Voice of Cards: the Forsaken Maiden: la recensione

Il card game di Yoko Taro fa il suo ritorno su Switch a pochi mesi di distanza dal primo episodio

Atmosfera, dicevamo: questo è senza dubbio l’elemento più riuscito di tutta l’opera, grazie a numerosi piccoli tocchi, delicate accortezze, in grado di amalgamare i diversi aspetti di questo progetto tra loro, con coerenza e sintonia tra le parti. In numerosi elementi si ritrova la passione per i giochi di ruolo cartacei, i giochi di carte, i giochi in scatola e i loro componenti tipici, come dadi e tabelloni, capaci di ricreare quel feeling classico e, al contempo, carico di energia immaginifica. Uno su tutti, l’aspetto sonoro: un delicato accompagnamento musicale vi seguirà passo passo, senza mai salire troppo di tono né diventare troppo invasivo, ma restando capace di sottolineare situazioni, dialoghi e momenti dell’avventura. Ma, soprattutto, sarà il narratore a infondere al tutto quel particolare tono, fatto di pomeriggi in soffitta con gli amici, di serate trascorse a immaginare splendidi scenari d’altri mondi, sfidando la fantasia degli amici ma anche la sorte, tra carte pescate e il lancio dei dadi. La sua voce offrirà spunti ulteriori al semplice racconto messo in scena con le immagini a schermo, coinvolgendovi ad un livello di fruizione diverso, più ricco e profondo; un approccio particolare, proprio di quest’opera, se si considera l’ammontare preponderante di elementi diegetici riservato a elementi non espliciti, come il background narrativo studiato per ciascuna singola carta/personaggio, leggibile soltanto navigando nei menu delle vostre collezioni, sbloccabili passo passo progredendo nell’avventura principale.

Dal punto di vista tecnico, il gioco ovviamente non spinge l’hardware ibrido di Nintendo verso i suoi limiti massimi, essendo sostanzialmente sempre tutto in puro 2D, basato su rappresentazioni comunque cartacee o bidimensionali di tutti gli elementi a schermo, dai personaggi alle aree di gioco. Inutile quindi perdersi in analisi su mole poligonale o frame rate, essendo il tutto impostato secondo canoni e criteri compositivi più illustrativi che altro. Ad emergere con prepotenza è lo stile, diverso seppur simile a quanto visto nel primo capitolo della piccola saga di Square-Enix: resta intatta tutta l’impalcatura strutturale di menu, interfaccia grafica e universo finzionale, laddove troviamo invece nuovi protagonisti, figli di una rinnovata direzione artistica. L’arzigogolata goticità dei personaggi del primo episodio viene qui in qualche modo ridimensionata, smussata e resa forse meno carismatica, ma allo stesso tempo più facilmente interpretabile da un pubblico allargato, senza per questo scadere nella banalità. L’impatto visivo resta quindi semplice, ma promosso, grazie a una cura più che discreta dei dettagli. Unica nota dolente sono forse i tempi di caricamento e di reazione, anche in alcuni frangenti di estrema semplicità interattiva: a tratti pare quasi che ci sia della latenza tra l’input dato dal fruitore (ad esempio spostando la pedina sul tabellone di gioco fatto di carte rovesciate) e la reazione dell’avatar corrispondente a schermo. Una sensazione a tratti fastidiosa, ma comunque non in grado di intaccare l’esperienza di gioco nel suo complesso.

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La recensione

7.5 Il voto

Stile e direzione artistica sorreggono un gameplay non perfetto ma senza dubbio godibile che, ne siamo certi, spingeranno molti di voi a desiderarne ancora un po' di più. Con la speranza che Square-Enix continui la saga, per sostenere anche questi progetti minori, ma spesso preziosi

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