La premessa narrativa di Oblivion è apparentemente molto più tradizionale rispetto alle complessità politiche e culturali di Morrowind: il protagonista è un prigioniero rinchiuso nelle segrete imperiali di Tamriel, destinato quasi casualmente a incontrare l’Imperatore Uriel Septim VII e ad assistere all’inizio di una crisi che sconvolgerà Cyrodiil. L’assassinio dell’Imperatore, la ricerca di Martin Septim e l’apertura dei cancelli verso l’Oblivion costituiscono l’ossatura di una campagna più cinematografica e immediatamente leggibile, nella quale l’invasione da parte delle forze Daedriche offre finalmente un obiettivo capace di accompagnare il giocatore attraverso il mondo. Eppure, ancora una volta, la vera forza del gioco non sta soltanto nella trama principale. Dopo l’introduzione è possibile allontanarsi completamente dalla missione, esplorare le città, entrare nella Gilda dei Guerrieri o in quella dei Maghi, dedicarsi alla Gilda dei Ladri, diventare un assassino della Confraternita Oscura oppure semplicemente attraversare Cyrodiil alla ricerca di dungeon, rovine, oggetti e storie secondarie. È questa libertà a rendere difficile separare la narrazione scritta da quella emergente: Oblivion non racconta soltanto ciò che Bethesda ha deciso di raccontare, ma costruisce le condizioni affinché ogni giocatore possa ricordare una versione diversa della propria avventura. La progressione basata sull’uso delle abilità, il combattimento in prima persona e l’enorme quantità di sistemi che interagiscono fra loro sono ancora oggi alla base di questa sensazione di libertà. Il limite, semmai, è proprio quello che emerge inevitabilmente dopo vent’anni: alcune di queste strutture, dal combattimento alla progressione, mostrano oggi una semplicità e una rigidità che titoli successivi hanno progressivamente superato.

Il lavoro realizzato da Bethesda Game Studios insieme a Virtuos parte da una scelta particolarmente interessante: non riscrivere Oblivion, ma costruire intorno al suo nucleo originale una veste tecnologica completamente nuova. L’Unreal Engine 5 interviene quindi pesantemente su ambienti, vegetazione, illuminazione, materiali, personaggi, animazioni ed effetti atmosferici, mentre la struttura fondamentale dell’opera rimane riconoscibile. Il risultato è un gioco che conserva la propria identità ma che, rispetto al titolo del 2006, sembra appartenere a una generazione completamente diversa. Non si tratta però soltanto di un aggiornamento estetico. Il combattimento è stato rivisto attraverso nuove animazioni, effetti, suoni e reazioni agli impatti; la visuale in terza persona è stata profondamente migliorata; è stato introdotto lo sprint e il sistema di progressione è stato ridisegnato prendendo elementi tanto dall’Oblivion originale quanto dalle evoluzioni introdotte da Skyrim. Anche interfaccia e mappa sono state modernizzate, mentre il doppiaggio è stato ulteriormente arricchito con nuove registrazioni e una maggiore differenziazione fra le razze. A livello contenutistico, poi, il pacchetto è estremamente generoso: oltre alla campagna principale sono comprese Shivering Isles e Knights of the Nine, insieme a Fighter’s Stronghold, Vile Lair, Mehrunes’ Razor, The Thieves Den, Wizard’s Tower, Orrery, Spell Tome Treasures e all’immancabile Horse Armor Pack. La Deluxe Edition aggiunge inoltre equipaggiamenti esclusivi dedicati ad Akatosh e Mehrunes Dagon. È quindi un remaster che cerca di intervenire proprio nei punti in cui il tempo aveva maggiormente appesantito l’esperienza, pur lasciando volutamente intatto il DNA dell’opera.

Portare tutto questo su Switch 2 era inevitabilmente una sfida tecnica, e il risultato è forse proprio per questo uno dei porting più interessanti dell’attuale catalogo della console. Bethesda ha scelto un profilo unico a 30 fps, con output a 1080p in modalità TV e 900p in portatile, affidandosi al DLSS per la ricostruzione dell’immagine. Il colpo d’occhio rimane notevole: buona parte del lavoro visivo della Remastered sopravvive alla riduzione dell’hardware, con materiali, illuminazione, vegetazione ed effetti che riescono a restituire una versione di Cyrodiil decisamente lontana dall’originale del 2006. Il confronto con le macchine più potenti evidenzia inevitabilmente alcuni tagli — soprattutto nella densità della vegetazione, nella distanza di visualizzazione e nella qualità delle ombre — ma il compromesso appare spesso più intelligente di quanto ci si potrebbe aspettare. È inoltre la particolare natura di Switch 2 a regalare alcune delle caratteristiche più interessanti: touchscreen, giroscopio, HD Rumble e soprattutto il supporto al mouse attraverso entrambi i Joy-Con 2 trasformano una struttura nata su PC in qualcosa di sorprendentemente naturale anche su una console ibrida.
Il problema arriva quando ci si allontana dalla semplice qualità dell’immagine e si osserva il comportamento del motore. Il limite dei 30 fps è comprensibile considerando la complessità del progetto, ma non sempre viene rispettato con la stabilità che ci si aspetterebbe: l’esplorazione dell’open world e alcune aree particolarmente affollate evidenziano stuttering, frame pacing irregolare e rallentamenti che risultano più percepibili proprio perché il gioco è costruito intorno al movimento continuo attraverso un mondo aperto. L’analisi di Digital Foundry ha inoltre evidenziato traversal hitch particolarmente marcati e occasionali blocchi del frame rate. È un peccato, perché proprio la natura portatile di Switch 2 rappresenta una delle migliori ragioni per tornare oggi a Cyrodiil: poter affrontare decine di ore di un RPG Bethesda fuori dal televisore è una possibilità che, nel 2006, sarebbe stata difficilmente immaginabile. La conversione dimostra dunque una notevole capacità tecnica, ma anche i suoi limiti: non è una versione compromessa al punto da tradire l’esperienza, bensì un porting molto ambizioso che riesce nella difficile impresa di mantenere gran parte della qualità della Remastered, senza però raggiungere quella solidità visiva e prestazionale che gli avrebbe permesso di diventare la versione definitiva sotto ogni aspetto.
La recensione
Oblivion Remastered dimostra quanto il quarto capitolo di The Elder Scrolls conservi ancora oggi una forza straordinaria: la libertà di esplorazione, la quantità di quest, la progressione e la ricchezza di Cyrodiil restano il cuore di un RPG capace di assorbire decine di ore. Bethesda e Virtuos vanno oltre il semplice restauro, modernizzando grafica, combattimento e interfaccia senza tradire l'opera originale. Su Switch 2 il risultato è inoltre sorprendente, soprattutto per la possibilità di vivere un'avventura di questa portata in mobilità, ma una struttura ludica inevitabilmente datata e una resa non sempre stabile a 30 fps impediscono alla conversione di raggiungere la perfezione. Un ritorno importante, completo e ancora oggi capace di lasciare il segno.










