitoli cambia Tamriel, cambiano le tecnologie e cambiano persino le modalità attraverso cui il giocatore viene accompagnato nell’avventura, ma rimane costante una filosofia precisa: costruire un mondo nel quale il protagonista non debba necessariamente seguire un percorso prestabilito. È possibile creare il proprio personaggio, svilupparne le abilità attraverso l’uso, esplorare, accettare o ignorare la missione principale, unirsi a fazioni differenti e trasformare progressivamente il gioco in una storia personale. Morrowind aveva portato questa idea verso una dimensione più aliena, complessa e talvolta volutamente ostile; Oblivion compie invece un passaggio decisivo verso una maggiore immediatezza, una struttura più leggibile e una spettacolarità più vicina all’immaginario fantasy classico. È proprio questa capacità di conservare la libertà tipica di The Elder Scrolls rendendola però accessibile a un pubblico molto più vasto ad aver trasformato il quarto capitolo in uno degli episodi centrali dell’evoluzione dell’RPG occidentale.

Quando The Elder Scrolls IV: Oblivion arriva nel marzo 2006 su PC e Xbox 360, il contesto è fondamentale per comprenderne l’impatto. La nuova generazione Xbox è appena iniziata, gli RPG occidentali stanno progressivamente conquistando uno spazio sempre maggiore e Bethesda arriva da un Morrowind che aveva già imposto il nome della serie fra gli appassionati, ma che rimaneva per molti versi un’esperienza più complessa e meno immediata. Oblivion conserva l’ambizione del predecessore e la trasporta in un mondo più spettacolare, popolato da città, foreste, dungeon, rovine e personaggi dotati di routine proprie, mentre il nuovo hardware permette di trasformare quella gigantesca simulazione in qualcosa che, all’epoca, appariva quasi sorprendente per scala e ricchezza. Il combattimento in prima persona, la fisica, l’interazione con l’ambiente, il sistema di progressione e soprattutto la possibilità di attraversare liberamente Cyrodiil costruiscono un’esperienza che nel 2006 sembrava appartenere a una generazione successiva di RPG. Non sorprende quindi che la critica contemporanea lo abbia accolto come uno dei vertici del genere e che il successo commerciale sia stato immediato: a meno di due mesi dal lancio Bethesda aveva già annunciato oltre 1,7 milioni di copie distribuite, mentre Oblivion risultava il gioco Xbox 360 più venduto fino a quel momento e rappresentava il 13% delle vendite di tutti i giochi Windows nella sua prima settimana. È soprattutto la capacità di ampliare il pubblico senza rinunciare alla struttura open world a rendere Oblivion uno dei punti di svolta della storia dell’RPG occidentale.

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